Circolo dei Libri

Per condividere con altri il gusto della lettura, che per principio è individuale ma poi può anche farsi compagnia.

11ottobre
2019

Marcello Fois

Einaudi

L’aspra Sardegna atavica, rurale, nella morsa del gelo d'inverno. L'amicizia forte fra due ragazzi, un "ricco e un povero", quasi un "padrone e servitore". La tragedia della Prima Guerra sul fronte del Carso. La promessa e l'ombra del tradimento, la fede. Paesaggi secchi, scarni, fra terra e nuvole, pennellati benissimo con tratti essenziali. Metafore inquiete, tracce di verità fra realtà e miracolo (e forse qualche digressione o invenzione di troppo). Una scrittura lucida, avvolgente, allusiva. Un romanzo sorprendente, appena uscito, che lascia al lettore spazi aperti e vie di fuga e conferma la bella tempra di uno scrittore. Forse Marcello Fois racconta, intingendo la sua prosa nitida in un sottofondo di lirismo, la storia di due ragazzini amici che poi diventano uomini. Sono Pietro e Paolo, socialmente e psicologicamente diversi eppure uniti (e c’è nei nomi un lieve ma netto richiamo a Pietro e Paolo apostoli, cosi diversi tra loro e cosi necessari all’unità). Per il resto, i due ragazzi della Sardegna rurale di inizio ‘900 sono due amici legatissimi nel tempo d’oro dell’infanzia ma separati dalla condizione sociale. Paolo è il figlio di un padre padrone fattosi ricco, Pietro è il ragazzo povero figlio di un contadino del padrone. Paolo studia, sa di scienza e cultura, Pietro non studia ma sa i segreti della terra, della cultura contadina. I due ragazzi si nutrono reciprocamente di quelle linfe diverse, crescono saldi nell’amicizia, Paolo (delicato di salute) ha bisogno di Pietro e Petro sente il dovere e il piacere dell’amicizia. Arriva la Grande Guerra, i due amici, nati nel 1899, appartengono alla generazione giovanissima chiamata per sorteggio verso il 1918 a farsi massacrare nella “inutile strage” che volge al termine. Paolo viene coscritto, Pietro ci va volontario perché iI padrone sardo, che ha poteri sul benessere della famiglia di Pietro ma anche sulla emozione affettiva del ragazzo, lo induce ad accompagnare l’amico alla guerra e a custodirlo e proteggerlo. Nel fango e nel sangue delle trincee spunta il mistero di un abbandono, forse di un tradimento e forse no, complice il gioco spietato del caso. Finita la guerra, Paolo torna con il corpo segnato, Pietro scompare, riappare e scompare da sbandato e forse bandito. I due non si vedono più. Eppure un mattino, nell’alba fredda, Pietro intraprende, da clandestino temibile e braccato, un lungo viaggio a piedi passando nelle campagne e nelle montagne dove fu da ragazzo felice con Paolo per andare a un appuntamento, ma forse è un agguato, con l’antico e non dimenticato amico. Ci sono di mezzo misteri non chiariti, enigmi che sfiorano il miracolo. E impariamo da questa storia che il miracolo (dalla strana presenza assenza di Pietro in quella trincea) fino alle apparizioni coeve della Madonna a Fatima, non si sa mai bene se sia tale. Ma essenziale è che ci vuole e può ci creda. Misteri aperti, come la svolta di un tradimento che probabilmente non c’è stato e dunque può forse far vivere per sempre il miracolo di un’amicizia. L’autore ha detto che questo è un romanzo “sull’amicizia e sulla fede”.

04ottobre
2019

Romolo Bugaro

Marsilio editore

Ecco un romanzo italiano nuovo, bello. Siamo negli anni '70, a Padova. Alcuni ragazzi adolescenti si ritrovano ogni giorno in gruppo, girovagano in Vespa, sostano in bar di riferimento e angoli di piazza, talvolta risalgono le colline fuori città. Appaiono ancora in boccio, sono perlopiù studenti, spesso annoiati ma anche accesi di inquiete speranze. Fanno un po’ clan, si rassicurano mutualmente. Nasce una di quelle amicizie giovanili solidali, affettive, arruffate ma profonde, con termini gergali di identificazione. Naturalmente i maschi adocchiano le ragazze, sentimentalmente e concretamente praticano poco ma sognano molto. E' la loro stagione dorata, indimenticabile. Si fraternizza, si litiga, ci si innamora, fra baldanza e malinconie. Arrivano gli anni della virulenza politica, fra destra e sinistra estreme, illusioni rivoluzionarie o d’ordine, anni di piombo sullo sfondo. “Ma non c’è stata nessuna battaglia”, dopotutto Quei ragazzi che impennano le loro Vespe e i loro ciclomotori e ascoltano i brani rock del momento non sono troppo afferrati dalle ideologie politiche, sono piuttosto pigri e stiracchiati e nondimeno vitali, avvolti nelle spire dei sogni, delle confuse speranze, degli istinti freschi. Poi i destini di quei ragazzi si sfilacciano, ognuno ha esiti diversi, gli anni e i decenni passano. Resta la nostalgia profonda di quell'eldorado giovanile, di quel calore ruvido, vitale. In particolare c’è un pomeriggio preciso, colorato da una dolce luce di sole, che rimarrà vivido, scolpito nella memoria, quale paradigma di quella felicità adolescenziale bella, inquieta, qua e là ferita, perduta. Oppure, ancora, c’è una notte estiva calda e stellata, sulle colline dietro Padova, nei ritmi di una balera e nelle pasticciate inquietudini amorose. Il balzo in avanti di decenni mostra le cicatrici o i segni d’avventura di destini imprevisti – non certo quelli sognati – e conferma che fra i disordinati e cari presentimenti dell’adolescenza e il compiersi delle cose, del tempo, esiste uno iato che appartiene al mistero dei destini, della vita. Romolo Bugaro, scrittore 57enne, narra questa "ricerca del tempo perduto" in atmosfera padovana e le derive degli anni con linguaggio vivido e intenerito e intreccia le varie stagioni, gli anni e i decenni in una mescolanza che induce il lettore a divertirsi, a immalinconirsi, a percepire l'inesorabile trascorrere del tempo.

20settembre
2019

Arno Camenisch

Keller

Paul e Georg sono due amici e colleghi romanci, di radice contadina. Il loro villaggio è dalle parti di Disentis, si occupano di un piccolo sci lift locale. Se ne stanno tutto il giorno nella baracca di legno alla partenza dell’impianto di risalita. Aspettano che nevichi. Gli inverni, in questi tempi di surriscaldamento climatico, sono sempre più avari di neve, si sa. E così, mancando la materia prima, Paul e Georg intanto che aspettano controllano che tutto funzioni, provano a mettere in moto l’impianto, aggiustano piccole cose, lubrificano gli ingranaggi e di tanto in tanto, fra una sigaretta e l’altra, sorseggiano della buona grappa. Ma soprattutto chiacchierano: cosa altro resta da fare se si sta per delle ore dentro il tepore della baracca ad aspettare i fiocchi e gli sciatori? E così ne nasce una narrazione colloquiale, familiare, divertente, allegra e malinconica in alternanza. Questa storia breve, molto orale e ben ritmata, l’ha scritta Arno Camenisch, 41 anni, svizzero romancio, diplomatosi all’istituto letterario svizzero di Bienne, città dove oggi vive e lavora come scrittore. Autore di romanzi e racconti, viaggia molto per presentare i suoi libri e tenere dei “reading” con molto successo e molto carisma. Il suo villaggio natale di Tavanasa, frazione di Briegles, nei pressi di Disentis e della sua celebre abbazia benedettina alpina, è lo sfondo, non detto chiaramente (come invece in altri suoi libri: per esempio “Alla stazione” racconta le chiacchiere , i pettegolezzi, i piccoli segreti e le manie degli avventori del caffè che sta accanto alla stazioncina di legno di Tavanasa). Si percepisce che la storia di “Ultima neve” nasce proprio lì, in quella regione di vasti prati in pendio e grappoli di case punteggiate da campanili sullo sfondo maestoso delle alpi. Il racconto di questa attesa di neve (un po’ ce n’è, si intuisce che qualche sciata viene forse fatta ma insomma la sostanza della storia è che la neve si fa aspettare) assume toni divertiti e qualche volta grotteschi o misteriosi, parafrasando la celebre attesa di Godot del teatro di Samuel Beckett (e Camenisch non si perde la citazione allegra). Le chiacchiere di Paul e Georg, di pura oralità scaturita dai ritmi della lingua romancia (poi Camenisch scrive i suoi libri nelle due lingue parlate fra la sua gente: il romancio nativo e il tedesco acquisito) servono a rivangare piccole storie di paese, gustosi aneddoti e pettegolezzi, dai quali non è disgiunta una malinconia sottile per quella che appare la fine di un’epoca: la cultura contadina sta svaporando, lo spopolamento dei villaggi di montagna è sotto gli occhi di tutti, e nemmeno le stagioni non sono più quelle di una volta… Un piccolo romanzo, una narrazione di intrattenimento ben scritta, con affondi esistenziali mai banali. Divertente. Altri romanzi di Camnisch: “Ultima sera”, “Alla stazione” (Keller) e “Sez Nair”, Casagrande.

13settembre
2019

Fernando Aramburu

Guanda

Chi ha amato “Patria”, dello scrittore spagnolo (e basco) Fernando Aramburu (Guanda) corra fiducioso a leggere i racconti, appena usciti dallo stesso editore con il titolo “Dopo le fiamme”. Non si tratta della continuazione del romanzo (non ci sono più gli stessi personaggi) ma in un certo senso questi racconti sono la prosecuzione in forma morale di quella stupefacente storia di sentimenti privati e tremendo sfondo civile. “Patria” era uscito nel 2016 in Spagna, diventando subito un successo internazionale. I lettori erano stati conquistati e trascinati in una storia vivida di persone alle prese con le speranze, i rovesci, la normalità quotidiana, le impennate del destino e di una drammatica tensione. I protagonisti di quel romanzo erano i membri di due famiglie, in terra basca, dagli anni Ottanta in avanti. La lotta indipendentista del separatismo si incarnava anche nella violenza del terrorismo dell’ETA e la lama dell’ideologia e dell’assolutismo aveva tagliato il tessuto buono di una pacifica quotidianità comunitaria. Adesso, in questi racconti, Fernando Aramburu si sposta di appena pochi anni in avanti, quando l’ETA ha deposto le armi e la terra basca comincia un cammino di pacificazione, seppure fra i segni dolorosi di ferite aperte. E’ di queste cicatrici postume che lo scrittore parla, con una narrazione sensibilissima, accesa di compassione per destini privati che sono stati sconvolti per sempre. Diciamo che Aramburu adesso lavora sul “dopo”, mentre nel romanzo aveva lavorato sul “mentre”. E compie un’operazione narrativa che costituisce anche una missione morale. Perché infatti è facile lo sgomento, è facile il raccapriccio quando esplodono una tragedia, una rabbia, nel fragore del botto e nello squarcio doloroso per morti ammazzati e feriti “freschi”. Ma poi dopo, nel tempo che passa, cala il silenzio della dimenticanza. Invece Aramburu va a socchiudere le porte di case dove il dolore, in dignitoso silenzio, pulsa ancora. Una ragazza rimasta ferita e invalida in un attentato viene riportata dopo mesi d’ospedale a casa da genitori che con lei si vedranno per sempre cambiata la vita; la madre di un ragazzo terrorista rinchiuso a lungo in un carcere lo va a trovare con il suo timido e trepido dolore ogni mese in prigione, per un colloquio breve e vigilato. La moglie di un poliziotto municipale assassinato dai terroristi subisce la pressione ostile della comunità basca che in un silenzioso rancore la vuole espellere. E poi, ancora, madri orbate di figli, figli orbati di padri, famiglie in cui il morso del dolore e del rimpianto ha lasciato una piaga la cui cicatrice non guarirà mai del tutto. Talvolta restano, a fare male, la coda di un rancore non sopito e il veleno vendicativo del sospetto. A poco a poco, nondimeno, una lenta pacificazione si fa strada, anche se non fa nessun sconto al dolore. Aramburu racconta storie private con partecipazione affettiva – compassionevole, s’è detto – e spesso con dolcezza partecipe. Delle pagine simili, oso dirlo, meriterebbe, proprio sul “dopo”, una narrativa italiana che volesse tornare con questo sguardo morale sulla scia postuma dei terribili “anni di piombo”.

06settembre
2019

Pedro Lenz

Gabriele Capelli editore

Un libro un po’ romantico senza sbavature, un po’ alcolico senza cattiveria, stravagante, che racconta di persone sempre un po’ ai margini dei meccanismi ben oliati di benessere e successo. Dalle parti di Olten, nelle periferie del canton Berna. Gente che fa fatica ma ha ambizioni grandi in campo artistico.È il secondo romanzo di Pedro Lenz, il quale scrive i suoi libri in “berndütsch”, il dialetto-lingua della sua regione eaveva nove anni fa sorpreso il mondo letterario elvetico con un primo romanzo spigliato, fresco, divertente, con qualche malinconia ben dosata: “In porta c’ero io” (Capelli editore). In “La bella Fanny” (sempre edito in italiano da Capelli, tradotto da Amalia Urbano) il protagonista è un giovanotto che ha passato di poco la trentina, si definisce scrittore ma insomma di finito e compiuto a dire il vero non ha ancora scritto nulla. Però ci crede e si dà da fare, fra slanci e pigrizia. Gli danno fiducia solidale alcuni, pochi amici, soprattutto un paio di artisti pittori sulla settantina, tenacemente legati una vocazione che ha dato loro molta speranza, qualche labile successo ma soprattutto poche risorse finanziarie. Ma anche loro ci credono. Poi compare la bella Fanny, una giovane donna davvero molto, molto bella, intorno alla quale lo scrittore in divenire (innamorato cotto) e gli artisti attempati (abbastanza presi anche loro), ronzano come falene attorno a una lampada accesa. Pochi protagonisti, dunque, abbastanza sfaccendati e strani, intorno alla luce della bella Fanny, la quale è poco acciuffabile ma quando c’è si fa sentire, in tutti e cinque i sensi. I maschi sono, come s’è detto, un po’ marginali, con un piede nell’indigenza decorosa e un altro nell’ambizione di lasciare un segno, un guizzo di verità artistica. Fra lo scrittore che non scrive ma forse scriverà e gli artisti che hanno molto dipinto con molta fatica ( se hanno talento, esso è abbastanza misconosciuto) scoppietta e anzi arde come un fuoco un’amicizia che dura, con ironia sdrammatizzante e affetto profondo. Forse la vera protagonista di questo romanzo è proprio l’amicizia, più ancora che l’amore il quale, si sa, è sempre un po’ complicato, ineffabile e spesso sfuggente. Il linguaggio del romanzo è acqua viva della parlata discorsiva dialettale, una simpatia gergale di dialoghi e bevute e chiacchierate infinite in atelier, caffè e appartamenti, e struggimenti d’amore e gelosie patetiche e forse inutili. C’è la freschezza goffa di un grande innamoramento maldestro e un po’ doloroso, come tutti gli innamoramenti dei giovanotti buoni, imprecisi, dotati e svagati. Simpatici. I suoi avversari in amore, acciaccati dagli anni, non lo sono poi davvero ma sono soprattutto amici. E Fanny è da adorare ma anche imprendibile, da non possedere: come molti amori, come l’espressione artistica, cui si può fare la corte con tenacia e fedeltà per tutta la vita. Un romanzo arioso, che racconta la compagnia di giro di tipi un po’ squinternati ma pieni di empatia.

07giugno
2019

Alexander McCall Smith

Guanda

La vena feconda di Alexander Mc Call Smith non cessa per fortuna di distillare la sua lievità narrativa. Ecco l’ultimo romanzo del ciclo dedicato agli abitanti del caseggiato al numero 44 di Scotland Street, diventato il numero civico attuale più noto della narrativa britannica. Ma conviene, a chi ancora non conosce questo e gli altri due cicli dello scrittorescozzese nato in Botswana, cominciare dall’inizio. Il primo ciclo è quello della detective africana del Botswana Precious Ramotswe, titolare della Ladies’ DetectiveAgency N 1 (la prima agenzia investigativa femminile del paese e peraltro anche l’unica), formata da lei stessa e dalla diligente e occhialuta segretaria. Precious Ramotswe è robusta, anzi parecchio grassa ma lei non se lo vuole sentire dire, dice che semplicemente ha “la corporatura tradizionale africana”. Lei investiga su piccoli pasticci, imbrogli, ferite esistenziali, grovigli d’amore e di truffa. C’è molto humor, c’è molto buon senso. Se volete leggere le sue avventure dall’inizio, cominciate con ordine, con “Le lacrime della giraffa”. Il secondo ciclo è quello di Isabel Dalushie, donna bella, single e ricca di Edimburgo, filosofa che si permette il lusso di dirigere una rivista di filosofia senza preoccupazioni di vendite e di bilanci. Curiosa delle storie altrui, Isabel si imbatte in casi misteriosi, nodi esistenziali, piccoli enigmi su cui, usando la speculazione filosofica come una lente, indaga discretamente. Il primo libro (che vale la pena leggere dall’inizio, perché la storia di Isabel cresce e cambia) è “Il club dei filosofi dilettanti”. Ed eccoci al terzo ciclo, (di cui parla questo ultimo romanzo) da iniziare leggendo “44 Scotland Street”. A quel numero c’è un vecchia casa con parecchi appartamenti. Mc Call Smith ne scruta gli interni come se fosse uno spettatore curioso ma poi segue anche le uscite dei vari inquilini, l’intrecciarsi talvolta delle loro storie, i desideri,le manie, le tenerezze. Protagonista principale iniziale anche qui è una donna, la giovane studentessa Pat, ancora non bene in chiaro sull’indirizzo da prendere negli studi e nella vita, pronta ad innamorarsi senza essere certa di aver successo, collaboratricea tempo parziale di una galleria d‘arte diretta da un giovanotto sensibile, e un po’ goffo, segretamente innamorato di lei. Rientrano in scena anche gli altri abitanti classici di Scotland Street 44, fra cui il ragazzino Bertie che i due ansiosi e intellettuali genitori vogliono a tutti i costi vedere come bambino prodigio rubandogli brandelli di normale felicità infantile, oppure l’artista Angus Lordie, con ilfedele cane Cyril che beve scodelle di buona birra irlandese nei bar che il suo libertario padrone ama frequentare. Mc Call Smith non allenta la sorveglianza sul suo stile semplice e chiaro e dentro le pagine semina raffinate sentenze di saggezza e suscita lampi di gusto e bellezza, convinto che scaglie di cose buone si annidino fra lepieghe più comuni della vita quotidiana. Narrativa di intrattenimento? Certo. E di qualità. E ricca di gusto, di umanità.

24maggio
2019

Claudio Piersanti

Feltrinelli

Ecco un romanzo notevolissimo, strano, avvincente. Impegnativo e godibile, ti entra nelle vene per incuriosirti, stupirti, interrogarti. E’ un denso racconto realistico e al tempo stesso compie delle vaghe incursioni nell’onirico, nel surreale. Una fiaba? Un apologo della condizione umana nella complessità di personaggi marginali, sensibili, avidi di verità e di libertà? Fatto sta che Claudio Piersanti, narratore già ben collaudato, ci offre una storia che sarebbe imperdonabile disvelare al lettore nella sua trama, svolta stilisticamente in modo efficacemente netto e accurato. Qualcosa si può accennare, senza nulla togliere all’avventura della lettura di questo romanzo. Serena ha 18 anni, è orfana di madre, vive con una zia in un condominio di una città italiana del sud. Il padre, evanescente impigrito, abita remoto qualche piano sopra. La ragazza impara a frequentare, al piano di sotto, un insegnante pensionato stravagante, imprevedibile e umorale, il Professore. Fra i due nasce la scintilla di una attrazione intellettuale e di un rapporto affettivo trepido e pulito. Lei è avida di conoscenza, sogna di diventare medico. Lui si scopre tutore intellettuale ed empatico di quella ragazza così vera e tenace, attaccatissima al suo cane Fox e anche “dog sitter” di altri cani in lunghe passeggiate notturne. Il Professore ha alle spalle una vita difficile di strappi, abbandoni, rabbie. É stato ribelle militante, oggi è un anarchico filosofico con slanci quasi mistici, un nichilista non privo di spiritualità propria, arrabbiato con il mondo, odiatore dei mediocri. È visibilmente perturbato, un caso da psichiatria. É lucido con divagazioni depressive, è colto. E si appassiona alla pulsione vitale di Serena, che lui prepara alla maturità privata e avvia agli studi di medicina. Il viavai di Serena in casa del Professore, con divagazioni a spasso coi cani e incontri di condominio, è la cronaca minuziosa di una educazione culturale e morale. Il Professore coltiva strane idee e costruisce in casa una singolare, inquietante scultura che di fatto è una sinistra, ghignante macchina. La storia prende il volo su sviluppi, fughe, fatti rocamboleschi. Ci sono, si diceva, incursioni vagamente oniriche e descritte in modo grandioso, vien da dire felliniani: una fatiscente villa con parco, decadente e notturna, abitata da vecchie cariatidi avvizzite come comparse fantastiche; i sotterranei di un cadente ospedale dove ardono bivacchi attorno ai quali si muovono stravaganti personaggi sbandati dalla vita; un giovanotto matto e fascinoso, volitivo e imprendibile, si chiama Ottavio Celeste. Mentre Serena cresce e matura, il Professore si intenerisce in una comica regressione infantile. Un rovescio? Fiaba amara e allegra, tenera storia di affetti, il romanzo ti prende di petto, di gola e di testa. La forza di gravità è quella che tira in basso le cose (per questo l’anelito verso l’alto è vera tensione umana) ma anche quella delle attrazioni di destini, del fato che si può cercare di combattere, di una lama che può sempre caderti addosso.

17maggio
2019

Marta Morazzoni

Guanda

In volo, indietro nei millenni, restando qui e ora. Ecco il miracolo della letteratura, arricchito dalla fragranza remota degli antichissimi miti greci. Con questi racconti di Marta Morazzoni i miti ellenici (per molti di noi una reminiscenza scolastica) ci vengono presentati fuori da ogni diligenza accademica, nel loro vago e affascinante impasto di uomini e dèi, odore della terra e segni dell’olimpo. Oso dire che quella di Marta Morazzoni è una sorta di libera trasposizione cinematografica dei miti greci ma senza cinepresa bensì con la penna, anzi la tastiera, ovvero una superba scrittura. Agamennone e la moglie Clitemnestra, la sorella di lei Elena, bellezza tale da scatenare una guerra di dieci anni, e poi Odisseo, Alcinoo e Nausicaa, e Teseo perso nel labirinto e salvato dai fili bianchi di Arianna, e le regine e i re, i guerrieri in armi e i vascelli dalle vele gonfie sull’azzurro del mare greco (il dio del mare un giorno se ne esce dall’acqua e con corporalità umanissima va a pranzare fra le colline), insomma tutti i personaggi, gli eventi, le scene dei miti vengono raccontati in presa diretta dallo sguardo colto, attento, divertito, sensibile della regista–scrittrice. Da tempo sostengo che Marta Morazzoni possiede lo stile più raffinatodi questi ultimi decenni di narrativa italiana. La conferma viene dall’eleganza, dalla musicalità, dalla signorilità stilistica con cui l’autrice ricostruisce queste antichissime e intriganti vicende di uomini e dèi che tanto nutrono, al di sopra e al di sotto della soglia della coscienza percepita, la nostra storia individuale e collettiva. Morazzoni si permette felici licenze immaginose, non bada alle sottigliezze di dettaglio di vicende che già di loro hanno l’incertezza dell’imprecisione: non esistono copioni originali e unici dei miti, essi si avvolgono nelle spire della loro vaghezza e dei loro significati nascosti. La scrittrice fa tuffare il lettore dentro le luci, le stagioni, gli odori di luoghi ed epoche. Ci fa sentire il sole a picco sulla terra arsa, la dolcezza di declivi cosparsi di ulivi e vigne, la riga azzurra del mare appena diversa da quella del cielo, il bianco delle case. E ci fa toccare le passioni, le pulsioni, i desideri palesi e nascosti di quegli uomini, donne, dèi, semidèi, facendoci scoprire quanto quella carnalità e quell’ansia d’esistenza assomiglino alle nervature sensibili nostre, immutate. Non ci sono troppe trame, c’è la minuziosa narrazione di atmosfere, luoghi, gesti; e sentimenti, struggimenti umanissimi. Gli epiloghi si sfilano in una vaghezza fioca, in una incognita che mantiene aperto il mistero. La scrittrice non concede nulla alla facilitazione didattica e presenta i suoi protagonisti senza troppe informazioni. Tocca a noi scegliere se correre a far capo a qualche libro scolastico (o a wikipedia) oppure, forse meglio, lasciarsi andare alla ipnosi sontuosa di questi racconti, con il tempo lento della lettura. Capire tutto, in fondo, non è così necessario: più di tutto il resto, in questi racconti si gioca l’avventura della narrazione pura. I miti, nella notte dei tempi e oggi, dicono e ridicono la trama ineffabile e possente delle passioni umane, parlano anche alla nostra ragione e al nostro cuore.

03maggio
2019

Marco Balzano (Dove nascono e cosa raccontano)

Einaudi

Sostengo da tempo che quella di Marco Balzano, 41 anni, milanese, è una delle più notevoli voci narrative dentro l’affollata selva editoriale dei “nuovi scrittori”. Nel nostro sito trovate le recensioni dei suoi quattro romanzi. Balzano si è ora appena concesso una diversione, pubblicando da Einaudi un “saggio”: “Le parole sono importanti”, che possiede il flusso e la seduzione della narrativa. “Le parole sono importanti”, dunque, con il sottotitolo “Dove nascono e cosa raccontano”. L’autore, che ha studiato letteratura italiana e insegna in un liceo, non dimentica dunque la sua vena educativa. Dopo una introduzione – chiara e importante – in cui motiva la sua passione per l’etimologia delle parole ( e la sua importanza per tutti noi) ci presenta una esemplificazione ammiccante: ha scelto dieci parole e ce ne racconta la storia formativa per abbracciarne fino in fondo il significato. Con incursioni preziose nel campo del giudizio, anche culturale, sociale, morale. Ecco le dieci parole ( e già la scelta dice molto):“Divertente, Confine, Felicità, Social, Memoria, Scuola, Contento, Fiducia, Parola, Resistenza”. Questo “gioco” delle dieci parole suggerisce a tutti la possibilità di un esercizio continuativo per imparare a conoscere sempre di più l’origine, la stoffa delle parole: Balzano ci dice, in modo godibile ma anche rigoroso, quanto sia importante conoscere l’etimologia della parole e dunque la loro “archeologia”, il loro significato originario. Se conosci bene le parole, esse mantengono tutta la pregnanza e la forza che esse possiedono. Se le conosci, le parole, le rispetti. E vai di più all’osso della realtà e poi delle idee, delle passioni, delle speranze. Di tutto. E per tutto c’è una parola. Se vogliamo fare un esempio solo, fra quelli presentati da Balzano, possiamo sin dall’introduzione ricordare che “economia”, parola che oggi suggerisce in prima battuta calcoli, grafici e alte questioni finanziarie, nella sua etimologia vuole dire “ le regole che servono per mandare avanti la casa”: da “òikos”, in greco “casa”, e “nomos”, “norma, legge”. Aggiunge Balzano: “Se sappiamo questo è probabile che ci compaiano nostra madre e nostro padre, che ci tornino in mente i discorsi su come amministrare le risorse disponibili e su come distribuirle ai vari componenti della famiglia. La parola ha preso vita e a questo punto dobbiamo rispettarla per ciò che comunica”. Prendiamo poi “felicità”, una delle più belle parole al mondo, perché il desiderio profondo del cuore umano è proprio quello della felicità (non ingannevole, ma vera). Ebbene, riassumendo, la parola “felicità” deriva da un concetto di fertilità, fecondità, nutrimento. La radice d’avvio è addirittura “fela”, “mammella”, da cui il verbo “felo”, che significa “succhiare”. La felicità in origine è dunque associata a un “generare” vitale, a un nutrimento; e soprattutto a un rapporto con qualcuno, con l’altro. La felicità non è solitudine. Il raffinato esercizio di curiosità per la verità delle parole al quale ci invita Balzano è una esortazione a cercare di prenderle sul serio.

19aprile
2019

Laura Morante

La nave di Teseo

Racconti brevi e secchi come lampi, racconti più lunghi e complessi ma compatti. In questa alternanza di ritmi esordisce nella scrittura Laura Morante, bravissima attrice cinematografica e anche regista. Superato il “mezzo del cammin di nostra vita”, Laura Morante ha osato e ha vinto la sfida con freschezza, sfornando per le edizioni “La nave di Teseo” quindici racconti di respiro sincopato e raccontando brandelli di vita in presa diretta, cogliendo momenti d’esistenza di protagonisti alle prese con grovigli sentimentali, o ferite interiori, o comuni sentimenti di innamoramento, invidia, rimpianto, curiosità, imprevisti. La dimensione ritmica, musicale, è importante, e non tanto perché Morante si concede il vezzo di ospitare qua e là, accompagnando gli “interludi” (i racconti lampo) con alcuni righi musicali (scritti a mano e riprodotti a stampa) da Nicola Piovani, ma proprio per la struttura stessa dei racconti. Ci sono frasi e periodi lunghi, sinuosi, ellittici, da “adagio”, e poi improvvisi “allegri” di dialoghi battenti, secchi. Gli allegri diventano con “brio” in certi divertenti scoppi di riflessioni ironiche ma mai banali: due interludi si intitolano “Istruzioni per superare le vecchiette” e “Tristezza per una zucchina”, dove davvero un protagonista si arrovella, camminando affannato lungo un marciapiedi, su come superare una vecchietta che rallenta il passaggio senza sembrar scortese o prepotente e dove davvero c’è lo sgomento per la caduta definitiva di una povera zucchina , con un tonfo di morte, dentro un cassonetto per i rifiuti vuoto. I racconti più distesi hanno altri ritmi: presentano materiali descrittivi di un avvenimento che sembra avere un esito scontato e poi rovesciano i fili dei destini, all’improvviso; oppure narrano baruffe di caratteri, pasticci familiari, piccole attrazioni e repulsioni. Spesso poi, mentre ci si potrebbe attendere che succedano delle cose (come accade per le accelerazioni di cui si diceva) invece non succede nulla: nulla di drammatico, o clamoroso, o stravolgente. Semplicemente, accade la vita. E questo battito anche minimalista ricorda a tratti il metodo della “grazia cecoviana”. Certi finali sono lasciati in sospeso, con un interrogativo che viene regalato al lettore perché ci almanacchi sopra lui. Laura Morante, che ha respirato libri e letteratura sin da ragazza (in famiglia ci sono diversi scrittori, la grande Elsa Morante era sorella del papà) ha esordito in pagina seminando divertito stupore anche se il suo graffio ironico è spesso delicatamente crudele: non fa sconti sugli enigmi, le elucubrazioni, i desideri segreti e le disillusioni della vita di tutti. Un fascini particolare emana dal racconto “Sorelle”, di surreale andamento felliniano: e vi figura proprio, in un fantastico gioco immaginoso, il grande regista redivivo il quale, accompagnato dalla sua Gulietta Masina, fa un ultimo scherzo dei suoi.

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