Circolo dei Libri

Per condividere con altri il gusto della lettura, che per principio è individuale ma poi può anche farsi compagnia.

17settembre
2021

Emanuele Trevi

Neri Pozza

« Due vite » di Emanuele Trevi ha vinto il premio Strega 2021, il più ambito fra i premi letterari italiani e destinato ai romanzi. Ma “Due vite” è un romanzo? Apparentemente no. È un saggio? No. È un saggio narrativo? Direi di no. È una cosiddetta “autofiction”? Nemmeno. Cos’è, allora? Oso dire che quel libro è un “memoriale affettivo”. È una lunga riflessione sulla natura di una amicizia vera. Quella fra due scrittori prematuramente scomparsi, Rocco Carbone e Pia Pera, e di riflesso anche quella dell’autore, Emanuele Trevi, con quelle due persone. Sono persone reali (due scomparse, uno ancora in vita e testimone) e dunque ecco la sfumatura realistica del racconto biografico: ma non c’è nessuna biografia. Ci sono invece evocazioni di momenti, pensieri, battiti di personalità, rovelli interiori, limpidezze, affabilità e aculei psicologici, racconti di incontri e parole e soprattutto il manto caldo di una amicizia che non può trascolorare. Non è nemmeno una “realtà romanzesca”, giacché di fatto non ci sono grandi fatti e accadimenti. Eppure, nel suo insieme quel libro ha l’allure romanzesca di una affezione di mente e di cuore raccontata per lasciare un segno vivo, ha la forza della rievocazione di due persone amiche tra loro e amiche dell’autore, risucchiate dal destino dentro la voragine del silenzio dei morti. Se lo si legge accettando questa sua singolare natura non ben definita (ma chiamiamolo pure romanzo dai, adesso) “Due vite” entra in circolo dentro le vene del lettore, che si incuriosisce, sente empatia per “due vite” che sembrano perdute per sempre nell’oblio e invece la letteratura le sta salvando, in qualche modo. E ci si interessa, ci si appassiona. Confesso che non conoscevo né Rocco Carbone né Pia Pera se non come nomi non frequentati di scrittori, vagamente. Adesso naturalmente la lettura del libro di Trevi ha acceso una curiosità che dovrà essere almeno un poco appagata. Ma non importa, subito. Importa che nella scrittura di Trevi, precisa e raffinata, stilisticamente accurata, attenta nella sincerità, nascono i ritratti (per impressioni, per rintocchi di memoria, per tentativi di evocare e capire) di due persone di forte tempra (al di là di un giudizio letterario, che sarà subordinato e forse non sarà decisivo per la forza morale delle due persone). Rocco Carbone, dice Trevi “è una di quelle persone destinate ad assomigliare, sempre più con l’andar del tempo, al proprio nome”. Uno scrittore ostinato, con addosso piccole grandi ossessioni e lampi geniali di intuizione ed espressione. Difficile, vero, ispido e buono. Negli affetti è fedele ma richiede assoluta fedeltà, con la moralità vera non si scherza. Pia Pera è “una specie di Mary Poppins all’incontrario, dotata di pericolose riserve di incoerenza e suscettibilità”. È provvista di molta ironia, ha lampi di generosità e di malizia, scrive pagine e coltiva orti, vuole bene, vuole vivere nonostante la malattia la ghermisca presto. E la vita di Rocco Carbone, ancor più giovane, viene violentemente spenta da uno stupido incidente in ciclomotore. Di quelle due persone singolari Trevi custodisce e salva le vite affettive e ce le consegna, illuminando anche la loro forza intellettuale. E così chi legge il romanzo “Due vite” (ma sì, è un romanzo) naviga anche nel liquido buono della letteratura, può annotarsi su un foglio a lato nomi di scrittori e libri da andare ad esplorare, soggiogato dall’empatia.

11giugno
2021

Richard Ford

Feltrinelli

Bilanci di vita, vite ampiamente vissute ma ancora tenacemente appese all’istinto pisco-sociale di sopravvivenza. I cocktails, le amanti e gli amanti, i rassicuranti e fidati oppure asfissianti rapporti di coppia nel deposito coniugale degli anni, le domande sul senso che un’esistenza forse ha avuto quando in quella esistenza si fa sera, lo struggimento per un possibile senso da afferrare ancora. Queste piste di sintesi sono soltanto un traccia dei racconti che sotto il titolo “Scusate il disturbo” Richard Ford (uno dei maggiori scrittori americani viventi) ha pubblicato quale sua opera più recente. Non è un paese per giovani, quella raccolta di racconti, quasi completamente abitati da vecchi, perlopiù ben messi e ancora scalpitanti con cautela, gente di norma ricca, immobiliaristi, finanzieri ben pagati e appagati, scrittori forse non eccelsi ma con buoni introiti, avvocati quasi a riposo e intellettuali un po’ sfibrati. Attorno ai barbecues e con l’aiuto di Martini abbondanti si ripensano le vite, perché un significato, un lascito, una solidità non solo economica possono forse mitigare la ben nascosta paura dell’abisso che ci attende tutti. Ho provato dunque a dare l’atmosfera interiore e lo struggimento esistenziale di questi personaggi vivi e affaticati che gustano le ore presenti e meditano su quelle passate, sui rapporti personali, i sentimenti, le storie, le carriere. Al di là di ciò, quello che davvero conta e che rimane, in questi racconti di Ford (lui stesso appartenente alla generazione di cui parla: è nato nel 1944) è la forza della sua narrazione, è l’avviluppo fluido della sua capacità stilistica, fra dialoghi densi e secchi e acute riflessioni nascoste. Ford con questi racconti ricorda il John Updike di certi romanzi (per esempio “Coppie”) e poi anche il Roth delle vecchiaie ipocondriache o nostalgiche. Forse esiste davvero una mai ufficialmente istituita “scuola americana” di scrittura fiorita in questi ultimi decenni in cui i “vecchi” (vivi o morti) Roth, Malamud, Updike, Vonnegut, Williams, Ford appunto e altri restano per il momento ancora più solidi rispetto ai talentosi ma più inquieti, indecisi Franzen, Auster, Foer,…. Ma queste sono soltanto soggettivi tentatovi di impressioni, per cercare di situare il nome di Ford nel panorama della narrativa americana. Resta il fatto che i suoi racconti sono un ritratto d’America fuori da ogni retorica, con istantanee di normale, spesso banale, inquieta e talora drammatica quotidianità. I personaggi sembrano quelli che guardano spesso da finestre-bovindo e dalle terrazze nei dipinti dal pittore Edward Hopper dentro luci serali dorate, estenuate.

28maggio
2021

Giorgio Orelli

Casagrande

Giorgio Orelli, nato cent’anni fa, morto otto anni fa, torna a Prato, la “dolce conca” del villaggio materno dove era cresciuto. Ci ritorna (ecco uno dei piccoli miracoli della letteratura) grazie alla pubblicazione postuma di alcuni racconti che lo scrittore aveva macinato per anni e anni lasciandone appena scorgere alcuni bagliori in qualche pubblicazione e per il resto tenendoli sempre per se, sul tavolo, e lavorandoci sopra in continuazione. Adesso li possiamo leggere grazie alla loro pubblicazione nel piccolo libro “Rosagarda”, curato per Casagrande da Pietro De Marchi e Matteo Terzaghi, studiosi e amici di Orelli. Naturalmente Giorgio Orelli fu soprattutto poeta, di grande risalto e forza, e studioso e ricercatore letterario. In prosa, aveva pubblicato una sola sola -bella- raccolta di racconti (“Un giorno della vita”, riedita qualche anno fa da Marcos y Marcos”). Questi racconti custoditi e lavorati da Orelli in vita ora prendono luce e ci fanno re-incontrare con emozione Giorgio Orelli redivivo in pagina e dentro la quieta altura di Prato (e dei suoi “pascoli estremi”). Rosagarda è il nome letterario che Orelli ha sempre dato al suo villaggio d’infanzia e giovinezza e di tutte le estati della vita (i curatori del volume ci rivelano che quel nome non è pura invenzione ma è quello vero di un pascolo che sta fra Prato e Rodi Fiesso). Anche l’alter ego dello scrittore che torna in età indefinita a Prato ha un nome, Francesco, che in effetti all’anagrafe è il secondo nome di Giorgio Orelli. È lui, il magro, alto, allampanato Giorgio-Francesco l’io narrante che si aggira dentro il tempo e lo spazio a fiutare con naso scanzonatamente proustiano le tracce di vite minime e indelebili in una “recherche” per nulla nevrotica dentro “il cerchio familiare da cui non ha senso scampare”. La narrazione dei racconti si distende fluida, con un canto ininterrotto di piccole cose, piccole storie affidate a voci, invenzioni, ricordi, battute di spirito di giovani un po’ goliardi (cacciatori di marmotte e di bellezze muliebri spiate nelle movenze delle domestiche dei villeggianti o scrutate col cannocchiale nel piccolo campo di nudisti sul versante opposto della valle). Nello slargo breve della piazza corrono chiacchiere e dall’alto di finestre appena socchiuse giungono gesti e sguardi lenti di donne mentre nelle “stufe” (le“stüe”, i locali caldi sotto le camere delle vecchie case di legno) voci di vecchi e cauti passi nelle stanze di sopra sembrano rintocchi del tempo. Le piccole storie, con rapidi momenti anche comici, allusivi, sono infatti creatrici di una vita che restituisce e mescola tempo e luoghi. Davvero, come scrivono i curatori negli utili apparati e note, “è la vita che festeggia se stessa nel tempo ampio della memoria, dove le esperienze si confondono e i morti e i vivi, i presenti e gli assenti, possono tornare a incontrarsi”. La prosa orelliana di questi racconti ha anche calchi dialettali e accenni di sperimentazione linguistica (forse qualche momento stilistico può apparire oggi anche un po’ datato, con echi di lontano neo-realismo che però appartengono alla vivezza delle carte lasciate dallo scrittore). Balza all’orecchio e alla mente, nei racconti di Orelli, una evidente, musicale consonanza con la memoria della sua poesia (vi si ritrovano echi e rintocchi della sua lirica). Il filo dei racconti è fluido: i giovanotti, gli uomini, parlano molto di caccia, di piccole cose piane, gatti e donne, mucche nella stalla, fieno da tagliare, vita da vivere, desideri di lontananze, andirivieni di migranti. I vecchi ricordano, l’amico Pasquale è un filosofo rurale e affabulatore, le pagine cantano e Francesco-Giorgio si aggira nel suo paese imbattendosi in silenzi che lo rendono trasognato al confine fra l’essere e il non essere: “…Non si vede anima viva e anche a me sembra d’esser vivo per miracolo, uno che c’è e non c ‘è. Si muove una tendina nella vecchia casa dove zio Gaetano aveva il suo laboratorio di scultore in legno. Ombra, sgomento d’un attimo, presto l’occhio mi avverte che un vetro è rotto, così che il vento scosta la tendina come una mano invisibile. Nessuno è veramente assente, e mio zio è là…”. Vengono in mente i versi di una delle indimenticate poesie di Orelli, “Nel cerchio familiare”: “Entro un silenzio così conosciuto/i morti sono più vivi dei vivi “.

21maggio
2021

Simone De Beauvoir

Ponte alle Grazie

I libri postumi degli scrittori importanti hanno il fascino della rivelazione nuova e il rischio del dubbio. È sempre bello tornare a leggere scrittori che amiamo. Ma sorgono anche domande. Perché dei libri escono postumi? Se gli autori fossero vivi, li pubblicherebbero? Chi ha apprezzato e apprezza la forza letteraria di Simone De Beauvoir - e il suo grande impegno civile – ha in ogni caso voglia di correre a leggere “Le inseparabili”, appena uscito in Francia con gran clamore e subito tradotto anche in italiano. De Beauvoir, nata nel 1908 e morta nel 1986 (autrice di memorabili romanzi e di saggi, fra cui il fondamentale libro “Le deuxième sexe”, vera inaugurazione della sensibilità femminista) aveva quel libro da anni nel cassetto. E se non l’aveva pubblicato era per due motivi: il primo è che si trattava di un contenuto fortemente autobiografico e forse lei nutriva qualche riserbo di privatezza. Ma il secondo e più decisivo motivo è che Jean Paul Sartre, compagno di una vita della De Beauvoir, l’aveva dissuasa (lo si è saputo) dal pubblicare quel libro, confermando anche in questo un suo autoritarismo intellettuale. Adesso gli eredi della scrittrice hanno ritrovato il testo del romanzo e hanno deciso di pubblicarlo e la scelta appare giusta, anche leggendo la ricca e documentata postfazione. “Le inseparabili” possiede una sua completezza, una sua freschezza narrativa, un suo profondo senso di “verità” nel narrare l’esperienza infantile e adolescenziale di Simone in un rapporto di amicizia totalizzante e assoluta con una sua compagna di scuola. Si capisce che si tratta di una di quelle affezioni sentimentali che possono capitare fra ragazzi dello stesso sesso nella fase puberale della vita (e ai quali succede, come capita anche a Simone e alla sua amica, di accorgersi poi anche del richiamo dell’altro sesso). Nel romanzo Simone De Beauvoir diventa Sylvie e la sua amica Elisabeth Lacoin, detta Zizi, diventa Andrée. La storia ha naturalmente le sue invenzioni narrative ma si è saputo che essa viaggia sulla traccia vera della reale amicizia fra la scrittrice e la sua compagna, al punto che nel libro al testo narrativo si aggiungono lettere e fotografie autentiche che testimoniano la sostanza di quella amicizia sbocciata davvero (una amicizia amorosa un po’ asimmetrica, nel senso che si capisce che Sylvie è quella che vive l’attrazione in modo assoluto diventandone totalmente pervasa, rispetto alla più distaccata e per certi versi inafferrabile Andrée). La storia personale, intima, di questa amicizia si iscrive sullo sfondo sociale e morale di un ambiente singolare: la famiglia di Andrée è cattolicissima e ultraconservatrice, provvista di tutti i crismi di un moralismo puntuto e di una consapevolezza della propria aristocrazia socio-culturale di privilegio (siamo negli anni ’20). Sylvie vive in una famiglia anch’essa tradizionale ma meno assillante. La pressione della famiglia di Andrée non riesce a scalfire l’amicizia fra le due ragazze, che si ritagliano spazi propri. La mano forte della famiglia non risparmia invece la vita personale di Andrée, che si sente addosso le mire di due genitori tutti tesi a far sposare le loro figliole a giovanotti dotati di un ottimo patrimonio finanziario, morale e politico. Sylvie (Simone) saprà difendersi meglio e prenderà coscienza della propria libertà di ragazza, di donna e di persona. La prosa della De Beauvoir conferma la forza di scrittura di una delle grandi autrici del ‘900. Al di là della storia personale delle due ragazze e dell’affondo nel tessuto moralistico e conservatore in cui essa si svolge, De Beauvour ci restituisce con vivezza asciutta ambienti e atmosfere. Basti qui un solo esempio, riferito alla inconfondibile atmosfera della vetusta e signorile casa di campagna della ricca famiglia di Andrée, dove Sylvie viene invitata in vacanza. In pochissimi tocchi (solo odori e suoni) c’è un quadro completo per gli occhi e la mente del lettore: “Seguii Andrée attraverso un vestibolo che profumava di crème-caramel, di cera fresca e di vecchio granaio; le tortore tubavano, qualcuno stava suonando il pianoforte.” In due righe c’è tutta una casa, ci sono un tempo, una storia.

07maggio
2021

Edith Bruck

La nave di Teseo

Siamo nel 1944, in un villaggio ungherese una ragazzina di 13 anni, di famiglia ebraica, viene con tutti i suoi cari trascinata di forza via da casa. Lei e la sua famiglia e migliaia di altri ebrei vengono ammassati su un treno merci e portati nei campi di concentramento nazisti. I ragazzi vengono brutalmente strappati ai genitori, i quali andranno ben presto a morire nelle camere a gas. La bambina, Edith, comincia con la sorella maggiore una peregrinazione terribile nei campi di Auschwitz, Dachau, Birkenau, Bergen-Belsen. La sofferenza è atroce: le ragazze sono denutrite, affamate, umiliate: vedono una loro amica, antica compagna di giochi al villaggio, suicidarsi disperata gettandosi contro la recinzione elettrificata. Edith vede in azione il male: lei e gli altri prigionieri devono anche assistere da vicino alle impiccagioni di giovani compagni di prigionia, colpevoli di tentate ribellioni. Questa tragedia viene narrata, 75 anni dopo, con precisione lucida, da quella ragazzina: perché Edith quasi per miracolo alla fine ce la fa a scampare con la sorella. Per Edith è dura ricominciare a vivere con dignità e pienezza dopo quella terribile esperienza: viaggerà in molti paesi e finalmente trova in Italia una nuova patria anche perché lì incontra il poeta (e regista) Nelo Risi, che sarà il grande amore della sua vita. I due si sposano e vivranno assieme il resto delle loro due esistenze. Risi muore nel 2015, malato di Alzheimer, e la moglie l’ha accudito personalmente sino alla fine. Edith oggi ha 90 anni e vive a Roma. Nel frattempo e nel corso dei decenni è diventata scrittrice in lingua italiana, autrice di parecchi romanzi. Ora ha deciso di scrivere questo libro per dire un’altra volta meglio e fino in fondo quel che ha già detto molte volte e perché vuole obbedire alla esortazione che un ebreo morente (mentre lei ragazza era costretta a trasportare cadaveri di prigionieri e ammonticchiarli per farli bruciare, ma alcuni detenuti erano ancora flebilmente in vita!) le aveva mormorato: “Racconta. Non ci crederanno, racconta, se sopravvivi, anche per noi”. Poche settimane fa a Edith Bruck è successa una cosa che l’ha commossa. Il Papa aveva letto il suo libro e ne era stato colpito. E così, saputo che la Bruck vive a Roma, Papa Francesco decide improvvisamente di farle visita, senza ufficialità. Telefona ad annunciare il suo arrivo, si fa portare con discrezione nella via dove la scrittrice abita, sale, Edith Bruck apre la porta e dirà poi che quando il Papa le ha preso le mani (i due sono vaccinati, niente mascherine…) si è messa a piangere, e più volte durante il lungo colloquio nel salotto di casa lei ha pianto ancora. Perché il Papa le ha manifestato la propria emozione solidale, le ha fatto domande trepide e ha voluto in particolare che gli raccontasse bene alcuni episodi che nel libro Bruck chiama “le piccole luci”, i pochissimi spiragli di bontà dentro la voragine del male (come quando un soldato tedesco lancia, a lei affamata e denutrita, una gavetta ordinandole di lavargliela ma dentro le ha lasciato uno strato di marmellata, per aiutarla). Il Papa, settant’anni dopo, ha voluto sentirsi ripetere quegli episodi che riescono a non cancellare del tutto la speranza dell’uomo, il desiderio di bene. Un libro, quello di Edith Bruck, che deve essere letto, così come deve essere letto il bellissimo e tremendo piccolo libro “La notte”, in cui il premio Nobel Elie Wiesel racconta la propria esperienza di quindicenne ad Auschwitz, unico scampato di tutta la sua famiglia. La testimonianza di chi c’era e ha visto (ed è ancora vivo come Bruck, oppure già morto come Wiesel: ma la scrittura non muore, rimane), è per noi un dovere: civile e morale prima che letterario.

23aprile
2021

​Marco Balzano

Einaudi

“ - Tu non dovevi nascere -. Questa frase Moma me la ripete da sedici anni. Moma è mia madre, la chiamo così fin da bambino. Qualche tempo dopo la prima gravidanza l’avevano operata all’utero e le avevano detto che poteva scordarsi di avere altri figli (…). Forse per questo Moma mi ha sempre amato come una pazza, perché da desiderio senza speranza sono diventato carne ed ossa”. Comincia così, con questa confessione del ragazzo Manuel, la storia sua e di sua madre Daniela, e anche dell’altra figlia, sua sorella Angelica, il nuovo romanzo di Marco Balzano che i tre personaggi narrano, alternandosi, ognuno in prima persona. Loro stanno in Romania e faticano a farcela economicamente. E allora capita che questo amore assoluto di sua madre Manuel lo sente come tradito, o quantomeno interrotto, mutilato, quando la mamma decide di partire per Milano, dove vuole fare la badante e diventare una pendolare periodica (tornerà, quando potrà, una volta all’anno, forse). I figli vengono affidati ai nonni, perché poi il padre, già sfaccendato di suo, colpito da quella che ritiene una fuga da parte della moglie finirà per andarsene via di casa, girovagando in Romania come autista di camion. I nonni sono una sicurezza affettiva e di radice forte, di robusta sapienza contadina e antica. Ma la mamma manca, la sua assenza è una amputazione, Manuel ne soffre e a poco servono i regali che la madre manda da Milano oppure porta con se le poche vote che torna, peraltro per ripartire presto. Il lettore vive su due scene: da una parte segue il travaglio di Manuel e Angelica e percepisce i paesaggi, le stagioni, gli odori, le usanze della provincia rumena, e coglie la preziosa vena umana e ben radicata dei nonni); dall’altra parte si vivono i giorni milanesi di Daniela, la sua esperienza difficile, la sua nostalgia aspra, i piccoli palpiti di umanità e persino di affetto che lei riesce a stabilire con quelle persone fragili, invecchiate, totalmente sconosciute che le vengono affidate e che lei deve curare fin nei bisogni più intimi (c’è poi anche una esperienza come bambinaia, con esiti d’altro genere). Poi succede che la vita riservi fatti inattesi e Daniela deve fare i conti con una emergenza di una sua presenza a casa, accanto a Manuel: non sveliamo nulla, qui, della trama, se non dicendo che Daniela dovrà capire se riuscirà a riannodare davvero il filo affettivo, biologico, di pancia e di cuore che la lega al figlio abbandonato a intermittenza, e se lui saprà riacciuffare quell’amore “da pazza” per lui che aveva percepito in sua mamma. Daniela, Angelica e Manuel cercano di farcela, di tener vivo il laccio prezioso, non eliminabile, del loro rapporto primigenio, nonostante gli strappi della migrazione, della “fuga”. Il romanzo di Balzano, raccontato con linguaggio trepido, partecipe, di immedesimazione attenta con i personaggi, narra una storia di sentimenti privati ma tocca anche un tema sociale sensibile: noi le badanti le giudichiamo in genere a metà, in base alla loro sola funzionalità che ci interessa (sapranno curare bene i nostri cari che affidiamo loro? Saranno efficienti?). Invece quelle donne hanno una identità completa e complessa, possiedono una loro storia personale profonda, hanno lasciato in patria affetti e memoria, rimpianti e ansie, legami di sangue: vita. Vale la pena non dimenticarlo mai. Il libro di Balzano è un romanzo che tocca corde sociali ed è anche un romanzo di struggimento e di nostalgia. Belllissimi i due versi di Mario Luzi che l’autore (il quale non a caso dedica il libro alla propria madre) ha posto in capo al proprio romanzo: “Passa sotto la nostra casa qualche volta,/volgi un pensiero al tempo ch’eravamo ancora uniti”.

26marzo
2021

L’Ora Nona

Einaudi

Una Brooklyn brulicante di gente a inizio Novecento, nel melting pot di immigrazione fresca, uno sguardo irlandese e cattolico, una storia di grazia, vocazione, sentimenti amorosi, drammi interiori. La scrive Alice McDermott, di cui abbiamo apprezzato in passato parecchi romanzi (e su “Il nostro caro Billy”, molto bello, abbiamo lavorato). Non è un romanzo sulle suore cattoliche, questo, ma certo dentro di esso ronzano molte suore e suorine piene di fervore e carità, infaticabili. Alcune di queste suore, nella tenacia e nel candore della loro fede, risultano figure di fresca bellezza, testimoni di grande forza. Poi “lo spirito soffia dove vuole”, la vocazione religiosa può fiorire ma anche sfiorire, il groviglio dei sentimenti, delle pulsioni, dei legami familiari e affettivi costituisce il percorso complesso, intenso e sofferto di ogni vita. Il nucleo della storia parte da una giovane coppia di immigrati irlandesi, in cui subito viene a mancare, in modo drammatico, l’uomo, che sarebbe dovuto diventare il padre della creatura di cui la sua compagna era incinta. E così Annie resta sola con il suo figlio in pancia e senza denaro e lavoro. E’ qui che interviene la fervorosa rete delle suorine di carità, che alternano preghiere claustrali a continue scorribande nella affollata e povera realtà urbana di Brooklyn a soccorrere malati e sventurati. Annie viene accolta in convento, lavorerà nella lavanderia e stireria, metterà al mondo la piccola Sally e anche la bambina crescerà fra lenzuola, vapori di bucato, odore di sapone e chiacchiere di suore. Sembrerebbe che Sally, la quale fra le suorine alacri si trova benissimo, senta il soffio di una vocazione. E lo prende sul serio. Ma Sally prende sul serio anche la realtà che le accade intorno. Il romanzo segue la vita di Annie e Sally (che diventa grande) e ci racconta la loro storia sentimentale e affettiva, i loro incontri, la drammaticità della loro esperienza. Fino ad esiti complessi. La forza di questo romanzo sta in una grazia narrativa tutta intessuta attorno a un realismo di piccole cose, povera gente, bisogni primari, urgenze di vita quotidiana e al tempo stesso spalancata su due versanti: da una parte la carità vera, concreta, toccabile con mano, delle piccole suore di carità (il romanzo è anche, senza nasconderlo, un cantico intenerito alla bellezza delle vocazioni religiose vere, c’è in Alice McDermott come una profonda nostalgia per una fede che forse lei ha perduto, chissà); dall’altra parte (tutta intessuta con la prima) sta il cammino di vita di Annie e Sally e di alcune persone da esse incontrate e la cui esistenza si intreccia con la loro. Grazia e fede, libertà, responsabilità, senso di colpa, tutto si mescola in una narrazione dove riluce la bellezza del bene e al tempo stesso non si nasconde la drammaticità del vivere e il costo della libertà, il travaglio delle scelte. L’Ora Nona, titolo del romanzo, è una delle ore fisse delle preghiere quotidiane di monaci e monache (“ora et labora”, prega e lavora, è il motto di San Benedetto, fondatore del monachesimo conventuale) e definisce la preghiera delle tre del pomeriggio, che è anche, per i cristiani, l’ora della sofferenza e della morte. Tanto per capire che nel romanzo c’è tutto, dalla freschezza alla tristezza.

19marzo
2021

Nathan Englander

Einaudi

Se amate le storie molto ebraiche, con molta fede ortodossa, molte ritualità ossessive ma anche molta irrisione mordace, fra incupita serietà e comica leggerezza, allora potete metter mano a questo romanzo di uno scrittore ebreo cinquantenne, pendolare nella sua vita fra Stati Uniti e Israele. Bisogna aver gusto per il genere, ecco. Detto questo, apriamo appena un poco il sipario sulla scena di questo romanzo uscito due anni fa negli Stai Uniti e tradotto ora da Einaudi. Larry è un giovane ebreo che vive a Brooklyn e si è smarcato in modo un po’ libertario e un po’ indifferente dalle varie costrizioni di fede e di riti della propria religione. Però quando il suo amato padre (che invece è ebreo osservante tutto d’un pezzo) muore, egli deve correre a Memphis, dove la religiosissima sorella, con marito e figli e amici e rabbini vari, ha convocato il fratello ribelle perché egli osservi con loro i sette giorni rituali di lutto stretto. Lui controvoglia partecipa con insofferenza e piccoli gesti ribelli a quella che gli sembra una recita di usanze remote. Però poi la sorella e i rabbini non demordono: lui, in quanto figlio maschio, dovrà, una volta tornato a Brooklyn, recitare il “Kaddish del lutto”, ogni giorno per undici mesi, alla presenza di almeno dieci ebrei maschi, così da poter assicurare al padre spirato una pacifica collocazione nell’aldilà. Larry promette che cercherà di farlo ma si capisce subito che non avrà la costanza di farlo e la sorella e compagnia gli fanno una testa così. Lui sarà anche spregiudicato e agnostico ma un minimo barlume di coscienza se lo conserva e capisce che per rispetto di chi crede e della stessa figura del padre deve pur fare qualcosa. E su suggerimento altrui scopre una cosa curiosa: esiste un sito (kaddish.com) che rimanda a solerti giovani studiosi ortodossi ebraici. I quali a Gerusalemme, su ordinazione e dietro compenso finanziario, assicurano ogni giorno per undici mesi la regolare recita del kaddish. Larry respira, clicca, contatta, paga e affida il compito pio a un giovane studioso ortodosso di Gerusalemme che si chiama Chemi; e si mette il cuore in pace per la pace della sorella viva e di quella del padre morto. Poi però succede che passano alcuni anni e Larry, per inquietudini sue, torna alla sua antica fede e ridiventa ebreo osservante ed ortodosso e dunque gli rode dentro il senso di colpa per aver comperato un servizio religioso da delegare a terzi e aver così ceduto a un’altra persona il dovere-diritto di pregare per l’anima di suo padre. Del giovane Chemi egli conosce solo il nome, assieme all’indirizzo mail del sito. Larry vuole ricontattare l’orante a distanza per “farsi ridare indietro” la delega e rifare lui stesso l’esercizio religioso del kaddish, mettendosi in regola come ebreo e come figlio. Senonché risulta difficilissimo risalire al giovane studente che aveva pregato parecchi anni prima su incarico, e anche il sito kaddish.com appare un po’ fumoso e vago. Comincia insomma un travaglio doloroso e comico, ossessivo e grottesco del Larry ravveduto alla ricerca di chi gli deve restituire la delega religiosa e morale. La vicenda è tutta da scoprire, seguendo l’affannoso cammino di Larry fra Brooklyn e Gerusalemme. Ci si diverte come leggendo un giallo e al tempo stesso si capisce, al di là della sdrammatizzazione comica, quanto possa essere profondamente radicata nel cuore di un ebreo molto osservante la responsabilità, rituale e di sostanza, della propria fede. Nathan Englander non prende posizione. Racconta, e basta. E lo fa molto bene.

12marzo
2021

L'altra donna

Einaudi

Pare (almeno così sostiene una delle protagoniste del nuovo romanzo di Cristina Comencini) che ogni donna custodisca nel proprio organismo interiore il DNA di ogni uomo con cui ha avuto una relazione. E può dunque succedere che se, poniamo, una donna diventa la compagna di un uomo che per per lei ha lasciato la moglie, lei si trovi a condividere, con quella moglie lasciata, un DNA in comune. Due donne, insomma, possono condividere dentro se stesse le tracce del passaggio (diciamo così) di uno stesso uomo. E quindi per ogni donna che viva un sentimento forte con un uomo ci può essere l’evocazione di una “altra donna”, con cui si devono fare i conti, anche se quell’altra donna sta ai margini della vita attuale, consegnata a un tempo precedente. È questa la chiave d’avvio del romanzo, in cui troviamo una giovane donna, Elena, laureata fresca in economia, che si innamora di un suo professore molto più vecchio di lei e che per lei lascia la moglie Maria (che a dire il vero lui aveva già un po’ tradito in precedenza, e insomma il matrimonio sembrava già un po’ traballante). Fatto sta che Elena e Pietro inaugurano un ménage amoroso bello e dinamico (lei economista, lui pendolare fra Italia e Bruxelles, dove è eurodeputato). Ma dalle retrovie degli anni rispunta Maria, la moglie, la quale, in piena era di social-media, escogita uno spregiudicato artificio (una amicizia su Facebook richiesta sotto falso nome) per entrare in confidenza con la “nuova donna” dell’ex marito: con grande abilità Maria si confida un poco (rivela di essere separata da un marito che l’ha lasciata per una compagna più giovane ma cambia nomi e dettagli, depista i particolari) e soprattutto riesce a cavare da Elena moltissime indiscrezioni poiché la giovane donna, ingenuamente, rivela molte cose della sua bella storia con l’uomo più vecchio di lei di trent’anni. Infine Maria, non contenta dell’imbroglio via Facebook, si presenterà di persona, per vedere dal vivo la sua sostituta. La storia poi cammina lungo il filo di una trama abbastanza animata, ci sono di mezzo una amica in comune e anche la comparsa di un giovane figlio adulto di Pietro, pressoché coetaneo della fresca compagna del padre. Gli sviluppi narrativi sono un po’ troppi ma Cristina Comencini riesce lo stesso, con lo stile nitido di una scrittura di indagine interiore (soprattutto nell’animo e nel cuore di Elena) a raccontare il cammino di una giovane donna verso la maturità completa di una età adulta, consapevole e libera. L’artificio iniziale dell’amicizia camuffata su Facebook è solo una furba invenzione di gusto contemporaneo che permette nondimeno di evocare l’eterna questione, in campo sentimentale, delle ombre (benevole, o ingombranti, o maligne) degli ex dentro le “nuove storie”. Mi è venuta in mente, quasi a suggello di questa tesi centrale della Comencini, una frase densa che avevo annotato leggendo “La città e la casa” di Natalia Ginzburg: “… pensavo che i matrimoni è ben difficili disfarli, ne rimangono sempre dei pezzetti sparsi, che ogni tanto sussultano e buttano sangue”.

05marzo
2021

Donatella Di Pietrantonio

Einaudi

«L’Arminuta è diventata grande», dice la fascetta che avvolge “Borgo Sud”. In effetti Donatella Di Pietrantonio, che ci aveva colpiti e commossi con lo struggimento della ragazzina Arminuta (la “ritornata”, in dialetto abruzzese), “data via” a sei mesi dai suoi genitori a parenti lontani e da questi ultimi ridata indietro a tredici anni alla madre al padre originali, non senza stordimento affettivo e profondo travaglio, qui continua quella “storia”. E la continua con un balzo nel tempo, perché intanto l’Arminuta è diventata donna, è diventata grande, ha studiato e ora è insegnante in Francia, a Grenoble. Il nuovo romanzo è costruito con tessere di mosaico che viaggiano nel tempo (sulle prima bisogna raccapezzarsi bene): e così ritroviamo accanto all’Arminuta, in diverse stagioni, la sorella Adriana (che bambina si era legata profondamente alla nuova sorella di colpo apparsa nella sua vita). L’Arminuta grande, prima di andare a Grenoble a cambiar vita, si era ritrovata a Pescara, adulta e sposata con Piero, e un giorno Adriana, sino a lì molto latitante e sfuggente, si presenta a casa sua con il fagottino di un bimbo neonato… Il filo della storia ondeggia fra tempi diversi, fra passato e presente, e un giorno qualcosa di importante deve essere successo, se l’Arminuta da Grenoble si precipita a Pescara, mollando l’insegnamento, il gatto e l’intermittente compagno cui lascia in custodia la nuova storia affettiva e il felino. Le due sorelle, entrambe ferite da un rapporto difficile e quasi anaffettivo con i genitori, ricercano nella loro difficile, spesso aspra e conflittuale “sorellanza”, nonostante tutto, il senso di una appartenenza familiare, di una radice comune che le definisca. Entrambe avranno un amore importante per un uomo (a ciascuna il proprio), entrambe conosceranno, di questi due rapporti sentimentali, stranezze, contraddizioni, rovesci. Forse in questa ultima parte del romanzo la scrittura di Di Pietrantonio, che nella prima parte del libro conferma tutta la vena felice di “L’Arminuta”, sembra quasi meno sicura, fa accadere un po’ troppe cose e si avventura in espressioni meno sorvegliate, che in “Arminuta” non c’erano. Tre soli esempi: “Era innamorata del sogno di Rafael, vivere in mare senza altri padroni che il vento”. Via col vento. Oppure quando si sta cuocendo la minestrina: “Le stelline si sono cotte nel silenzio e nel fragore esterno del mare.” Pastina vista mare. Oppure ancora, un uomo si ricorda quando da adolescente si era sentito premere il corpo da dietro, da un altro ragazzo che aveva cercato di baciarlo e lui era sfuggito, “turbato più di tutto dalla rivoluzione che gli scoppiava dentro i pantaloni”. La rivoluzione nelle mutande? No, per favore. A parte ciò, chi ha amato, giustamente, L’Arminuta”, corra a leggere questo “Borgo Sud”, che dice benissimo la nostalgia di radici affettive e la faticosa, difficile ma necessaria salvezza nella “sorellanza”. Io, dei due libri, preferisco il primo. Ma il secondo lo compie.

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