Circolo dei Libri

Per condividere con altri il gusto della lettura, che per principio è individuale ma poi può anche farsi compagnia.

06aprile
2018

Joshua Ferris

Neri Pozza

I maschi di oggi vivono spesso in modo più pasticciato e complicato di un tempo, a quanto si dice, i loro rapporti con le donne. Sarebbe in corso una specie di mutazione antropologica, un riassestamento travagliato di rapporti di forza consci e inconsci. A raccontare i pasticci di certi uomini con le loro donne (mogli, fidanzate, compagne, ex, eccetera) è Joshua Ferris, scrittore statunitense che si era affermato, anche per noi lettori di lingua italiana, con il romanzo “Non conosco il tuo nome” (Neri Pozza) cui era seguito “Svegliamoci pure ma a un’ora decente” (Neri Pozza). Stavolta, con questo “Invito a cena”, Ferris si cimenta con l’arte difficile - e anche raramente ben risolta – dei racconti, delle storie brevi. Si sa che certi romanzieri allungano il brodo dei loro libri quando basterebbe chiudere molto prima, tagliare qua e là e trasformare l’opera in un racconto, che risulterebbe più asciutto, più godibile. Ma ci sono anche scrittori di racconti che si fermano troppo presto e lasciano come incompiuto lo slancio narrativo che farebbe presagire quasi una specie di romanzo, che però non arriva. In entrambi i casi, assistiamo a prove non riuscite. Poi per fortuna invece accade che esistano grandi autori di racconti, i quali sanno dare alle loro storie la misura compatta e compiuta, perfetta. Il più grande di tutti resta, a mio parere, Anton Cechov (il quale, forse proprio per questo, produsse più di un centinaio di racconti, oltre al teatro, ma non scrisse mai un romanzo anche se certi suoi lunghi racconti hanno la forza piena di un romanzo breve, ecco). Ma ce ne sono altri: mi limito a citare l’Hemingway dei “49 racconti” e altri due americani, Sherwood Anderson e Raymond Carver. Ecco qui ora Joshua Ferris a inserirsi con merito (di cui aspettiamo conferme in futuro) nella lista. E lo fa raccontando proprio, come si diceva, di taluni goffi e sofferti rapporti di maschi con le donne, di certe complicanze loro, di certe paranoie. Di certe incomunicabilità, fra tenerezza e ironia, con risvolti anche di tristezza per impotenza affettiva. La sonda dello “studio umano” di Ferris penetra nei segreti degli animi, coglie al volo frasi, movimenti, umori, e ci restituisce la fatica dei rapporti sentimentali e anche dei rapporti con sé stessi. Il linguaggio è attento, preciso, i dialoghi lucidi, le percezioni psicologiche acute. Ma c’è anche tanta stoffa da “scrittura americana”, in presa diretta, svelta, con tocchi rapidi di ambientazioni. Come questa descrizione della fine quotidiana, feriale, dell’orario di lavoro negli uffici, verso sera, quando una umanità rinserrata nelle stanze per otto ore torna a respirare e ad evadere nel luminoso crepuscolo della città: “Se ne vanno. Un esodo. Fuori dagli ascensori, in strada. Nella luce che svanisce del tiepido sole del Midwest. A prendere il primo respiro della giornata. Grazie a Dio è finita. Accendono sigarette, allentano cravatte. Si raggruppano agli incroci per aspettare il verde. Le donne si rimettono le scarpe da ginnastica. Gli uomini senza mogli si fermano nei Burger King e nei Popeye’s Fried Chicken per pasti discutibili da consumare tenendoli sulle ginocchia durante il viaggio in espresso verso casa. Se non prendono quello delle 18 e12 sono costretti a ripiegare sul locale e a fermarsi a tutte le stazioni: improponibile. Le ore serali sono materia strettamente personale e molto legata al tempo: sono irrequieti e attraversano con il rosso, schivano i passanti e sfrecciano verso le loro destinazioni nella condizione patologica dello “sbrigati-a-tornare-a-casa”.
In questo libro di racconti viviamo undici storie intessute di commozione, comicità, malinconia.


30marzo
2018

Alicia Giménez-Bartlett

Sellerio

Un bel mattino Petra Delicado, ispettrice di polizia a Barcellona (la quale indaga da anni accompagnata dal suo sottoposto, il viceispettore Fermìn Garzon, formando la simpaticissima coppia creata dalla scrittrice spagnola Alice Giménez-Bartlett), si alza e davanti allo specchio fa una scoperta: “La vita è strana, a volte, o meglio la vita è quasi sempre strana. Per moltissimo tempo ti sembra di non invecchiare affatto e poi un bel giorno, davanti allo specchio, ti accorgi che gli anni ti sono piombati addosso tutti insieme. Fu così che mi successe quella mattina. Ero appena uscita dalla doccia e stavo per pettinarmi quando di colpo mi vidi davanti una cinquantenne che mi osservava con diffidenza….”. Petra Delicado si accorge di colpo che il tempo passa, e lei sta invecchiando. Ha poco tempo per struggersi perché deve correre al lavoro, ma ci corre con quella specie di tristezza addosso. Chi ha amato l’ironia, la perspicacia psicologica e gli sfondi sociali e di costume della scrittrice spagnola sa che all’inizio delle sue avventure, parecchi libri fa, Petra Delicado era una piacente donna quarantenne, divorziata e single. Adesso, in questo ultimo romanzo (tradotto ora come tutti gli altri da Sellerio) eccola a cinquant’anni (e nel frattempo le sono successe alcune cose, come i lettori sanno). Se uno proprio volesse cominciare bene dall’inizio e seguire in presa diretta gli anni dell’ispettrice e del viceispettore, potrà cominciare con il primo romanzo, “Giorni da cani”: i due poliziotti infatti camminano nel tempo e, libro dopo libro, si imbattono anche in persone e vicende che, poco o tanto, cambiano la loro vita. Il resto, a seguire. Petra Delicado dunque è una ispettrice di polizia in carriera, senza tuttavia mai essere cinica e conservando bagliori di accigliata tenerezza femminile. Suo fedele e brontolone vice è Fermìn Garzon, un po’ più vecchio di lei, vedovo e puntiglioso. Fra i due corre una stima così solida al punto di permettersi baruffe verbali e scatti malmostosi conditi con dialoghi umoristici spesso esilaranti. Lo humor di Alicia Giménez-Bartlett disegna trame di lievità sul fondo di ambienti e atmosfere spesso cupamente abitati dal male, o dalla corruzione o dalla degenerazione delle passioni umane. In quest’ultimo romano, crisi esistenziale a parte, la coppia divertente deve lavorare duro, alla caccia di un misterioso maniaco, un serial killer che se la prende con le donne. Si scopriranno piste, trame, ambienti, fra i quali il curioso mondo delle agenzie per i cuori solitari. Questa volta ai due investigatori viene affiancato un poliziotto più giovane, della polizia autonoma della Catalogna (ecco un rimando di attualità, visto come il nodo politico catalano sia ormai un tema ricorrente neimedia): lui è un precisino razionale, loro due seguono spesso l’istinto, concedendosi bicchieri all’osteria e gustose “tapas”. Due generazioni diverse, due sensibilità diverse. Alicia Giménez-Bartlett è tornata in libreria, per il piacere dei sui estimatori.

22marzo
2018

Anthony Trollope

Sellerio

Uno dice: 1500 pagine da leggere? Che mattone. Ma è Anthony Trollope, il fecondo scrittore inglese dell'Ottocento, cui il grande e contemporaneo Charles Dickens oscurò un poco la fama ma che resta lui pure un grande della narrativa vittoriana. Sellerio sta pubblicando tutti i suoi romanzi da anni, ed ecco da alcuni mesi in libreria questo "romanzone" in cui Alice Vavassor, bella ragazza inglese di buona borghesia, si ritrova nel dilemma di due fidanzati, uno ex e uno in precaria carica. L’ex è interessante, ardito, abbastanza spregiudicato, persino ambiguo e anche calcolatore. Il fidanzato in carica per contro è un gentiluomo piacente, che vive in campagna, serio e moralmete granitico. Perfetto. Salvo che Alice pensa: “se fosse un po meno perfetto sarebbe molto meglio”… Il dilemma di Alice agita le acque di una narrazione impetuosa, febbrile, con affondi ironici e invenzioni sapienti. C’e anche un capitolo svizzero, quando Alice, in compagnia di un’amica e del fratello di quest’ultima (che altri non è se non l’ex fidanzato) trascorre una vacanza nell’Oberland bernese, dopodiché gli amici sostano a Basilea: in riva al Reno, sulla sontuosa terrazza dell’Hotel “Drei König” (che esiste ancora oggi) si mormorano nella notte estiva parole caute e si fanno pensieri interiori… Si tratta, per riassumere, di una complessa storia d'amore in cui fa capolino anche l'intreccio di potere e appetiti politici, in sottofondo, fra il fascino della sonnacchiosa ma pettegola campagna inglese e il brulichio della grande Londra. Chi ama l’avventura della lettura dei grandi romanzi vittoriani (non solo Dickens, appunto) troverà qui un invito allettante : humor, senso delle scene e dei ritratti, vivezza dei dialoghi, tensione e suspense. Anthony Trollope è davvero uno scrittore di grande razza. Per chi ha la pazienza di abituarvisi e di affezionarvisi, leggerlo è un bel godimento. Prendetevi il vostro tempo.

02marzo
2018

Marco Balzano

Einaudi

Marco Balzano, 40 anni, premio Campiello nel 2015, autore di tre romanzi belli (ne abbiamo parlato qui con grande apprezzamento), torna in libreria con un nuovo romanzo. Sbarcato da Sellerio alla Einaudi, ha lasciato il tema che gli era caro (la migrazione da sud a nord, fra speranza e nostalgia) e ha mosso la sua storia nel Sud Tirolo. In copertina spicca la fotografia dell’ormai famoso campanile sommerso, che è tutto quel che resta in superficie (ed è storia vera) dell’antico villaggio di Curon, seppellito nelle acque artificiali dell’immenso bacino idroelettrico costruito negli anni ’50. Sotto quel campanile nonsta solo una chiesa di pianta romanica, non stanno solo le rovine di un paese che fu: ci sta la memoria di generazioni, affetti, sapienza contadina, sacrificio, lavoro, sentimenti. Storia. Balzano inquadra questa vicenda drammatica risalendo il filo romanzesco di una storia personale, quella di Trina, una donna, una maestra sudtirolese, italiana di cultura tedesca, che racconta, anziana, la sua giovinezza, la sua età di mezzo. E parla senza vederlaa una figlia che è perduta, una bambina che tanti anni prima era scomparsa, portata via dagli zii affezionati cui ogni tanto Trina fiduciosamente la lasciava. Il fatto è che quel brandello di popolazione italiana di cultura tedesca, negli anni ’30 vide arrivare il fascismo con la sua colonizzazione culturale e di potere. Nelle scuole veniva bandito il tedesco e le maestre come Trina insegnavano clandestinamente ai bambini la lingua madre negli scantinati e nelle stalle. Pressati dal fascismo italiano, molti sudtirolesi videronel nazismo, di cultura tedesca, una specie di terra promessa di identità. Molti risposero all’invito germanico di migrare nella grande patria tedesca e partirono, tra cui gli zii con la bambina, la quale non lasciò traccia, se non una lettera. Trina e il biondo e introverso ma generoso marito Erick, con il figlioletto, resteranno feriti profondamente, segnati da quella amputazione. Non sto a dire della trama. Che appassionerà il lettore. Verrà la guerra, con i suoi drammi e lutti, verranno le fughe in montagna, nei boschi, nelle cascine d’altura su nella neve e nel gelo, di chi non vuole più combattere, né per i fascisti, né per i nazisti, e si farà disertore, verrà la pace, finalmente, con i suoi straziati bilanci di assenze. Ma verrà anche il dramma della diga, che vuole togliere terra e casa alla popolazione. Alcuni accettano supinamente, altri se ne vanno, altri ancora decidono di rimanere (“resto qui”) e di battersi. Scrivono al presidente del governo De Gasperi, vanno persino dal Papa. La storia andrà come andrà. Di quell’intreccio di vicende personali, sentimentali, morali, con poca felicità a sprazzi e molto dolore mescolate a quelle delle lacerazioni culturali e di indentità, della guerra, dello strapotere dei “padroni” della Montecatini e del governo che stanno allagando la valle, Marco Balzano si fa cantore sensibile, attento ai caratteri veridei personaggi, alle loro sofferenze, ai loro palpiti esistenziali, ai loro strappi di amore e sofferenza. Dove la storia è più romanzata, avvincente, ritroviamo il Balzano di vena felice. Talvolta lo scrupolo documentario di testimoniare un dramma civile e collettivo si fa qua e là anche didascalico, a scapito della vivezza narrativa. Ma il romanzo si gusta con partecipazione e addirittura con solidale trepidazione per i personaggi. Marco Balzano si conferma narratore originale sicuro, una voce fresca ma anche matura nella narrativa italiana d’oggi.

02febbraio
2018

Richard Ford

Feltrinelli

Richard è un bambino americano nato nel 1944, suo papà di mestiere faceva il viaggiatore di commercio. Era sposato e per parecchi anni la coppia non aveva avuto bambini: anzi, pensava di non poterne averne più. E così il padre viaggiava, settimana dopo settimana, attraversando l’Arkansas e il Mississipi, nel’America profonda, con al seguito la moglie, la quale con lui soggiornava nelle piccole pensioni e dei motel tipici dei commessi viaggiatori. Una coppia affiatata, apparentemente dimessa, con il marito a vendere amido per il bucato alle massaie della middle class, la moglie a fargli compagnia con quieta complicità. Poi, un bel giorno, la donna resta incinta: ecco il bambino che non aspettavano più. Nasce Richard, i genitori sono certamente felici per questo dono inatteso e adesso vi si dedicano completamente senza esagerazioni vistose ma con la tenacia di una fedele tenerezza. Trovano finalmente “terraferma” in una casa dove abitare in modo stanziale e per il padre comincia la fase del suo lavoro di girovago solitario, sempre in automobile dentro il cuore dell’America profonda, tornando a casa il venerdì sera per ripartire il lunedì mattina presto: ogni settimana, dopo la “quaresima” dei giorni feriali in cui Richard e la mamma sono soli, quasi sospesi in una attesa incompiuta, arriva la luminosa festa del week end in cui il babbo torna a casa e si ricrea il calore del piccolo nido familiare. Richard da grande diventerà un importante scrittore: Richard Ford, appunto, uno dei maggiori autori americani contemporanei. Questa volta in un romanzo assolutamente autobiografico egli ha voluto raccontare, quando i suoi genitori ormai sono già morti, quanto egli debba ad entrambi per la crescita della sua affettività positiva, per una infanzia in cui si è sentito amato, per la tranquilla quotidianità normale di una piccola felicità familiare. Richard Ford ha scritto questo libro (lo dice in una bella postfazione) proprio alla memoria di suo padre e di sua madre, raccontando la loro vita di americani medi, anonimi, normalissimi, apparentemente insignificanti, ma per lui profondamente decisivi nel loro averlo amato senza obiezioni o complicazioni ma con un sommesso, amoroso e fedele accompagnamento di vita. Il libro si compone di due parti: la prima parla della figura del padre, la seconda di quella della madre. Si tratta di due sguardi che il figlio rivolge alle figure dei genitori, cogliendo di ognuno di essi quello che la sua memoria di adulto riesce a trattenere frugando nel ricco, prezioso e decisivo bagaglio dell’infanzia. Questo libro è stato considerato, da una giuria di critici letterari organizzata dal settimanale culturale del “Corriere della Sera”, “La lettura”, il romanzo dell’anno, dribblando giustamente le fallaci classifiche dei libri più venduti. Se “Tra loro” sia davvero il romanzo dell’anno non lo so: so però che si tratta di un libro scritto molto bene in cui un romanziere di razza tira fuori quello che ha di più prezioso come espressività narrativa per sciogliere un cantico di gratitudine e di evocazione: per non far morire del tutto ciò che è stato, per salvare il tempo. Ci sono pagine quasi cronachistiche, persino apparentemente pedanti, altre piene di gonfia tenerezza senza nondimeno nessun sentimentalismo. Richard cresce, succedono cose, il destino ha le sue cadenze impreviste da far scontare. Il lettore vedrà. Richard Ford con questo libro ridà indietro una carezza grata ai suoi genitori semplici e comuni che lo hanno amato.

22dicembre
2017

Daniel Maggetti

Armando Dadò editore

Una storia truce e delicata al tempo stesso, aspra e anche tenera, nella cornice della terra ticinese delle Centovalli, montana e periferica, a meta ‘800. Una invenzione narrativa tratta dalla traccia di eventi realmente accaduti e recuperati negli archivi. Il romanzo “La vedova col bambino” è stato scritto da un autore, Daniel Maggetti, ticinese. Ma in francese. E pubblicato in Svizzera francese (“La veuve à l’enfant”, Zoé éditions). Miracoli della “svizzerità linguistica”: un ticinese emigrato in terra romanda scrive dunque un romanzo in lingua francese con una trama che si svolge nel passato della sua terra natale di montagna della Svizzera italiana, dove lui era cresciuto parlando in famiglia il dialetto delle Centovalli e poi a scuola l’italiano. Il libro ha avuto successo nella Svizzera francese ed ecco che ora è stato tradotto in italiano. Ma non dall’autore, che pure è di lingua madre italiana. No, lui non se l’è sentita di ritornare a ricavare dal proprio testo in francese parole narrative nella propria lingua, avendo assunto quella francese come sua lingua adulta, amata, studiata e approfondita. Daniel Maggetti infatti oggi è professore di letteratura francese all’Università di Losanna e lui, che dopo le scuole in Ticino ha studiato e vissuto in Svizzera romanda, della cultura letteraria francese ha fatto un suo strumento decisivo e importante d’espressione, di studio, di vita. Il romanzo (che ha una prefazione di Yari Bernasconi) è stato tradotto da Maurizia Balmelli.
Siamo nel tempo difficile della vita contadina povera e anche durissima, con una forte tradizione di emigrazione per necessità dalle aspre vallate montane ticinesi. Una piccola comunità viene nel romanzo scrutata da uno sguardo esterno, quello di un sacerdote, Don Tommaso, che dal Piemonte è stato mandato lassù per una specie di punizione a fare il parroco. Il nuovo prevosto, uomo colto e lassù un po’ disadattato, prende a servizio una anziana donna, Anna Maria, dal passato misterioso, che vive da sola con un bambino, suo abiatico. A poco a poco Don Tommaso si incuriosisce, con attenzione umana sensibile, di fronte all’impenetrabile segreto della vita di questa donna. Lentamente i fatti del passato affiorano, si scoprirà che il marito di Anna Maria era una specie di bandito e che ci furono fatti di sangue, misteri, grovigli di rapporti personali. Fra diffidenze familiari, tribalità e contrasti personali, caratteri complessi, povertà amara, emigrazione obbligata, la storia ha una sua trama anche complicata, che lasciamo alla sorpresa del lettore. Lo sfondo è quello di un paese povero, dove il prete è la sola autorità “intellettuale” e i temperamenti dei parrocchiani sono spigolosi, diffidenti, spesso drammaticamente carichi di tensione. Un bel romanzo di terra antica e amara e di umanità affaticata, con alcune figure memorabili. Il testo originale francese (scritto, lo ripetiamo, da un ticinese di lingua madre italiana, anzi prima dialettale!) è condotto in stile elegante, intenso, raffinato. La traduzione italiana gli è fedele, ridando al testo l’espressività linguistica nel cui impasto era nato l’autore. Le molte parole e locuzioni e in dialetto centovallino (in corsivo originale nel testo francese) sono naturalmente così conservate anche nella traduzione italiana: la commistione è dunque tripla, francese, italiano, dialetto. Una singolare, interessante migrazione linguistica interna alla Svizzera. La scoperta letteraria di questo dicembre 2017 in Ticino.

01dicembre
2017

Fabio Genovesi

Mondadori

Fabio Genovesi, scrittore toscano dalla prosa colloquiale, simpatica, colorata, si affida nel suo nuovo romanzo alla memoria della propria infanzia. Fabio è un bambino sensibile, singolare, diciamo pure strano. Ama raccontare storie perché ha udito molte storie. Ha il dono dell’affabulatore. Vive in una tribù familiare in Versilia, a due passi dal mare, nei primi anni ’80, quando l’Italia vinceva i mondiali di Spagna e dalle radio uscivano le canzoni di Julio Iglesias. E’ l’unico ragazzino del gruppo di consanguinei, tutti raccolti in un quartiere di campi, orti e case, appartato, chiamato Villaggio Mancini dal cognome del casato. Fabio ha una decina di nonni, non solo quattro come gli altri bambini: il fatto è che i molti fratelli di suo nonno sono rimasti scapoli, tutti. Morto il nonno vero, loro, che di fatto sono soltanto prozii, dicono a Fabio che loro sono i nonni suoi e lo adottano come amato nipotino, al quale insegnano a cacciare, a pescare, a bighellonare. E gli raccontano storie strane e balzane, strambe. Fabio sta molto con loro e poco con i compagni di scuola, di cui ignora i giochi e anche le malizie. Lui ama le storie, s’è detto. Al punto che quando l’unico televisore “del villaggio Mancini” si guasta (è quello della nonna vedova, che è la vera capa della famiglia) il parentado riunito mette Fabio seduto sul mobile del televisore, gambette a penzoloni, e gli dice di raccontare le sue storie. E lui si lancia, rievoca, ripete, inventa, colora. Fabio ama il suo papà, idraulico tuttofare, uomo silenzioso che assomiglia sputato al cantante Little Tony (forse è lui, sotto mentite spoglie). Il papà gli insegna a nuotare, ma non nell’acqua dove si tocca. No, più al largo, nel mare aperto, dove non si tocca e si ha il terrore di affondare. E così che si imparano le cose della vita, è così che quando ci sembra di sprofondare e perdersi, di non stare a galla, poi di colpo ce la facciamo, resistiamo, abbiamo imparato. Fabio è ingenuo, tardivo rispetto ai compagni nello scoprire le asprezze della vita e anche le prime pulsioni sessuali. E’ goffo, spesso candido. Ma possiede anche la geniale intuizione, che hanno certi bimbi, della traccia del bene e del male, del segno di una moralità autentica di cui ha il presentimento. Conosce l’incanto della meraviglia e la disillusione, la malinconia e i gonfi palpiti dell’affetto per il papà, per la mamma che cerca di risparmiargli, modificando un poco la verità, i gusti amari della vita. Quanto sia affabulatore anche il Fabio adulto –lo scrittore– lo scopriamo nella immaginazione vivida, con botti clamorosi e ilari o grotteschi o quasi surreali, da “realismo magico” sudamericano traslocato in Versilia, della sua narrazione, in una avvolgente tessitura di avvenimenti stupefacenti, sorprese, allegrie, esagerazioni. Il tutto nella scia picaresca dei ricordi (e della bufale) che i quasi nonni raccontano con dovizia carnosa di dettagli. Accadono cose divertenti e pasticciate (esilarante la costruzione del magnifico presepe nella chiesa da parte di tutta la comunità), fra tenerezza e comicità, piccoli dolori e sofferenza, cuori buoni in azione. Fabio si innamora anche di una strana ragazzina vestita da coccinella (“vado sempre in giro vestita così”, gli dice puntuta la ragazza, “salvo che a carnevale”). La prosa di Genovesi è scoppiettante, colloquiale, complice con il lettore, comica e commovente, piena di scintille orali e di riflessioni infantili ingenue e al tempo stesso profondissime. Nei tocchi di meraviglia, tristezza, incanto, curiosità e candore del ragazzino Fabio ritroviamo i tocchi della nostra infanzia. Un romanzo bello, che seduce. Che dà respiro al bene, seppure con qualche tentazione buonista. Ma raccontare il male è più facile, certe ferite brutte attirano da sole, raccontare il bene scansando la retorica è più difficile. Ecco, Fabio Genovesi, narrando l'infanzia di un ragazzino vivo e vero (lui stesso) ha raccontato bene il bene.

24novembre
2017

Antonio Manzini

Sellerio​

"Quando un solo cane si mette ad abbaiare a un'ombra, diecimila cani ne fanno una realtà" (Cioran). Questa frase è stata scelta quale introduzione da Antonio Manzini per il suo nuovo romanzo "Pulvis et umbra" (un titolo in latino, "polvere e ombra": bello), in cui ricompare il vicequestore Rocco Schiavone, romano spedito a fare il poliziotto nel freddo della Valle D'Aosta per una specie di punizione e lassù indagatore su delitti e soprattutto su storie e tormenti umani (uno poi, di tormento intimo, ne ha lui, doloroso nella memoria...). Schiavone è aspro di carattere, quasi rognoso, ma uomo vero. In questo ultimo romanzo ha a che fare con un doppio enigma da indagare, in valle d'Aosta e a Roma. E c'è ombra, e c'è polvere, metaforicamente. Conviene però, se si vuole conoscere il percorso esistenziale di questo vicequestore sbattuto dagli amati tepori romani su nelle fredde montagne valdostane a scontare un eccesso di generosa e illecita rabbia, cominciare dall’inizio. Infatti le avventure di Rocco Schiavone, poliziotto che ha cattivssimo carattere perché ha molto carattere, hanno una loro evoluzione da romanzo in romanzo. Sarebbe peccato, per chi ama i gialli (quelli di qualità, intendo: degli altri non curiamoci) entrare a metà nel cammino di vita di quest’uomo preso da inchieste poliziesche e da privati incubi di dolorosa nostalgia. E dunque ecco l’elenco cronologico dei libri, tutti editi da Sellerio, con cui chi ancora non conosce Schiavone scoprirà uno dei più riusciti personaggi (stliisticamente, nella sostanza e nella piacevolezza di lettura) del fin troppo affollato genere del poliziesco: “Pista nera”, “La costola di Adamo”, “Non è stagione”, “Era di maggio”, “7.07.2007”, “Pulvis et umbra”. A parte, “Cinque indagini romane per Rocco Schiavone”. La lettura progressiva aiuta anche a capire quanto la sicurezza di stile e la tensione del racconto siano andate crescendo di romanzo in romanzo (con una lieve diminuzione in “Era di maggio”, forse troppo abitato da episodi e personaggi). Rocco Schiavone, già commissario di polizia a Roma e ora vicequestore, un giorno ha malmenato per bene un giovane e torvo stupratore seriale, troppo protetto dal padre, un politico importante. Uno sdegno comprensibile, quello di Schiavone: ma un poliziotto certe cose non le deve fare. E dunque eccolo allora trasferito per punizione nella questura di Aosta, lontanissima dall’aria romana che sa di scirocco e odori di cucina verace e abitata da amici veri anche se di dubbia reputazione. Schiavone non si rassegna al freddo alpino, contro il quale, testardo, si difende soltanto indossando un loden e calzando scarpe Clarks: rifiuta di convertirsi ai goffi scarponcini impermeabilizzati che usano da quelle parti e così in meno di un anno ad Aosta ha gia’ fatto fuori una decina di paia di scarpe. Il vicequestore è strano, spesso silenzioso ma quando parla parla abbastanza sboccato e manda volentieri a quel paese la gente; fa vita da single introverso anche se assesta quache zampata arruffata e senza passione ad alcune donne locali provviste di bellezza e desiderio. Ma lui sembra anaffettivo. Il fatto è che cova da solo un suo segreto doloroso: nel chiuso del suo squallido appartamentino valdostano spesso dialoga con una donna, Marina, che è assente. Dietro la mancanza letale di quella donna così importante sta un episodio, un mistero che di romanzo in romanzo prende vagamente forma e si svela in “7.07.2007”. Diciamolo: Rocco Schiavo è un antpatico che piace, un polizotto onesto che tuttavia non esita a a compiere qualche furbata ai margini della legalità. Possiede un fiuto formidabile ed è schifato dalle scoperte del male umano in azione (lui ne sa qualcosa) fra delitti, corruzioni e ipocrisie sociali. Dietro il suo carattere impossibile – spesso da tirare schiaffi – batte un cuore ferito e vero, di forte tempra.

17novembre
2017

Giorgio Montefoschi

Mondadori

Il nuovo romanzo di Giorgio Montefoschi (“Il corpo”, Mondadori) riporta in libreria uno scrittore molto letto e molto fedele a una sua personalissima cifra narrativa. Parlando di lui, ripeterò cose già espresse perché l’autore le richiama. Giorgio Montefoschi divide: può piacere o non piacere, può intrigare oppure persino rendere diffidente o restìo il lettore che non voglia abbandonarsi alla modalità originale, riconoscibile, della sua scrittura. Io trovo che ci sia in essa un magnetismo avvolgente, quasi una musicalità morbida, fatta di motivi ripetuti, brevi passaggi e raccordi insistiti dentro un realismo puntiglioso di dettagli. Un vezzo singolare della sua prosa precisa è quello di darci tutti i dati topografici di ogni scena, in una minuziosa cadenza che si trasforma in un sottofondo melodico per la scansione dei gesti e dei dialoghi: di ogni spostamento dei protagonisti sappiamo gli orari, spesso addirittura le date, le strade percorse, gli angoli di vie e di piazze, i colori del cielo, la corsa delle nuvole, e poi i bar, i chioschi, i luoghi e gli interni delle case signorili dentro una Roma borghese (o talvolta, in questo e in un altro romanzo anche sulle montagne del Trentino). Sappiamo tutto, dei fondali narrativi: le luci soffuse e arancioni dei lampioni nel crepuscolo, i colori delle stagioni e la geografia cirostanziata dei quartieri ricchi e placidi, con tutta la nomenclatura precisa di strade e piazze e luoghi. In quello scenario dettagliato (volutamente ripetitivo: certi spostamenti abituali sono ridetti decine di volte creando una familiarità complice di gesti quotidiani). Anche i pranzi, le cene, le colazioni, i cibi, le bevande, sono descritti in un loro realismo minuto (stavolta si fa molto posto ai buoni vini e soprattutto alle marche giuste di whiskey…). Montefoschi, che ricorda per certi versi l’intimismo scabro di un Cassola, non dà corda ad enfasi o a colpi drammatici di trama ma è piuttosto il narratore quieto, in presa diretta, di una quotidianità minima che a colpi di dettagli, odori, suoni, voci, dialoghi, sentimenti, giorni, anni, scandisce il tempo. La vita. Può piacere o non piacere, Montefoschi. A me piace. In questo romanzo i protagonisti sono due fratelli adulti, maturi: anzi, il vero protagonista è Giovanni, il quale ha passato la sessantina. Avvocato importante, è sposato da molto tempo con una moglie sicura, attenta, trepida: un matrimonio quieto, con le sue ritualità ormai felpate. Hanno un figlio, sposato, sono già nonni. Andrea invece è un giornalista culturale più ansioso, spesso tormentato. Ha una relazione con una donna di parecchi anni più giovane, provvista di bellezza e sensualità. La trama, nella sua normale quotidianità di borghesi colti e moderati, la lascio come sempre al gusto del lettore. Anticipo che Giovanni, giunto ormai al bordo delle stagioni ultime della vita (dopo i sessanta il tempo si fa implacabilmente breve) e con qualche preoccupazione cardiaca, forse per tentare di sospendere la caducità annunciata cade nella tensione e nel tormento di un innamoramento per la compagna del fratello… Questa botta di vitalismo violento e doloroso viene accentuata, per Giovanni, dalla malinconica persuasione che il tempo dell’allegrezza vitale sta per finire. Il “ corpo” del titolo è qello sensuale e vitale di Ilaria ma è anche quello quello fragile, vulnerabile di Giovanni, assediato dal campanello d'allarme cardiaco e dalla precarietà della vacchiaia in agguato. In questo romanzo Montefoschi, come in altri ma ancora di più, traccia un ritratto intenerito e anche impietoso di una generazione borghese e estenuata, nata nel boom speranzoso del dopoguerra e affaticata da questi tempi slabbrati, vaghi. Ha piu mordente morale, paradossalmente, la generazione del figlio e della nuora del protagonista, più vitalistici. Un bel romanzo, di aura malinconica, che non fa sconti ai limiti esistenziali di un ceto borghese abitudinario e disilluso.

27ottobre
2017

Elizabeth Strout

Einaudi

Non è che in “Tutto è possibile” di Elizabeth Strout non succeda niente. Anzi, succedono cose, cose della vita, strappi, dolori, disillusioni, colpi anche duri del destino, quiete riconciliazioni. Ma succede, soprattutto, la vita stessa, con i suoi piccoli accadimenti che nondimeno investono e plasmano e mutano e feriscono oppure consolano le esistenze private. Nel tessere questo filo che a poco a poco trama le vite è bravissima Elizabeth Strout, scrittrice statunitense che il pubblico di lingua italiana ha cominciato a conoscere e ad apprezzare con “Olive Kitteridge” (premio Pulitzer 2009), dal qual è stata tratta una fortunata serie televisiva di qualità. Prima di allora Strout aveva pubblicato (tradotto anche in italiano: da leggere) “Amy e Isabelle”. Dopo “Olive Kitteridge” seguirono “Resta con me “ e “I ragazzi Burgess”. Un anno fa uscì, sempre da Einaudi, “Mi chiamo Lucy Barton” (che qui presentammo). Bello, intenso. Vi si narravano, con un andirivieni ben modulato fra presente e passato, sprazzi di vita di Lucy Barton, appunto, che aveva auto una infanzia un po’ difficile, strana, nel cuore dell’America profonda e rurale, prima di approdare a New York, dove diventerà una scrittrice. Allora, in filigrana, conoscemmo parecchio della vita di Lucy e, di rimando, del suo mondo provinciale da cui era partita (fuggita?). Adesso è appena uscito questo nuovo romanzo, “Tutto è possibile”, che in qualche modo è la continuazione dell’altro. C’è ancora Lucy Barton, questa volta evocata (dapprima) da lontano: morti il padre e la madre, i fratelli rimasti al “paese” non vedono Lucy da anni ma sanno che lei è diventata una scrittrice affermata. Un giorno appare, nella vetrina dell’unica libreria della cittadina, l’ultimo suo libro, dove lei racconta cose di lì, delle sue radici. E i fratelli e le persone che hanno conosciuto Lucy in gioventù si ritrovano un poco, riannodano storie, avvenimenti, ferite, incontri. e f Queste tipiche saghe personali e familiari si intrecciano nel flusso narrativo di Elizabeth Strout, la quale racconta le “storie di vita” di uomini e donne (mariti e mogli, padri e madri, figli e figlie, gente) sgranate lungo il corso degli anni, che lasciano i loro segni e i loro rimpianti e riaccendono memorie. Un giorno poi la stessa Lucy Barton torna a casa per una toccata e fuga, rivede i luoghi, i fratelli. Ma il tempo non torna mai indietro, il presente è sempre diverso rispetto a un “allora” da rielaborare. E, come dice un bel titolo di Gianrico Carofiglio, si sa che “il passato è una terra straniera”. Elizabeth Strout si conferma narratrice di scrittura densa, avvolgente. Si appassiona alle vite degli altri, le fruga, le racconta, le distende lungo il flusso del tempo. Talvolta le mescola, come già era accaduto con “Olive Kitterdige”. Lo sfondo di queste storie è un paesaggio piatto e rurale del Midwest americano, con ampie, sconfinate distese di campi di soia e di mais, le sue luci crudi o dolci nei cieli alti dei giorni afosi d’estate o freddi d’inverno. I personaggi vengono seguiti spesso quasi con una attenzione da telecamera: “ Patty stava viaggiando con l’aria condizionata accesa al massimo; i chili di troppo le facevano sentire il caldo facilmente, e comunque era già fine maggio e la giornata era bella – lo dicevano tutti quanti, ma che bella giornata, oggi – anche se per Patty voleva dire troppo calda. Costeggiò un campo di mais alto solo qualche centimetro e uno di soia verdissima appena spuntata dal terreno. Poi attraversò il centro e seguì la strada che girava attorno a certe case fiancheggiate da esplosioni di peonie – Patty adorava le peonie – e poi la scuola presso la quale lavorava come tutor psicologico del liceo. Parcheggiò e si diede un’occhiata al rossetto nel retrovisore, si aggiustò i capelli con la mano e infine uscì faticosamente dalla macchina”. Presa diretta, come si vede.

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