Circolo dei Libri

Per condividere con altri il gusto della lettura, che per principio è individuale ma poi può anche farsi compagnia.

17maggio
2013

A Cannes, ribalta cinematografica mondiale di maggio, è stato presentato il film tratto dal romanzo “Il grande Gatsby” di Francis Scott Fitzgerald. Accoglienza calorosa da parte del pubblico, soprattutto per Leonardo Di Caprio, scetticismo da parte della critica. Già nel 1974 il romanzo era diventato un film, con Robert Redford. Sul Corriere della Sera Paolo Mereghetti, grande cinefilo e critico, titola: “Resta la nostalgia del grande Redford”. Ha sicuramente ragione, mi fido di Mereghetti. Però penso a come il cinema, quando rifa un romanzo, finisce per succhiarne l’attenzione generale e quasi la vita stessa. Per questo mi viene da dire: “Resta la nostalgia di Fitzgerald”. Prima di un film “Il grande Gatsby” è un romanzo, anzi il film non esisterebbe senza il libro. Chissà quanti, poi, in tutto il fru fru mondiale e mondano che ha accompagnato e accompagnerà questo nuovo film costosissimo pieno di effetti speciali e, a quanto pare, poco riuscito, non hanno letto il romanzo né mai, nonostante il richiamo cinematografico, lo leggeranno. Nostalgia di Fitzgerald, dunque, della musica sincopata e malinconica della sua scrittura. Basta prendere un brano delle sue pagine…

“…una notte d’autunno, cinque anni prima, avevano passeggiato lungo una strada. Cadevano le foglie. Erano giunti a un luogo dove non c’erano alberi e kil marciapiedi era bianco sotto il chiaro di luna. Qui si erano fermati, e si erano voltati l’uno verso l‘altra. Era una notte fresca; c’era quell’esaltazione misteriosa che viene durante i due cambiamenti di stagione dell’anno. Le luci tranquille delle case ronzavano nell’oscurità; c’era un fruscìo e un bisbiglio tra le stelle. Con la coda dell’occhio, Gatsby vedeva che gli edifici sui marciapiedi costituivano una vera e propria scala e salivano a un luogo segreto al di sopra degli alberi; poteva arrampicarvisi e, se lo faceva da solo, una volta in cima avrebbe potuto succhiare la linfa della vita, trangugiare il latte incomparabile della meraviglia. Il cuore gli batté sempre più in fretta mentre il viso bianco di Daisy si accostava al suo. Sapeva che baciando quella ragazza, incatenando per sempre le proprie visioni inesprimibili all’alito perituro di lei, la sua mente non avrebbe più spaziato come la mente di Dio. Così aspettò, ascoltando ancora un momento il diapason battuto da una stella. Poi la baciò. Soto il tocco delle sue labbra Daisy sbocciò per lui come un fiore, e l’incarnazione fu completa.“