Circolo dei Libri

Per condividere con altri il gusto della lettura, che per principio è individuale ma poi può anche farsi compagnia.

28gennaio
2022

Claudio Piersanti

Rizzoli

Giovanni è un tipo strano, tipografo nostalgico e licenziato, appassionato di caratteri di piombo e inchiostri, lasciato a casa perché ormai lavoratore inattuale, messosi in proprio e in piccolo, tirando a campare; e poi innamorato di sua moglie Giulia, con la quale ha lo stesso rapporto amoroso e trepido che ha con la stampa a mano, in una fedeltà ostinata, quasi maniacale, candida. È alto e magrissimo e lui non si piace ma ha un un suo tratto sempre gentile, di uomo buono ed eccentrico. A raccontarcelo è la scrittura sapientemente camaleontica di Claudio Piersanti, autore che ad ogni libro ci sorprende per la mutevolezza voluta di linguaggio, stile e ritmi. Ogni suo romanzo sembra scritto da un autore diverso e tuttavia in ognuno dei suoi libri si riacciuffa il filo sotteso di una costante, identificabile cura di scrittura e di una immaginazione originalissima. Piersanti ci ha conquistato in passato con romanzi molto diversi fra di loro (spiccano “Luisa e il silenzio”, “Il ritorno a casa di Enrico Metz”, “La forza di gravità”) e questa volta ecco una vicenda a sua volta diversa, resa da una scrittura condotta con lievità, spesso intenerita e vaporosa, dall’andamento quasi fiabesco ma molto reale. Eppure dentro questa leggerezza si scoprono sottili strati sovrapposti, allusioni di profondità, intuizioni di maggiore complessità. In quanto alla storia in se, la vicenda strana, malinconica e bella di Giovanni e Giulia si dipana dentro una trama che procede piano fino a quando l’aggraziata vita coniugale di contentezza tranquilla e condivisa si increspa ad un tratto con l’inspiegabile fuga di Giulia da casa, appena un biglietto scarno e per il resto più nulla. Che sarà successo? Tornerà? Il cruccio di Giovanni è profondo ma il bravo tipografo (che ama il lavoro antico di mani e materiali vivi) non vuole fare indagini, si limita ad attendere ma al tempo stesso rimugina, immagina. Scopre che Giulia aveva appena letto, lasciandolo sul tavolo, “Anna Karenina” di Tolstoj e lui si studia bene il romanzo per cercare qualche indizio. Imbattendosi nel bel tenente Vronskij che conquista Anna inducendola all’adulterio, Giovanni si accende di gelosa immaginazione e si figura un qualche “maledetto Vronskij” dietro la scomparsa di Giulia. Fisime sue, forse, ma trafitture vere per il cuore buono del tipografo ostinato e innamorato. Lascio ai lettori gli sviluppi della storia, aggiungo soltanto che nelle pieghe di questo romanzo affiora la complessità della vita e della natura umana: ci sono l’amore e la nostalgia, la gelosia e la letizia, la malattia e la paura della morte, la bellezza amorosa e quella del lavoro ben fatto, la dignità sociale, la passione per l’orto e i fiori, per la montagna. E l’amicizia: non eroica ma fedele, trepida (Gino e Bruna non sono persone perfette ma sono amici veri). Queste decisive componenti della vita consueta degli uomini e delle donne si manifestano senza forzature drammatiche lungo tutta la narrazione di questo romanzo che sembra quasi imbevuto dal candore d’animo e dai sentimenti fedeli di Giovanni, così tenace nell’attaccamento al lavoro buono, così come Giulia è tenacemente attaccata alla terra, alle piante, ed entrambi sono attaccati l’uno all’altra e ci confermano che nel cuore di ogni persona, a cercarlo bene, è iscritto un profondo desiderio di felicità. Poi la vita ha i suoi rovesci, il tempo intona le sue fatalità, amore e dolore, salute e malattia si mescolano come in tutte le vite. L’ingenuità caparbia di Giovanni non confligge con sua bella pasta umana, anzi concorre a renderlo un uomo vero. Che si merita Giulia, e viceversa. Un romanzo lieve e insieme grave, una scrittura semplificata, nervosa quanto basta, allusiva e complice. In esergo c’è una bella poesia scritta appositamente dal poeta svizzero italiano Fabio Pusterla: essa parla di colori e la si comprenderà bene soltanto dopo aver terminato il romanzo.

14gennaio
2022

Jonathan Franzen

Einaudi

Com’è bravo Jonathan Franzen. Che bella razza di scrittura. E com’è eccessivo, talvolta, Jonathan Franzen, eccellente e secchione come certi primi della classe che per bravura rischiano di strafare e di essere puntuti. Eppure anche in questo suo ultimo romanzo Franzen, quando è in stato di grazia, scrive da dio, usa la tastiera del PC come uno strumento musicale ispirato dall’intelligenza e dalla geniale percezione dei sommovimenti interiori che perturbano l’ambito di cui egli meglio sa scrivere: la famiglia, la famiglia borghese americana, meglio ancora se retrodatata come in questo caso agli anni Sessanta e dintorni. Chi ama la lettura dei grandi romanzi densi e ben fatti si tuffi tranquillo in “Crossroads”, troverà pane per i suoi denti da lettore. Poi, come già accadde per altri romanzi di Franzen, alla fine verrebbe voglia di dirgli, osando e potendo, che avrebbe fatto bene a tagliare qualche gruppo di pagine, qua e là, ad affinare la materia grassa e sontuosa della massa del suo libro. Ma la narrazione lenta e dettagliata delle piccole crepe, dei sensi di colpa e delle voglie trasgressive, dei palpiti di libertà e dipendenza in seno alla famiglia di Russ, pastore prestante della middle class americana e di sua moglie Marion e dei figli, è superba. Franzen mette in scena la quotidianità sottilmente tormentata di quella famiglia con una bravura di scrittura e intuizione da rendere quasi doverosa la lettura del suo romanzo per chi davvero ama i libri forti. Russ e Marion Hildebrandt costituiscono una coppia così perfetta da aver quasi bisogno di rompersi un po’. La religiosa serenità virtuosa, brodo di cottura in cui la bella famiglia galleggia, rende per forza insofferenti gli intelligenti e problematici figli: Clem, Becky, Percy e il piccolo Judson. La piccola crepa iniziale che scuote la fervida ma anche tranquilla vita parrocchiale di provincia è quella di una gelosia fra educatori: il pastore Russs, volonteroso e buonista, quando deve condurre la pastorale giovanile con un gruppo di adolescenti inquieti, tentati dal fumo, dalla musica rock e dagli approcci sentimentali, risulta paternalista e ingessato. Meglio di lui fa il suo assistente Rick Ambrose, altro pastore, più giovane e smagato, carismatico e furbino, che conquista ragazze e ragazzi e taglia fuori Russ. Il quale cova la sua frustrazione e si rifa puntando gli occhi su una giovane vedova piacente, anche perché la moglie Marion, che fu bella e desiderabile, si è nel frattempo come congelata in una scontata noiosità coniugale: “Marion era diventata invisibile a suo marito, invisibile anche ai suoi figli, resa anonima dalla densa, tiepida nube di mammità attraverso cui la percepivano”. La trama poi si addensa, con una divagazione geografica intrigante ma forse troppo trascinata nel territorio della riserva indiana dei Navajos, dove la comunità parrocchiale di Russ va a fare delle settimane di sostegno caritativo ai discendenti straniti e diffidenti di quella fiera stirpe di pellerosse. Franzen racconta le tensioni di piccola umanità di una realtà borghese della provincia americana religiosa e fruga nei segreti non confessati delle persone, e lo fa benissimo. A ciò aggiunge affondi di riflessione sulle consuete, minime ma anche enormi domande della vita sulla vita, sull’ipotesi di un Dio. E mette in luce i dilemmi e le ambiguità della dissonanza fra la vera tensione indotta dal senso religioso insito nel cuore umano e l’appartenenza religiosa sociologica, associazionistica, con tutti i personalismi di potere e le manipolazioni psicologiche. Poche, secche ed efficacissime le pennellate di ambiente e natura, con fulminanti annotazioni di luci, scorci, odori. Gli interni sono realistici, spesso sciatti, angusti. L’impressione finale è quella di un grande romanzo. Che poteva essere un po’ limato.

17dicembre
2021

​Peter Cameron

Adelphi

Può essere curioso e interessante, per un lettore che ama gli scrittori americani, andare a vedere come aveva cominciato a scrivere Peter Cameron, autore oggi consacrato fra le più valide tastiere della narrativa statunitense. Adelphi traduce ora, nel 2021, un romanzo dell’allora trentenne Peter Cameron (si era nel 1990). Nel frattempo Cameron è diventato appunto uno scrittore importante e apprezzato, dotato di una scrittura precisa e immaginosa al tempo stesso, molto curata e modulata su una duttilità espressiva che lo porta ad esplorare atmosfere e scenari ogni volta diversi e talora sorprendenti e misteriosi (come nell’ultimo romanzo, “Cose che succedono la notte”). Lo abbiamo apprezzato, negli anni, fra i parecchi titoli suoi, in particolare in “Quella sera dorata”, “Un giorno questo dolore ti sarà utile”, “Coral Glynn”. Questo “Anno bisestile”, ripescato da Adelphi sull’onda della robusta notorietà dell’autore, denota al tempo stesso la freschezza degli inizi, la già presente razza buona dello scrittore vero e anche una certa acerbità di contesto, camuffata dentro un intreccio da commedia con relazioni sentimentali inquiete e molto incrociate, il tutto in appartamenti lussuosi o loft newyorkesi alla moda, fra vernissage in gallerie d’arte, velleità artistiche e letterarie, divagazioni bisex, amanti forse diabolici o forse soltanto ridicoli. Eravamo alla fine degli anni Ottanta ma si avverte qui già come la traccia anticipatoria del futuro politically correct da upper class americana di liberi costumi annoiati. Però per uno scrittore la classe non è acqua e Peter Cameron sa dosare la sua commedia amarognola con i ritmi giusti di dialoghi scintillanti e colpi di scena. La sua storia ha tocchi di giallo e addirittura di noir, con un delitto che forse non lo è, e capita persino un rapimento di persona causa malinteso. La tensione narrativa è assicurata, fra tocchi di seduzione e coppie i cui componenti si rifiutano e tornano a fiutarsi, cambi di binario nell’orientamento sessuale, amanti e gelosie, frustrazioni, solitudini e amicizie consolatore o salvifiche come paracadute. C’è glamour e c’e snobismo arruffato, viene in mente la celebre frase di Nanni Moretti (“Che fai? Niente, faccio cose, vedo gente”). Chi ama Cameron si legga lietamente questo suo primo romanzo, che ne annunciava la vocazione a diventare scrittore forte.

04dicembre
2021

Paolo Cognetti

Einaudi

Ecco un romanzo che odora di montagna, di bosco, di neve. Paolo Cognetti dopo il grade successo di “Le otto montagne” torna a scrivere una storia di persone e sentimenti in altura, nella stessa “scenografia” intima e maestosa della Valle d’Aosta e della mole del massiccio del Monte Rosa. “La felicità del lupo” possiede, rispetto al romanzo precedente (che aveva una sua tensione psicologica) una maggiore lievità, una leggerezza dettata da pochi personaggi che mescolano in modo sommesso e interiore i loro destini privati. Si respira in queste pagine la stessa aria, per intenderci, sprigionata da molte pagine di Mario Rigoni Stern: sia lo scrittore dell’altopiano di Asiago sia Paolo Cognetti narrano infatti, con un meticoloso minimalismo di sensazioni e caratteri, vicende personali non troppo drammatiche o clamorose dentro la scena materna ed enigmatica della montagna che accoglie quelle trame di vita. Fausto, un quarantenne con indubbio accento autobiografico ma poi lasciato alla libertà della finzione narrativa, per uscire da una delusione sentimentale torna sulla montagna dove ha passato tutte le estati della sua infanzia e giovinezza. Lassù, mettendo fra parentesi la sua vocazione e la sua voglia di essere scrittore, cerca una sosta mentale e decide di fare il cuoco in un ristorante-baita nel piccolo agglomerato alpino di Fontana Fredda. Il ristorante si chiama “Il pranzo di Babette” (un chiaro richiamo letterario e cinematografico) ed è diretto da una donna anche lei approdata lassù da un suo non noto vissuto personale. A fare la cameriera temporanea, Fausto trova Silvia, una ragazza che pure lei ha lasciato la città per cercare una specie di bolla di sospensione e riflessione. Sono tre destini in cerca di un respiro diverso, di una quieta sistemazione interiore per veder più chiaro nella propria vita. Un altro personaggio è invece indigeno di lassù, una ex guardia forestale, cacciatore e sciatore da pelli di foca, guidatore invernale di gatti sulle nevi, detto Santorso, con un debole per il bosco e per la bottiglia. Questi protagonisti e qualche altro raro personaggio si intrecceranno con sensibilità e cautela e il lettore decifrerà il cammino delle loro storie cosi come Santorso segue sulla neve le tracce delle volpi e forse dei lupi: bella la metafora implicita fra la pagina bianca della neve su cui viene scritta la presenza di vita e quella del libro dove scorre la scrittura (“Dove la neve svaniva anche le storie si interrompevano, come le cose che lui sapeva soltanto a metà…”). Una rivelazione curiosa sta nella scoperta di Silvia, secondo la quale “il clima cambia più rapidamente in altitudine che in latitudine, perciò anche un breve dislivello vale come un lungo viaggio”. E così scopriamo che salire solo mille metri di quota (come per esempio da Fontana Fredda su verso i tremila sotto il ghiacciaio) vale come percorrere tremila chilometri e arrivare vicino al Circolo polare artico scoprendo lo stesso tipo di paesaggio naturale. Per il resto la montagna lascia sentire al lettore, in questo romanzo agile, i suoi ritmi di silenzi e suoni, e gli odori (“l’odore del fuoco di larice era il più buono per Fausto; un profumo delle estati d’infanzia che lo riportava sempre a casa”). La montagna per i personaggi del libro non costituisce una cura soggettiva delle loro ammaccature esistenziali: alla montagna in fondo non importa nulla delle persone, la montagna vive in se stessa. Ma lassù le persone possono prendersi meglio cura di se, respirare dentro i segni primari della natura e dentro una più quieta scansione di tempi e stagioni e prender fiato, gerarchizzare meglio le pene e i desideri. Poi il cuore, si sa, ha le sue piste misteriose, e così sulle nevi di lassù ognuno cerca le tracce della propria possibile felicità. Persino il lupo, acquattato nel folto del bosco, cerca la propria. Chi ama la montagna ritrova in questo romanzo un’aria cara e sensazioni profonde, messe in pagina da Paolo Cognetti con una serenità narrativa che respira aria d’altura.

12novembre
2021

Alessandro Piperno

Mondadori

Un ragazzo romano, figlio di un padre generoso e volubile e poco affidabile in quanto a soldi e lavoro, e di una madre insegnante più rigorosa ma anche un po’ indecifrabile, si incammina dentro la vita che gli sta davanti e dentro un romanzo lungo e poderoso, modellato nella pasta complessa e densa della scrittura di Alessandro Piperno, che già ha alle spalle corposi romanzi e qui si conferma narratore impegnativo e contagioso. Cui non si rimane indifferenti. Siamo, di nuovo, in un groviglio di famiglie, di famiglia. Appare anche qui, abbastanza presto, l’appartenenza ebraica come cifra connotativa e costringente di una graduale conoscenza, da parte del ragazzo, di un mondo cui egli non sapeva di appartenere ma poi lo saprà e ci dovrà fare i conti. Soltanto quando ha dieci anni scopre con qualche sgomento di essere ebreo per parte di madre, la quale sino a lì gli aveva taciuto quella appartenenza, che lei peraltro aveva abbandonato totalmente. E invece no, i lacci di cotanta radice si riallacciano in modo sorprendente e spiazzante, e tutto cambia. Il romanzo è dunque la concentrazione densa di una storia familiare complessa, complicata, febbrile, italiana ed ebraica, fra Roma e New York, colta dallo sguardo curioso, ferito, indifeso e per questo anche menzognero di un ragazzino (poi adolescente, poi adulto) su un groviglio parentale di destini, amori, bugie, ambiguità.

L’appartenenza materna a un giro familiare ebraico e altoborghese costituisce una ulteriore frattura (di carattere, cultura, temperamento) fra madre e padre del ragazzo, che viene emotivamente dissezionato in una sofferta lacerazione. Poi c’è di mezzo l’impeto dei sensi e degli innamoramenti, con la scoperta di nuovi parenti e cugini, e in particolare con l’ineffabile fascino femmineo e intellettuale di una cugina che prende sul serio tutto, la vita e i libri e la sua profonda appartenenza culturale. Il ragazzo cresce, diventa giovanotto e uomo, la sua avventura esistenziale, fra piaceri e turbamenti, viene investita dal tumulto identitario: l’insicurezza smarrita induce alla bugia di copertura e salvezza, l’ambiguità si insinua come un veleno nella quotidianità. E del resto è ambigua la figura forte, dominante, dello zio Gianni, alto, bello e ricco, generoso solo quando vuole e testardo ed esibizionista, presunto seduttore, manipolatore sottile. Il suo è forse il personaggio più inciso a forti tratti dentro il romanzo, un paradigma e un enigma al tempo stesso. Perché poi, se il libro ha una sua intricata vicenda personale di sentimenti e destini turbati, sullo sfondo c’è anche il disagio forse inconscio di una borghesia ebraica italiana che in alcune sue componenti vive a sua volta l’esperienza di una insicurezza psicosociale. Il giornalista ed opinionista Pierluigi Battista, in un suo scritto su “Hufftington Post” dedicato al romanzo, mette in risalto anche proprio “quella particolarissima incertezza tra i richiami dell’assimilazione e la rivendicazione di una identità separata, tra l’ansia di normalità e l’impossibilità di essere normali spezzando le catene del ricordo della Shoa, dei rastrellamenti e delle persecuzioni”. Tutto questo intricato nodo familiare, sociale e culturale è narrato con la forza di una scrittura che si addensa e si distende, si infila in lunghi periodi, assume mimeticamente le gergalità giovanili e della contemporaneità quotidiana ma compie affondi di riflessione nel profondo del presente e del passato. Forse il flusso febbrile delle parole e dello stile (nostalgia di grandi autori americani ebrei come Bellow, Roth, Malamud?) prende ogni tanto la mano a Piperno, il quale avrebbe potuto tagliare alcuni allunghi e sorvegliare qualche barocchismo espressivo intinto nell’alibi del linguaggio odierno. Ma l’insieme stilistico, espressivo e drammaturgico di questo romanzo ha il respiro sontuoso di un fiume in piena che lambisce le rive del tempo e le ferisce, si allarga, travolge, prosegue verso il delta dei destini personali. Tant’è vero che chi comincia a leggere non vuole smettere più.

29ottobre
2021

Massimo Gezzi

Bollati Boringhieri

I racconti di Massimo Gezzi, sin qui poeta e ora prosatore, scrittore marchigiano che oggi abita nella Svizzera italiana e insegna letteratura in un liceo di Lugano, sono racconti veri e non storie incompiute o abbozzi di romanzo. Racconti compiuti, ecco, modellati nell’impasto ricco di una scrittura essenziale e asciutta, che non gronda gocce inutili ma contiene quel che basta per armare la tenuta della storia. In letteratura il passo breve dei racconti costa ai loro autori fatica, legata alla compiutezza accelerata, alla sintesi (il romanzo costa altra fatica ma si distende nel passo lungo, ha tempo). Massimo Gezzi sa aprire le sue piccole storie intense e le sa chiudere, senza che il lettore abbia mai l’impressione di una incompiutezza, di una risoluzione accennata ma rinviata. Anche se poi, occorre dirlo, come ogni vera storia trascesa anche le storie di Gezzi conservano un loro sottile filo di enigma, di non detto (nella narrativa e nella poesia il non detto spesso dice molto). Le piccole storie di Gezzi sono delle “prises de vue” sul reale in cui vengono sorprese scene, persone, situazioni quasi da vita quotidiana, piccole cose che succedono (tranne in alcuni racconti in cui la tensione drammatica si annuncia più forte). Poi succede che subitaneamente accadano un imprevisto, un piccolo lampo, un gesto, un incontro che sbalestrano il suono basso del reale scontato e lo eccitano, lo pungono, lo stravolgono, lo trasformano in stupore, dramma, inquietudine, nostalgia. In quasi tutti i racconti di Gezzi si disvela a un certo punto una Epifania, una rivelazione di qualcosa che cambia e turba, illumina o sgomenta. Non esemplifico troppo, lascio come sempre al lettore il piacere e la fatica del viaggio in pagina. Solo qualche accenno. C’è l’infermiera di notte che si affeziona a un paziente che sta davvero poco bene ed è accudito da un bella moglie diligente ed enigmatica e l’infermiera scopre, origliando senza volerlo, una verità spiazzante. C’è un professore di liceo malato di fronte a una classe di allievi villani e impermeabili ma la verità semplice e dolorosa di una studentessa sconvolge la stasi del mutuo disprezzo in classe. C’è l’anziana moribonda che si nutre di visioni febbrili, c’è una sala da flipper abitata da orgoglio e cervelli e muscoli tesi in cui l’aspra tensione di insicurezza giovanile preannuncia l’esito di uno schianto. C’è il ragazzo fragile e bullo che viaggia su un bus senza il biglietto e si fa prendere da una nuvola nera di rabbia. E avanti così, lungo il cammino di brevi narrazioni in cui la vita accade e si imbatte in imprevisti o svolte. Il racconto che più mi ha intrigato e colpito è “Un rettangolo di sole”, in cui un ragazzo sta con gli amici in un prato al crepuscolo in una collina di periferia di cittadina provinciale. Si giochicchia a calcio, si cazzeggia, si aspettano gli amici che sono scesi in moto a prendere birre e tranci di pizza e il protagonista vede un ultimo rettangolo di sole nell’erba, una specie di visione, la contemplazione mistica del luogo e dell’attimo, di una possibile felicità, di una sospensione che ferma il tempo. Poi il tempo viene squarciato dall’imprevisto, eppure la memoria (la nostalgia) di quella visione rimane.

La scrittura di Gezzi, dicevo, è essenziale, svelta, intensa. C’è un ritmo nelle frasi, nelle scansioni di punteggiatura, nella musica narrativa che porta con se le tracce della consuetudine poetica dello scrittore. Oso parlare di “realismo lirico”.

Il titolo “Le stelle vicine” è preso da una frase di Steinbeck in esergo: “Ma qui si sta bene. E le stelle sono così vicine, e la tristezza e il piacere sono così intrecciati che sembrano la stessa cosa”. La frase echeggia nella drammatica storia di un uomo fallito che vuole appiccare il fuoco alla propria azienda in rovina ed è memore di una remota e perduta felicità amorosa: “Mi viene in mente quella volta al mare, d’inverno, quando ho fatto l’amore per la prima volta con Mara. Una notte così, era. Niente foschia, silenzio, pace. La luna uno sputo nel cielo. Le stelle così vicine che pareva ti cascassero in testa”.

17settembre
2021

Emanuele Trevi

Neri Pozza

« Due vite » di Emanuele Trevi ha vinto il premio Strega 2021, il più ambito fra i premi letterari italiani e destinato ai romanzi. Ma “Due vite” è un romanzo? Apparentemente no. È un saggio? No. È un saggio narrativo? Direi di no. È una cosiddetta “autofiction”? Nemmeno. Cos’è, allora? Oso dire che quel libro è un “memoriale affettivo”. È una lunga riflessione sulla natura di una amicizia vera. Quella fra due scrittori prematuramente scomparsi, Rocco Carbone e Pia Pera, e di riflesso anche quella dell’autore, Emanuele Trevi, con quelle due persone. Sono persone reali (due scomparse, uno ancora in vita e testimone) e dunque ecco la sfumatura realistica del racconto biografico: ma non c’è nessuna biografia. Ci sono invece evocazioni di momenti, pensieri, battiti di personalità, rovelli interiori, limpidezze, affabilità e aculei psicologici, racconti di incontri e parole e soprattutto il manto caldo di una amicizia che non può trascolorare. Non è nemmeno una “realtà romanzesca”, giacché di fatto non ci sono grandi fatti e accadimenti. Eppure, nel suo insieme quel libro ha l’allure romanzesca di una affezione di mente e di cuore raccontata per lasciare un segno vivo, ha la forza della rievocazione di due persone amiche tra loro e amiche dell’autore, risucchiate dal destino dentro la voragine del silenzio dei morti. Se lo si legge accettando questa sua singolare natura non ben definita (ma chiamiamolo pure romanzo dai, adesso) “Due vite” entra in circolo dentro le vene del lettore, che si incuriosisce, sente empatia per “due vite” che sembrano perdute per sempre nell’oblio e invece la letteratura le sta salvando, in qualche modo. E ci si interessa, ci si appassiona. Confesso che non conoscevo né Rocco Carbone né Pia Pera se non come nomi non frequentati di scrittori, vagamente. Adesso naturalmente la lettura del libro di Trevi ha acceso una curiosità che dovrà essere almeno un poco appagata. Ma non importa, subito. Importa che nella scrittura di Trevi, precisa e raffinata, stilisticamente accurata, attenta nella sincerità, nascono i ritratti (per impressioni, per rintocchi di memoria, per tentativi di evocare e capire) di due persone di forte tempra (al di là di un giudizio letterario, che sarà subordinato e forse non sarà decisivo per la forza morale delle due persone). Rocco Carbone, dice Trevi “è una di quelle persone destinate ad assomigliare, sempre più con l’andar del tempo, al proprio nome”. Uno scrittore ostinato, con addosso piccole grandi ossessioni e lampi geniali di intuizione ed espressione. Difficile, vero, ispido e buono. Negli affetti è fedele ma richiede assoluta fedeltà, con la moralità vera non si scherza. Pia Pera è “una specie di Mary Poppins all’incontrario, dotata di pericolose riserve di incoerenza e suscettibilità”. È provvista di molta ironia, ha lampi di generosità e di malizia, scrive pagine e coltiva orti, vuole bene, vuole vivere nonostante la malattia la ghermisca presto. E la vita di Rocco Carbone, ancor più giovane, viene violentemente spenta da uno stupido incidente in ciclomotore. Di quelle due persone singolari Trevi custodisce e salva le vite affettive e ce le consegna, illuminando anche la loro forza intellettuale. E così chi legge il romanzo “Due vite” (ma sì, è un romanzo) naviga anche nel liquido buono della letteratura, può annotarsi su un foglio a lato nomi di scrittori e libri da andare ad esplorare, soggiogato dall’empatia.

11giugno
2021

Richard Ford

Feltrinelli

Bilanci di vita, vite ampiamente vissute ma ancora tenacemente appese all’istinto pisco-sociale di sopravvivenza. I cocktails, le amanti e gli amanti, i rassicuranti e fidati oppure asfissianti rapporti di coppia nel deposito coniugale degli anni, le domande sul senso che un’esistenza forse ha avuto quando in quella esistenza si fa sera, lo struggimento per un possibile senso da afferrare ancora. Queste piste di sintesi sono soltanto un traccia dei racconti che sotto il titolo “Scusate il disturbo” Richard Ford (uno dei maggiori scrittori americani viventi) ha pubblicato quale sua opera più recente. Non è un paese per giovani, quella raccolta di racconti, quasi completamente abitati da vecchi, perlopiù ben messi e ancora scalpitanti con cautela, gente di norma ricca, immobiliaristi, finanzieri ben pagati e appagati, scrittori forse non eccelsi ma con buoni introiti, avvocati quasi a riposo e intellettuali un po’ sfibrati. Attorno ai barbecues e con l’aiuto di Martini abbondanti si ripensano le vite, perché un significato, un lascito, una solidità non solo economica possono forse mitigare la ben nascosta paura dell’abisso che ci attende tutti. Ho provato dunque a dare l’atmosfera interiore e lo struggimento esistenziale di questi personaggi vivi e affaticati che gustano le ore presenti e meditano su quelle passate, sui rapporti personali, i sentimenti, le storie, le carriere. Al di là di ciò, quello che davvero conta e che rimane, in questi racconti di Ford (lui stesso appartenente alla generazione di cui parla: è nato nel 1944) è la forza della sua narrazione, è l’avviluppo fluido della sua capacità stilistica, fra dialoghi densi e secchi e acute riflessioni nascoste. Ford con questi racconti ricorda il John Updike di certi romanzi (per esempio “Coppie”) e poi anche il Roth delle vecchiaie ipocondriache o nostalgiche. Forse esiste davvero una mai ufficialmente istituita “scuola americana” di scrittura fiorita in questi ultimi decenni in cui i “vecchi” (vivi o morti) Roth, Malamud, Updike, Vonnegut, Williams, Ford appunto e altri restano per il momento ancora più solidi rispetto ai talentosi ma più inquieti, indecisi Franzen, Auster, Foer,…. Ma queste sono soltanto soggettivi tentatovi di impressioni, per cercare di situare il nome di Ford nel panorama della narrativa americana. Resta il fatto che i suoi racconti sono un ritratto d’America fuori da ogni retorica, con istantanee di normale, spesso banale, inquieta e talora drammatica quotidianità. I personaggi sembrano quelli che guardano spesso da finestre-bovindo e dalle terrazze nei dipinti dal pittore Edward Hopper dentro luci serali dorate, estenuate.

28maggio
2021

Giorgio Orelli

Casagrande

Giorgio Orelli, nato cent’anni fa, morto otto anni fa, torna a Prato, la “dolce conca” del villaggio materno dove era cresciuto. Ci ritorna (ecco uno dei piccoli miracoli della letteratura) grazie alla pubblicazione postuma di alcuni racconti che lo scrittore aveva macinato per anni e anni lasciandone appena scorgere alcuni bagliori in qualche pubblicazione e per il resto tenendoli sempre per se, sul tavolo, e lavorandoci sopra in continuazione. Adesso li possiamo leggere grazie alla loro pubblicazione nel piccolo libro “Rosagarda”, curato per Casagrande da Pietro De Marchi e Matteo Terzaghi, studiosi e amici di Orelli. Naturalmente Giorgio Orelli fu soprattutto poeta, di grande risalto e forza, e studioso e ricercatore letterario. In prosa, aveva pubblicato una sola sola -bella- raccolta di racconti (“Un giorno della vita”, riedita qualche anno fa da Marcos y Marcos”). Questi racconti custoditi e lavorati da Orelli in vita ora prendono luce e ci fanno re-incontrare con emozione Giorgio Orelli redivivo in pagina e dentro la quieta altura di Prato (e dei suoi “pascoli estremi”). Rosagarda è il nome letterario che Orelli ha sempre dato al suo villaggio d’infanzia e giovinezza e di tutte le estati della vita (i curatori del volume ci rivelano che quel nome non è pura invenzione ma è quello vero di un pascolo che sta fra Prato e Rodi Fiesso). Anche l’alter ego dello scrittore che torna in età indefinita a Prato ha un nome, Francesco, che in effetti all’anagrafe è il secondo nome di Giorgio Orelli. È lui, il magro, alto, allampanato Giorgio-Francesco l’io narrante che si aggira dentro il tempo e lo spazio a fiutare con naso scanzonatamente proustiano le tracce di vite minime e indelebili in una “recherche” per nulla nevrotica dentro “il cerchio familiare da cui non ha senso scampare”. La narrazione dei racconti si distende fluida, con un canto ininterrotto di piccole cose, piccole storie affidate a voci, invenzioni, ricordi, battute di spirito di giovani un po’ goliardi (cacciatori di marmotte e di bellezze muliebri spiate nelle movenze delle domestiche dei villeggianti o scrutate col cannocchiale nel piccolo campo di nudisti sul versante opposto della valle). Nello slargo breve della piazza corrono chiacchiere e dall’alto di finestre appena socchiuse giungono gesti e sguardi lenti di donne mentre nelle “stufe” (le“stüe”, i locali caldi sotto le camere delle vecchie case di legno) voci di vecchi e cauti passi nelle stanze di sopra sembrano rintocchi del tempo. Le piccole storie, con rapidi momenti anche comici, allusivi, sono infatti creatrici di una vita che restituisce e mescola tempo e luoghi. Davvero, come scrivono i curatori negli utili apparati e note, “è la vita che festeggia se stessa nel tempo ampio della memoria, dove le esperienze si confondono e i morti e i vivi, i presenti e gli assenti, possono tornare a incontrarsi”. La prosa orelliana di questi racconti ha anche calchi dialettali e accenni di sperimentazione linguistica (forse qualche momento stilistico può apparire oggi anche un po’ datato, con echi di lontano neo-realismo che però appartengono alla vivezza delle carte lasciate dallo scrittore). Balza all’orecchio e alla mente, nei racconti di Orelli, una evidente, musicale consonanza con la memoria della sua poesia (vi si ritrovano echi e rintocchi della sua lirica). Il filo dei racconti è fluido: i giovanotti, gli uomini, parlano molto di caccia, di piccole cose piane, gatti e donne, mucche nella stalla, fieno da tagliare, vita da vivere, desideri di lontananze, andirivieni di migranti. I vecchi ricordano, l’amico Pasquale è un filosofo rurale e affabulatore, le pagine cantano e Francesco-Giorgio si aggira nel suo paese imbattendosi in silenzi che lo rendono trasognato al confine fra l’essere e il non essere: “…Non si vede anima viva e anche a me sembra d’esser vivo per miracolo, uno che c’è e non c ‘è. Si muove una tendina nella vecchia casa dove zio Gaetano aveva il suo laboratorio di scultore in legno. Ombra, sgomento d’un attimo, presto l’occhio mi avverte che un vetro è rotto, così che il vento scosta la tendina come una mano invisibile. Nessuno è veramente assente, e mio zio è là…”. Vengono in mente i versi di una delle indimenticate poesie di Orelli, “Nel cerchio familiare”: “Entro un silenzio così conosciuto/i morti sono più vivi dei vivi “.

21maggio
2021

Simone De Beauvoir

Ponte alle Grazie

I libri postumi degli scrittori importanti hanno il fascino della rivelazione nuova e il rischio del dubbio. È sempre bello tornare a leggere scrittori che amiamo. Ma sorgono anche domande. Perché dei libri escono postumi? Se gli autori fossero vivi, li pubblicherebbero? Chi ha apprezzato e apprezza la forza letteraria di Simone De Beauvoir - e il suo grande impegno civile – ha in ogni caso voglia di correre a leggere “Le inseparabili”, appena uscito in Francia con gran clamore e subito tradotto anche in italiano. De Beauvoir, nata nel 1908 e morta nel 1986 (autrice di memorabili romanzi e di saggi, fra cui il fondamentale libro “Le deuxième sexe”, vera inaugurazione della sensibilità femminista) aveva quel libro da anni nel cassetto. E se non l’aveva pubblicato era per due motivi: il primo è che si trattava di un contenuto fortemente autobiografico e forse lei nutriva qualche riserbo di privatezza. Ma il secondo e più decisivo motivo è che Jean Paul Sartre, compagno di una vita della De Beauvoir, l’aveva dissuasa (lo si è saputo) dal pubblicare quel libro, confermando anche in questo un suo autoritarismo intellettuale. Adesso gli eredi della scrittrice hanno ritrovato il testo del romanzo e hanno deciso di pubblicarlo e la scelta appare giusta, anche leggendo la ricca e documentata postfazione. “Le inseparabili” possiede una sua completezza, una sua freschezza narrativa, un suo profondo senso di “verità” nel narrare l’esperienza infantile e adolescenziale di Simone in un rapporto di amicizia totalizzante e assoluta con una sua compagna di scuola. Si capisce che si tratta di una di quelle affezioni sentimentali che possono capitare fra ragazzi dello stesso sesso nella fase puberale della vita (e ai quali succede, come capita anche a Simone e alla sua amica, di accorgersi poi anche del richiamo dell’altro sesso). Nel romanzo Simone De Beauvoir diventa Sylvie e la sua amica Elisabeth Lacoin, detta Zizi, diventa Andrée. La storia ha naturalmente le sue invenzioni narrative ma si è saputo che essa viaggia sulla traccia vera della reale amicizia fra la scrittrice e la sua compagna, al punto che nel libro al testo narrativo si aggiungono lettere e fotografie autentiche che testimoniano la sostanza di quella amicizia sbocciata davvero (una amicizia amorosa un po’ asimmetrica, nel senso che si capisce che Sylvie è quella che vive l’attrazione in modo assoluto diventandone totalmente pervasa, rispetto alla più distaccata e per certi versi inafferrabile Andrée). La storia personale, intima, di questa amicizia si iscrive sullo sfondo sociale e morale di un ambiente singolare: la famiglia di Andrée è cattolicissima e ultraconservatrice, provvista di tutti i crismi di un moralismo puntuto e di una consapevolezza della propria aristocrazia socio-culturale di privilegio (siamo negli anni ’20). Sylvie vive in una famiglia anch’essa tradizionale ma meno assillante. La pressione della famiglia di Andrée non riesce a scalfire l’amicizia fra le due ragazze, che si ritagliano spazi propri. La mano forte della famiglia non risparmia invece la vita personale di Andrée, che si sente addosso le mire di due genitori tutti tesi a far sposare le loro figliole a giovanotti dotati di un ottimo patrimonio finanziario, morale e politico. Sylvie (Simone) saprà difendersi meglio e prenderà coscienza della propria libertà di ragazza, di donna e di persona. La prosa della De Beauvoir conferma la forza di scrittura di una delle grandi autrici del ‘900. Al di là della storia personale delle due ragazze e dell’affondo nel tessuto moralistico e conservatore in cui essa si svolge, De Beauvour ci restituisce con vivezza asciutta ambienti e atmosfere. Basti qui un solo esempio, riferito alla inconfondibile atmosfera della vetusta e signorile casa di campagna della ricca famiglia di Andrée, dove Sylvie viene invitata in vacanza. In pochissimi tocchi (solo odori e suoni) c’è un quadro completo per gli occhi e la mente del lettore: “Seguii Andrée attraverso un vestibolo che profumava di crème-caramel, di cera fresca e di vecchio granaio; le tortore tubavano, qualcuno stava suonando il pianoforte.” In due righe c’è tutta una casa, ci sono un tempo, una storia.

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