Circolo dei Libri

Per condividere con altri il gusto della lettura, che per principio è individuale ma poi può anche farsi compagnia.

25ottobre
2016

Anche il corrosivo, implacabile Philip Roth (nella foto), il quale non ha mai ristagni di nostalgia sentimentale, non può fare a meno di dare un’occhiata preoccupata al dilagare invasivo della ininterrotta concitazione telefonica mobile. In “Il fantasma esce di scena” (2007, in italiano nel 2008 da Einaudi) uno scrittore settantenne, il solito alter ego di Roth, Nathan Zuckermann (provato dagli acciacchi e rimasto per 11 anni appartato in campagna, ritirato in un cottage rurale a scrivere e basta, sconnesso dal suo antico mondo di New York) torna per motivi medici nella grande metropoli. E scopre questa mutazione antropologica urbana indotta dai telefonini.

“…Ricordavo una New York dove le uniche persone che camminavano per Broadway parlando da sole erano quelle fuori di testa. Cos’era successo in questi dieci anni perché tutt’a un tratto ci fossero tante cose da dire, tante cose e così urgenti che non si poteva aspettare a dirle? Ovunque andassi, qualcuno mi veniva incontro parlando al telefono e qualcuno mi seguiva parlando al telefono. Quando presi un taxi, l’autista era al telefono. Per essere uno che spesso passava molti giorni di seguito senza parlare con qualcuno, fui costretto a domandarmi cos’era crollato nella gente, di ciò che prima la teneva insieme, per rendere l’incessante chiacchiericcio telefonico preferibile a una passeggiata sotto la sorveglianza di nessuno, a un momento di solitudine che permetteva di assimilare le strade attraverso i propri sensi corporei e di pensare la miriade di pensieri che ispirano le attività di una città. Per me, faceva sembrare comiche le strade e ridicole le persone. Eppure sembrava anche un’autentica tragedia. Sradicare l’esperienza della separazione doveva avere inevitabilmente un effetto drammatico. Quali saranno le conseguenze? Tu sai che puoi raggiungere l’altra persona in ogni momento, e se non puoi diventi impaziente, impaziente e irritato come un piccolo, stupido dio. Sapevo bene che il silenzio di fondo era stato abolito da un pezzo nei ristoranti, negli ascensori e nei campi da baseball, ma che l’immensa solitudine degli essere umani dovesse produrre questo sconfinato desiderio di essere ascoltati, unito al disinteresse per chi ascolta le tue conversazioni….be’, essendo io vissuto largamente nell’era delle cabine telefoniche, le cui solide porte a fisarmonica potevano essere ermeticamente chiuse, rimasi colpito dalla cospicuità di tutto questo…

Non vedevo come uno potesse credere di continuare a condurre un’esistenza umana parlando al telefono e insieme camminando per metà della sua vita diurna. No, quegli aggeggi non promettevano di essere particolarmente utili a promuovere la riflessione nella collettività…”

Philip Roth

Da “Il fantasma esce di scena”, Einaudi