Circolo dei Libri

Per condividere con altri il gusto della lettura, che per principio è individuale ma poi può anche farsi compagnia.

07giugno
2019

Alexander McCall Smith

Guanda

La vena feconda di Alexander Mc Call Smith non cessa per fortuna di distillare la sua lievità narrativa. Ecco l’ultimo romanzo del ciclo dedicato agli abitanti del caseggiato al numero 44 di Scotland Street, diventato il numero civico attuale più noto della narrativa britannica. Ma conviene, a chi ancora non conosce questo e gli altri due cicli dello scrittorescozzese nato in Botswana, cominciare dall’inizio. Il primo ciclo è quello della detective africana del Botswana Precious Ramotswe, titolare della Ladies’ DetectiveAgency N 1 (la prima agenzia investigativa femminile del paese e peraltro anche l’unica), formata da lei stessa e dalla diligente e occhialuta segretaria. Precious Ramotswe è robusta, anzi parecchio grassa ma lei non se lo vuole sentire dire, dice che semplicemente ha “la corporatura tradizionale africana”. Lei investiga su piccoli pasticci, imbrogli, ferite esistenziali, grovigli d’amore e di truffa. C’è molto humor, c’è molto buon senso. Se volete leggere le sue avventure dall’inizio, cominciate con ordine, con “Le lacrime della giraffa”. Il secondo ciclo è quello di Isabel Dalushie, donna bella, single e ricca di Edimburgo, filosofa che si permette il lusso di dirigere una rivista di filosofia senza preoccupazioni di vendite e di bilanci. Curiosa delle storie altrui, Isabel si imbatte in casi misteriosi, nodi esistenziali, piccoli enigmi su cui, usando la speculazione filosofica come una lente, indaga discretamente. Il primo libro (che vale la pena leggere dall’inizio, perché la storia di Isabel cresce e cambia) è “Il club dei filosofi dilettanti”. Ed eccoci al terzo ciclo, (di cui parla questo ultimo romanzo) da iniziare leggendo “44 Scotland Street”. A quel numero c’è un vecchia casa con parecchi appartamenti. Mc Call Smith ne scruta gli interni come se fosse uno spettatore curioso ma poi segue anche le uscite dei vari inquilini, l’intrecciarsi talvolta delle loro storie, i desideri,le manie, le tenerezze. Protagonista principale iniziale anche qui è una donna, la giovane studentessa Pat, ancora non bene in chiaro sull’indirizzo da prendere negli studi e nella vita, pronta ad innamorarsi senza essere certa di aver successo, collaboratricea tempo parziale di una galleria d‘arte diretta da un giovanotto sensibile, e un po’ goffo, segretamente innamorato di lei. Rientrano in scena anche gli altri abitanti classici di Scotland Street 44, fra cui il ragazzino Bertie che i due ansiosi e intellettuali genitori vogliono a tutti i costi vedere come bambino prodigio rubandogli brandelli di normale felicità infantile, oppure l’artista Angus Lordie, con ilfedele cane Cyril che beve scodelle di buona birra irlandese nei bar che il suo libertario padrone ama frequentare. Mc Call Smith non allenta la sorveglianza sul suo stile semplice e chiaro e dentro le pagine semina raffinate sentenze di saggezza e suscita lampi di gusto e bellezza, convinto che scaglie di cose buone si annidino fra lepieghe più comuni della vita quotidiana. Narrativa di intrattenimento? Certo. E di qualità. E ricca di gusto, di umanità.

24maggio
2019

Claudio Piersanti

Feltrinelli

Ecco un romanzo notevolissimo, strano, avvincente. Impegnativo e godibile, ti entra nelle vene per incuriosirti, stupirti, interrogarti. E’ un denso racconto realistico e al tempo stesso compie delle vaghe incursioni nell’onirico, nel surreale. Una fiaba? Un apologo della condizione umana nella complessità di personaggi marginali, sensibili, avidi di verità e di libertà? Fatto sta che Claudio Piersanti, narratore già ben collaudato, ci offre una storia che sarebbe imperdonabile disvelare al lettore nella sua trama, svolta stilisticamente in modo efficacemente netto e accurato. Qualcosa si può accennare, senza nulla togliere all’avventura della lettura di questo romanzo. Serena ha 18 anni, è orfana di madre, vive con una zia in un condominio di una città italiana del sud. Il padre, evanescente impigrito, abita remoto qualche piano sopra. La ragazza impara a frequentare, al piano di sotto, un insegnante pensionato stravagante, imprevedibile e umorale, il Professore. Fra i due nasce la scintilla di una attrazione intellettuale e di un rapporto affettivo trepido e pulito. Lei è avida di conoscenza, sogna di diventare medico. Lui si scopre tutore intellettuale ed empatico di quella ragazza così vera e tenace, attaccatissima al suo cane Fox e anche “dog sitter” di altri cani in lunghe passeggiate notturne. Il Professore ha alle spalle una vita difficile di strappi, abbandoni, rabbie. É stato ribelle militante, oggi è un anarchico filosofico con slanci quasi mistici, un nichilista non privo di spiritualità propria, arrabbiato con il mondo, odiatore dei mediocri. È visibilmente perturbato, un caso da psichiatria. É lucido con divagazioni depressive, è colto. E si appassiona alla pulsione vitale di Serena, che lui prepara alla maturità privata e avvia agli studi di medicina. Il viavai di Serena in casa del Professore, con divagazioni a spasso coi cani e incontri di condominio, è la cronaca minuziosa di una educazione culturale e morale. Il Professore coltiva strane idee e costruisce in casa una singolare, inquietante scultura che di fatto è una sinistra, ghignante macchina. La storia prende il volo su sviluppi, fughe, fatti rocamboleschi. Ci sono, si diceva, incursioni vagamente oniriche e descritte in modo grandioso, vien da dire felliniani: una fatiscente villa con parco, decadente e notturna, abitata da vecchie cariatidi avvizzite come comparse fantastiche; i sotterranei di un cadente ospedale dove ardono bivacchi attorno ai quali si muovono stravaganti personaggi sbandati dalla vita; un giovanotto matto e fascinoso, volitivo e imprendibile, si chiama Ottavio Celeste. Mentre Serena cresce e matura, il Professore si intenerisce in una comica regressione infantile. Un rovescio? Fiaba amara e allegra, tenera storia di affetti, il romanzo ti prende di petto, di gola e di testa. La forza di gravità è quella che tira in basso le cose (per questo l’anelito verso l’alto è vera tensione umana) ma anche quella delle attrazioni di destini, del fato che si può cercare di combattere, di una lama che può sempre caderti addosso.

17maggio
2019

Marta Morazzoni

Guanda

In volo, indietro nei millenni, restando qui e ora. Ecco il miracolo della letteratura, arricchito dalla fragranza remota degli antichissimi miti greci. Con questi racconti di Marta Morazzoni i miti ellenici (per molti di noi una reminiscenza scolastica) ci vengono presentati fuori da ogni diligenza accademica, nel loro vago e affascinante impasto di uomini e dèi, odore della terra e segni dell’olimpo. Oso dire che quella di Marta Morazzoni è una sorta di libera trasposizione cinematografica dei miti greci ma senza cinepresa bensì con la penna, anzi la tastiera, ovvero una superba scrittura. Agamennone e la moglie Clitemnestra, la sorella di lei Elena, bellezza tale da scatenare una guerra di dieci anni, e poi Odisseo, Alcinoo e Nausicaa, e Teseo perso nel labirinto e salvato dai fili bianchi di Arianna, e le regine e i re, i guerrieri in armi e i vascelli dalle vele gonfie sull’azzurro del mare greco (il dio del mare un giorno se ne esce dall’acqua e con corporalità umanissima va a pranzare fra le colline), insomma tutti i personaggi, gli eventi, le scene dei miti vengono raccontati in presa diretta dallo sguardo colto, attento, divertito, sensibile della regista–scrittrice. Da tempo sostengo che Marta Morazzoni possiede lo stile più raffinatodi questi ultimi decenni di narrativa italiana. La conferma viene dall’eleganza, dalla musicalità, dalla signorilità stilistica con cui l’autrice ricostruisce queste antichissime e intriganti vicende di uomini e dèi che tanto nutrono, al di sopra e al di sotto della soglia della coscienza percepita, la nostra storia individuale e collettiva. Morazzoni si permette felici licenze immaginose, non bada alle sottigliezze di dettaglio di vicende che già di loro hanno l’incertezza dell’imprecisione: non esistono copioni originali e unici dei miti, essi si avvolgono nelle spire della loro vaghezza e dei loro significati nascosti. La scrittrice fa tuffare il lettore dentro le luci, le stagioni, gli odori di luoghi ed epoche. Ci fa sentire il sole a picco sulla terra arsa, la dolcezza di declivi cosparsi di ulivi e vigne, la riga azzurra del mare appena diversa da quella del cielo, il bianco delle case. E ci fa toccare le passioni, le pulsioni, i desideri palesi e nascosti di quegli uomini, donne, dèi, semidèi, facendoci scoprire quanto quella carnalità e quell’ansia d’esistenza assomiglino alle nervature sensibili nostre, immutate. Non ci sono troppe trame, c’è la minuziosa narrazione di atmosfere, luoghi, gesti; e sentimenti, struggimenti umanissimi. Gli epiloghi si sfilano in una vaghezza fioca, in una incognita che mantiene aperto il mistero. La scrittrice non concede nulla alla facilitazione didattica e presenta i suoi protagonisti senza troppe informazioni. Tocca a noi scegliere se correre a far capo a qualche libro scolastico (o a wikipedia) oppure, forse meglio, lasciarsi andare alla ipnosi sontuosa di questi racconti, con il tempo lento della lettura. Capire tutto, in fondo, non è così necessario: più di tutto il resto, in questi racconti si gioca l’avventura della narrazione pura. I miti, nella notte dei tempi e oggi, dicono e ridicono la trama ineffabile e possente delle passioni umane, parlano anche alla nostra ragione e al nostro cuore.

03maggio
2019

Marco Balzano (Dove nascono e cosa raccontano)

Einaudi

Sostengo da tempo che quella di Marco Balzano, 41 anni, milanese, è una delle più notevoli voci narrative dentro l’affollata selva editoriale dei “nuovi scrittori”. Nel nostro sito trovate le recensioni dei suoi quattro romanzi. Balzano si è ora appena concesso una diversione, pubblicando da Einaudi un “saggio”: “Le parole sono importanti”, che possiede il flusso e la seduzione della narrativa. “Le parole sono importanti”, dunque, con il sottotitolo “Dove nascono e cosa raccontano”. L’autore, che ha studiato letteratura italiana e insegna in un liceo, non dimentica dunque la sua vena educativa. Dopo una introduzione – chiara e importante – in cui motiva la sua passione per l’etimologia delle parole ( e la sua importanza per tutti noi) ci presenta una esemplificazione ammiccante: ha scelto dieci parole e ce ne racconta la storia formativa per abbracciarne fino in fondo il significato. Con incursioni preziose nel campo del giudizio, anche culturale, sociale, morale. Ecco le dieci parole ( e già la scelta dice molto):“Divertente, Confine, Felicità, Social, Memoria, Scuola, Contento, Fiducia, Parola, Resistenza”. Questo “gioco” delle dieci parole suggerisce a tutti la possibilità di un esercizio continuativo per imparare a conoscere sempre di più l’origine, la stoffa delle parole: Balzano ci dice, in modo godibile ma anche rigoroso, quanto sia importante conoscere l’etimologia della parole e dunque la loro “archeologia”, il loro significato originario. Se conosci bene le parole, esse mantengono tutta la pregnanza e la forza che esse possiedono. Se le conosci, le parole, le rispetti. E vai di più all’osso della realtà e poi delle idee, delle passioni, delle speranze. Di tutto. E per tutto c’è una parola. Se vogliamo fare un esempio solo, fra quelli presentati da Balzano, possiamo sin dall’introduzione ricordare che “economia”, parola che oggi suggerisce in prima battuta calcoli, grafici e alte questioni finanziarie, nella sua etimologia vuole dire “ le regole che servono per mandare avanti la casa”: da “òikos”, in greco “casa”, e “nomos”, “norma, legge”. Aggiunge Balzano: “Se sappiamo questo è probabile che ci compaiano nostra madre e nostro padre, che ci tornino in mente i discorsi su come amministrare le risorse disponibili e su come distribuirle ai vari componenti della famiglia. La parola ha preso vita e a questo punto dobbiamo rispettarla per ciò che comunica”. Prendiamo poi “felicità”, una delle più belle parole al mondo, perché il desiderio profondo del cuore umano è proprio quello della felicità (non ingannevole, ma vera). Ebbene, riassumendo, la parola “felicità” deriva da un concetto di fertilità, fecondità, nutrimento. La radice d’avvio è addirittura “fela”, “mammella”, da cui il verbo “felo”, che significa “succhiare”. La felicità in origine è dunque associata a un “generare” vitale, a un nutrimento; e soprattutto a un rapporto con qualcuno, con l’altro. La felicità non è solitudine. Il raffinato esercizio di curiosità per la verità delle parole al quale ci invita Balzano è una esortazione a cercare di prenderle sul serio.

19aprile
2019

Laura Morante

La nave di Teseo

Racconti brevi e secchi come lampi, racconti più lunghi e complessi ma compatti. In questa alternanza di ritmi esordisce nella scrittura Laura Morante, bravissima attrice cinematografica e anche regista. Superato il “mezzo del cammin di nostra vita”, Laura Morante ha osato e ha vinto la sfida con freschezza, sfornando per le edizioni “La nave di Teseo” quindici racconti di respiro sincopato e raccontando brandelli di vita in presa diretta, cogliendo momenti d’esistenza di protagonisti alle prese con grovigli sentimentali, o ferite interiori, o comuni sentimenti di innamoramento, invidia, rimpianto, curiosità, imprevisti. La dimensione ritmica, musicale, è importante, e non tanto perché Morante si concede il vezzo di ospitare qua e là, accompagnando gli “interludi” (i racconti lampo) con alcuni righi musicali (scritti a mano e riprodotti a stampa) da Nicola Piovani, ma proprio per la struttura stessa dei racconti. Ci sono frasi e periodi lunghi, sinuosi, ellittici, da “adagio”, e poi improvvisi “allegri” di dialoghi battenti, secchi. Gli allegri diventano con “brio” in certi divertenti scoppi di riflessioni ironiche ma mai banali: due interludi si intitolano “Istruzioni per superare le vecchiette” e “Tristezza per una zucchina”, dove davvero un protagonista si arrovella, camminando affannato lungo un marciapiedi, su come superare una vecchietta che rallenta il passaggio senza sembrar scortese o prepotente e dove davvero c’è lo sgomento per la caduta definitiva di una povera zucchina , con un tonfo di morte, dentro un cassonetto per i rifiuti vuoto. I racconti più distesi hanno altri ritmi: presentano materiali descrittivi di un avvenimento che sembra avere un esito scontato e poi rovesciano i fili dei destini, all’improvviso; oppure narrano baruffe di caratteri, pasticci familiari, piccole attrazioni e repulsioni. Spesso poi, mentre ci si potrebbe attendere che succedano delle cose (come accade per le accelerazioni di cui si diceva) invece non succede nulla: nulla di drammatico, o clamoroso, o stravolgente. Semplicemente, accade la vita. E questo battito anche minimalista ricorda a tratti il metodo della “grazia cecoviana”. Certi finali sono lasciati in sospeso, con un interrogativo che viene regalato al lettore perché ci almanacchi sopra lui. Laura Morante, che ha respirato libri e letteratura sin da ragazza (in famiglia ci sono diversi scrittori, la grande Elsa Morante era sorella del papà) ha esordito in pagina seminando divertito stupore anche se il suo graffio ironico è spesso delicatamente crudele: non fa sconti sugli enigmi, le elucubrazioni, i desideri segreti e le disillusioni della vita di tutti. Un fascini particolare emana dal racconto “Sorelle”, di surreale andamento felliniano: e vi figura proprio, in un fantastico gioco immaginoso, il grande regista redivivo il quale, accompagnato dalla sua Gulietta Masina, fa un ultimo scherzo dei suoi.

15febbraio
2019

Antonio Manzini

Sellerio

Se volete leggere questo romanzo giallo dovete prima leggerne altri sette, o quantomeno quello che lo precede, una prima puntata. Ma per affezionarsi davvero allo scorbutico vicequestore Rocco Schiavone (il quale ha anche spopolato sui teleschermi della RAI), inventato dall’ottimo scrittore Antonio Manzini, vale la pena di cominciare dall’inizio, per arrivare bene allenati a quest’ultima vicenda: sarà l’atto conclusivo? Il finale del romanzo, misterioso, persino inquietante e tuttavia aperto in modo enigmatico, lascia spiragli speranzosi… Ecco i titoli, tutti editi da Sellerio: “Pista nera”, “La costola di Adamo”, Non è stagione”, “Era di maggio”, “7.-7-2007”, “Pulvis et umbra” , “Fate il vostro gioco”, che è di fatto la prima parte di quest’ultimo romanzo, “Rien ne va plus” ( non entra nella fila una raccolta di racconti). Il vicequestore Rocco Schiavone è un romano verace spedito a fare il poliziotto nel freddo della Valle D'Aosta e lassù indagatore su delitti e soprattutto su storie e tormenti umani (uno poi, di tormento intimo, ne ha lui, doloroso nella memoria...). Schiavone è aspro di carattere, quasi rognoso, ma uomo vero: un poliziotto che ha cattivissimo carattere perché ha molto carattere. La lettura progressiva aiuta anche a capire quanto la sicurezza di stile e la tensione della narrazione di Manzini siano andate crescendo di romanzo in romanzo. Schiavone, già commissario di polizia a Roma e ora vicequestore, un giorno ha malmenato per bene un giovane e torvo stupratore seriale, troppo protetto dal padre, un politico importante. Uno sdegno comprensibile, quello di Schiavone: ma un poliziotto certe cose non le deve fare. E dunque eccolo allora trasferito per punizione nella questura di Aosta, lontanissima dall’aria romana che sa di scirocco e odori di cucina “de noantri” e abitata da amici veri anche se di dubbia reputazione. Il vicequestore non si rassegna al freddo alpino, contro il quale, testardo, si difende soltanto indossando un loden e calzando scarpe Clarks: rifiuta di convertirsi ai goffi scarponcini impermeabilizzati che usano da quelle parti e così ogni anno ad Aosta riesce a fuori una quindicina di paia di scarpe. Il vicequestore è strano, spesso silenzioso ma quando parla lo fa in modo abbastanza sboccato e manda volentieri a quel paese la gente; fa vita da single introverso anche se assesta qualche zampata arruffata e senza passione ad alcune donne locali. Ma lui sembra anaffettivo. Il fatto è che cova da solo un suo segreto doloroso: nel chiuso del suo squallido appartamentino valdostano spesso dialoga con una donna, Marina, che è assente. Dietro la mancanza letale di quella donna così importante sta un episodio, un mistero che di romanzo in romanzo prende vagamente forma e si svela in “7.07.2007”. Rocco Schiavo è un antipatico che piace, un polizotto onesto che tuttavia non esita a compiere qualche furbata ai margini della legalità. Possiede un fiuto formidabile ed è schifato dalle scoperte del male umano in azione (lui ne sa qualcosa) fra delitti, corruzioni e ipocrisie sociali. Dietro il suo carattere impossibile – spesso da tirare schiaffi – batte un cuore ferito e vero, di forte tempra.

25gennaio
2019

Abraham B. Yehoshua

Einaudi

Nell’ultimo romanzo di Abraham Yehoshua il lettore riscopre subito lo stile inconfondibile e la forza narrativa dello scrittore israeliano, il quale prende di petto, in modo malinconico ma anche divertito, l’avvisaglia di un principio di demenza nel cervello di un autorevole ingegnere settantaduenne in pensione. Zvi Luria, questo il suo nome, si reca dal neurologo con la moglie Dina (una pediatra più giovane di lui e ancora in attività) per avere un responso davanti alle lastre con le risonanze. Il verdetto non lascia dubbi, quella macchiolina strana che appare nella galassia delle immagini del cervello annuncia l’inizio di un appannamento che vuol dire, seppure in tempi che ci si augura lunghi, un cammino lento verso la demenza. I due se ne tornano a casa un po’ sgomenti ma anche realisti e cominciano ad architettare strategie, misure, piccoli provvedimenti, anche perché il dottore ha detto che contro questa realtà dettata da un cervello che si ammala, la mente (volontà, spirito, morale, esercizio) può lottare e ottenere molto. Zvi Luria, che per decenni, quale ingegnere capo delle strade nazionali israeliane aveva progettato autostrade, ponti e gallerie, accetta di tornare ad occuparsi cautamente di progetti igegneristici quale consulente non pagato di un suo giovane successore, come gli ha suggerito la pragmatica moglie Dina. E così nel romanzo si intrecciano due fili narrativi. Da una parte il lettore segue con trepidazione, commozione e compassione ( e un po’ anche divertendosi) i piccoli impacci, le dimenticanze, i timori di questa brutta cosa e parola, la “demenza”, in agguato. Dall’altra c’è anche la perlustrazione, nel deserto del Negev, del tracciato di una progettata strada militare segreta, per la quale l’ingegnere capo in pensione e in pre-demenza viene chiamato a consulto. In quella zona desertica, dentro la vastissima area di un cratere naturale, spunta anche un’altra trama, un po’ misteriosa, che lasciamo al piacere di chi legge. Yehoshua non si smentisce, offrendoci la sua consueta forza espressiva, declinata in uno stile sobrio, attentamente descrittivo della realtà. La sua narrazione afferra anche emotivamente il lettore soprattutto nell’osservazione, intenerita e sensibile, della confusione insorta nel cervello del protagonista. Per il resto, lo scrittore continua a frequentare anche l’approccio simbolico e psicanalitico che avevamo conosciuto nel suoi ultimi romanzi: ed ecco allora che il progetto di una strada segreta di cui si sa dove parte ma non si sa bene dove arriverà e che scopo preciso avrà, può diventare anche la metafora di ogni interiore percorso esistenziale. Ci sono parti più coinvolgenti ed empatiche (scandite da piccoli tocchi di umanissima quotidianità e di bellezza affettiva) e parti più strane, enigmatiche, da leggere in filigrana sovrapposta. E’ bello comunque ritrovare la “razza” di uno scrittore vero. E per chi ha letto e apprezzato l’ultimo romanzo di Yehoshua, “La comparsa”, sarà piacevole re-incontrare, in una “comparsata” a sorpresa, Noga, la suonatrice d’arpa che non voleva diventare madre…

11gennaio
2019

Gaetano Savatteri

Sellerio

Gaetano Savatteri è un giallista che possiede “vis comica” e graffio di satira. Ha inventato un bel personaggio seriale, il giornalista e scrittore sfaccendato e impigrito Saverio Lamanna, siciliano verace con scorribande su al nord (vedi video e recensione su “La fabbrica delle stelle”). Come ogni buon investigatore (suo malgrado) Lamanna ha un suo “secondo”, il ruspante conterraneo Peppe Piccionello (un nome, un programma), personaggio semplicistico con punte di sapienza, ricco di spropositi e ingenue cafonate. Il dialogo fra i due è a dir poco spassoso. Ecco ora un altro romanzo condito di bollicine di humor con filigrana di intelligenza. Kolymbetra è il nome del lussureggiante giardino millenario che sta nella sontuosa valle dei templi di Agrigento. E lì che viene trovato un mattino il corpo di un uomo: “Di sicuro c’è solo che è morto”, ironizza Lamanna. Morto ammazzato. Il morto è, anzi era, un famoso professore di archeologia, che amava “sentire il canto” delle pietre gialle e porose delle maestose rovine agrigentine. Al mistero del delitto si aggiunge quello della scomparsa di alcuni parenti siculi di Piccionello: la trama è tutta da scoprire. Il valore aggiunto della scrittura di Savatteri sta nel piglio divertito, nell’umorismo acceso, nei dialoghi comici. C’è, sottesa, anche un nervatura di rimandi e citazioni che costituisce una specie di gioco ulteriore per il lettore. Il quale può oppure no riconoscere tutti gli indizi (integrati armoniosamente nel testo), dipende dai suoi saperi sedimentati, dall’età, dalle rimembranze scolastiche. Con registri volutamente alti e bassi. A pagina 34 : “A occhi chiusi ancora penso come può uno scoglio arginare il mare, questione tuttora irrisolta dopo mezzo secolo”. Lucio Battisti... Appena più sotto, il rimando è colto, sottile. A Piccionello che gli dice da siciliano esausto: “Sono fatto vecchio”, Lamanna risponde: “E’ vero, siamo vecchi, Chevalley, vecchissimi”. E qui si acciuffa il ricordo del Gattopardo, del quasi monologo in cui il principe Fabrizio spiega al piemontese Chevalley, conquistatore sabaudo ospitato con magnanima accoglienza nella magione gattopardesca, quanto sia antica la stanchezza siciliana… A pagina 73: ”Il navigatore mi conduce giù verso il mare, poi lungo la strada che costeggia la collina dei templi segnata da pini mediterranei in duplice filar, quasi in corsa giganti giovinetti, fino alla rotatoria sotto il Tempio di Giunone”. Per chi ha mandato a memoria a scuola “Davanti San Guido” di Carducci, l’evocazione è facile. Due righe più sotto: “E’ una giornata di sole, la primavera d’intorno brilla nell’aria, stasera arriva Suleima…”. La citazione qui è leopardiana. C’è insomma tutto un gioco di indizi culturali, dal pop alla grande poesia, che intriga il piacere di lettura. Dove si hanno dei vuoti, soccorrono Google e Wikipedia… Affiorano anche pennellate più dense: “All’ombra dei ficus magnolie del bar Patti a Porta di Ponte, all’inizio di via Atenea, da dove prima o poi passano tutti gli agrigentini, c’è fresco e la lentezza di una città antica e decadente: è il bello della provincia meridionale, tutto sembra già avvenuto e passato, sia il meglio che il peggio. E ciò dà un certo conforto”. Savatteri finge di fare il comico ma in realtà è uno scrittore serio.

04gennaio
2019

Maurizio Maggiani

Feltrinelli

Risulta tentatore e furbesco il richiamo dell’ultimo romanzo di Maurizio Maggiani. Già il titolo ha la sua pretesa,con quella parola, “amore”, oggi così abusata ma che resta pur sempre la “grande parola” (“Amor che muove il sole e l’altre stelle”). E poi la copertina, con quel bacio ventoso e rapinoso per strada. La sensazione continua quando si comincia a leggere e ci si imbatte nel protagonista, che viene chiamato ”lo sposo” ( e naturalmente, a specchio, c’è “la sposa”). Ce ne sarebbe abbastanza per fiutare una forzata storia sentimentale. Eppure, procedendo con la lettura, ci si accorge che Maurizio Maggiani è davvero lo scrittore di forte tempra che avevamo conosciuto nei precedenti romanzi. Il racconto è tessuto con una scrittura fluida, fatta di lunghe frasi colloquiali, con risonanze di un ritmo “pensato/parlato”e con la vivida evocazione di ricordi impastati con la fisicità del presente. E una musicalità narrativa, un flusso espressivo. Il tutto per dire la quieta, sicura solidità di un amore, in età abbastanza matura. Sarebbe un amore coniugale ma Maggiani ci tiene a precisare che il suo protagonista non è un marito ma uno sposo. Il marito, sostiene lo scrittore,è uno dei due termini di un rapporto coniugale, magari sfibrato. Lo sposo invece è l’uomo dello “sposalizio”, dell’incontro amoroso per eccellenza, non logorato.La storia ècontenuta nel tempo. Un giorno, un giorno e mezzo di vacanza, di libertà piena, per lo sposo. Il quale decide di usarlo per preparare e offrire alla sua sposa un proprio piatto “forte”: lo stoccafisso. Lo sposo ricorda come, quand’era bambino, lui avesse intuito che il cibo può diventare vero atto d’amore, quasi una incarnazione (“prendete e mangiate, questo è il mio corpo”). Lo scrittore si ricorda di una antica cucina da primi anni Cinquanta, pavimento di pietra, focolare acceso, la figura nera e minuta di una matriarca che religiosamente cuoce dei grandi ravioli fatti da lei e poi porta il grande piatto fumante in tavola e così facendo compie un atto d’amore, una donazione di sé. E lo sposo, da grande, anzi da quasi vecchio, vuole ripetere quell’atto d’amore con il suo stoccafisso per la sposa. E intanto pensa, ricorda gli antichi amorini giovanili (quelli che hanno preceduto l’amore per la sposa) ricapitola, rivive. Al di là del filo della trama questo è un romanzo sull’amore di un uomo per una donna al tempo della maturità, quando le cose sono bene in chiaro e uno sa quello che conta davvero. Maggiani svolge questa ballata amorosa (con tanto di contorno di lontana e un po’ patetica giovinezza rivoluzionaria) con il ritmo di un cantico popolare e raffinato al tempo stesso.

16novembre
2018

Nadia Terranova

Einaudi

(Pierluigi Battista, da “Corriere delle Sera).Non si dà possibilità di superare il lutto se non si dà una degna sepoltura a chi ci ha lasciati. Non ci si affranca da uno stato di dolorosa sospensione, da un vagare tormentoso e irrequieto attorno alle vestigia del passato che non passa mai, fino a che la terra o l’acqua non custodiscano i resti di chi ci ha abbandonato in questo mondo. Ida «sta in mezzo a due terre», da quando era bambina. La sua casa «non è nessuna delle due». C’è la casa che aspetta, nel continente: un marito, una storia senza figli perché da figli si è stati troppo male ed è un cruccio perenne perpetuare la sofferenza in un altro essere umano. E poi, il cuore di questo romanzo, c’è la casa di Messina «che mi dice addio», piena di oggetti che parlano e di cui ci si dovrà disfare. Invece: né qui, né lì, ma dappertutto, davvero dappertutto, nel cuore, nei ricordi, nelle ossessioni, nella vita che rimane, c’è il fantasma inquieto che non avrà pace. L’«addio fantasmi» che compare nel titolo è un’invocazione, una sfida, un’insofferenza. Oppure lo svanire di uno spettro il cui ricordo doloroso avvelena l’esistenza. Ora quel fantasma è lì, in fondo al mare, in uno Stretto che non conosce ponti, nemmeno simbolici. Addio, fantasma del padre che esce di scena, finalmente (…)

A Messina Ida viene chiamata dalla madre che vuole vendere la casa. Deve raccogliere le sue cose, selezionare ciò che deve buttare nella camera che era il suo rifugio quando era ragazza, sorvegliare i lavori sul terrazzo, con un ragazzo greco che le confesserà una storia atroce, ma piena di pathos. Però ogni oggetto, ogni fotografia, ogni frammento, ogni respiro di quella casa racconta di un abbandono, di una disperazione, di un padre che un giorno è sparito nel nulla. È morto? È vivo? (…).

Sono pagine che non inducono alla serenità, queste di Nadia Terranova, ma che caricano i dolori dell’esistenza di risonanze filosofiche sull’assenza, la scomparsa, l’abbandono, la perdita. Non il lutto come normalmente si conosce, un corpo che muore, un funerale, una cerimonia degli addii, un rito funebre: tutti gli atti che scandiscono nel mondo il passaggio di un essere umano da qui all’aldilà. Ma il rimuginare eterno sul «non più». Anzi, non eterno: ma concluso quando una scatola di ferro rosso viene gettata in un meraviglioso stretto di mare. Non la pace interiore raggiunta, perché quella non si raggiunge mai. Ma un ordine ristabilito, la fine di uno smarrimento senza confini. Quando il fantasma, dopo l’addio, esce di scena (p.b.)

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