Circolo dei Libri

Per condividere con altri il gusto della lettura, che per principio è individuale ma poi può anche farsi compagnia.

25novembre
2022

José Saramago

Feltrinelli

Facciamo così: le ultime nove righe (della edizione italiana) del romanzo “La vedova” di Josè Saramago il lettore, se vuole, le potrà annullare: come se non fossero state scritte. L’autore invece le ha scritte, volendo dare un colpo di vento improvviso e impetuoso alla sua storia. Ma i libri, si sa, li scrivono gli autori ma poi appartengono ai lettori. E ognuno quindi, se non se la sente di seguire le ultime nove righe (che risultano coì spiazzanti da togliere il fiato) si fermi a quelle in cui Maria Leonor, la vedova poco allegra (ma talvolta desiderosa) rinuncia a cupi propositi e decide di affidarsi alla pulsione preziosa della vita. A contare, di questo primo romanzo del venticinquenne José Saramago (nato 100 anni fa, morto nel 2010) non è tanto il finale quanto invece la forza narrativa dell’intera storia, in un connubio fra passioni umanissime e pulsanti e moralismo frenante sullo fondo di una natura sontuosa, cosmica, avvolgente. Saramago, portoghese, premio Nobel per la letteratura nel 1998, fu autore di grandi romanzi memorabili. Ma qui per la prima volta viene tradotto in italiano da Adelphi questo suo primissimo romanzo, uscito nel 1947, e che allora in Portogallo non ebbe molto successo. Eppure, leggendolo, si traggono due giudizi immediati. Il primo è che si capisce bene che lo scrittore sta iniziando un suo percorso narrativo e per il momento si attiene alla struttura tradizionale di romanzo, quando poi invece si scoprirà negli altri più maturi libri tutta la forza dell’allegoria, dell’allusione simbolica, della potenza immaginativa e del graffio civile. Il secondo giudizio è che subito ci si trova già di fronte a un talento sicuro e originale di scrittura che con grande forza sa risvegliare voci interiori e moti d’animo, confessabili o meno, dalle donne e dagli uomini e voci ancestrali dalla terra. Siamo nel Portogallo rurale, in un tempo in cui non ci sono ancora automobili ma già sbuffa il treno a vapore. In una grande tenuta di campagna (vaste terre, padroni, servitù e contadini) muore il padrone, ancora giovane, lasciando vedova con due bambini la piacente e affranta Maria Leonor. Su tutta la tenuta cala la cappa del lutto più cupo. Maria Leonor, smarrita e sofferente, cerca di tener stretta la voglia di vivere con i denti, pensando soprattutto al bene dei suoi bambini, così desiderosi di vita piena e chiara. Poi però succede che Maria Leonor comincia a percepire, con antenne femminili e misteriose che lei stessa non sa di possedere, il profumo di una possibile sensualità, di vaghe linfe di inquietudine che entrano in vena. Affacciata al balcone nelle calde notti del sud sente odori di fieno, di nettari di fiori, di vento torpido. Spia da lontano, intrigata, i maneggi amorosi di un giovanotto contadino e di una giovane serva. Nella sua magione appaiono due personaggi maschili, due signori entrambi medici ma diversi tra loro, che intercettano il turbamento di lei e altro glie ne procurano, magari solo per allusioni, gesti goffi e bruschi. Ma a vigilare come una rigida sentinella di morale sta l’enigmatica figura della governante - domestica di sempre, Benedita, la quale, servendo la padrona cui è fedelissima, tuttavia non le permette nessuno sgarro alla luttuosa moralità richiesta dalle circostanze. Benedita è il simbolo incarnato del moralismo retrivo, forse potrebbe persino essere una parte inconscia e impaurita di Maria Leonor stessa. Questo duello silenzioso fra desiderio sensuale e naturale e barriere moralistiche si iscrive in una natura che è sensuale essa stessa, rinascendo con rigoglio primaverile e poi con possente respiro estivo quasi come un cuore misterioso e segreto di vita cosmica che sempre batte, nella sensualità della terra divampata dopo il gelo. In mezzo, ridono, si muovono, giocano, sognano, esplorano e crescono i bambini, vita candida non ancora intaccata dalle costrizioni.

11novembre
2022

​Nancy Mitford

Adelphi

Chi ha letto « Rincorrendo l’amore », di Nancy Mitford (nel nostro sito trovate un video e una recensione) può affrettarsi a leggerne una sorta di continuazione, nel senso che l’Io narrante di quel primo romanzo, la ragazza e poi la donna Fanny, continua nel tempo la esplorazione attenta dei pasticci e del destino di un’altra amica che le è cara, dopo averlo fatto, in “Rincorrendo l’amore” con la cara cugina Linda. Questa volta lei è la scrutatrice affezionata dell’amica Polly, figlia unica, testarda, bizzosa e imprevedibile di una coppia aristocratica e molto ricca. La madre è egoista, presuntuosa, saccente, energica, un po’ nevrotica. Vorrebbe che la figlia abbia successo, si sposi bene, rifulga di luce e potere come lei stessa ma nel contempo la vuole pilotare e dominare e vive con lei uno di quei classici rapporti difficili fra madre e figlia in continuo scontro di caratteri e in lotta di potere psicologico una sull’altra. E tutto questo nonostante il legame affettivo, che perdura. In quanto al padre, beh, il padre è un nobile signorile, elegante, ammirato ma vacuo: un guscio raffinato che contiene poca polpa di intelletto e genio, un vecchio signore rispettato che odora ancora di Impero, ma la sua statura morale e intellettuale è come atrofizzata, imbalsamata. In mezzo a quei due genitori Polly cerca la propria via di scampo, attizzata dal suo amor proprio spiccato, dal suo desiderio di autonomia. E così la ragazza spariglia le carte dei genitori, sceglie un uomo sbagliato, fa la vita che vuole, irride le mire della madre. La Mitford ancora una volta racconta trame stravaganti di personaggi eccentrici e ne approfitta per una critica umoristica ma anche acida della società inglese benestante ed estenuata, viziata e incerta, in un’aura di tempi che mutano in fretta. Questa volta accanto all’Inghilterra dell’aristocrazia rurale e agli splendori della Londra ricca appaiono anche le pulsioni british per la bella Italia e per lo spirito di Parigi, tappe obbligate delle scorribande dei danarosi inglesi, anche nei decenni di primo Novecento (fra una guerra e l’altra…) descritti dalla Mitford.

28ottobre
2022

​Peter Stamm

Casagrande

Andarsene via. Fuggire da una vita quotidiana e ben scandita, quietamente piacevole e affettivamente rassicurante, per spiccare un balzo, una fuga improvvisa, una sparizione. Un “second life”. È quello lo scoppio iniziale e subitaneo del nuovo romanzo di Peter Stamm, sessantenne scrittore svizzero fra gli autori maggiori della narrativa contemporanea elvetica. Tutto accade in una sera d’estate, in un borgo della campagna zurighese, quando Thomas e Astrid, serena coppia con due bambini, è appena rientrata dalle vacanze. Scaricati i bagagli e messi a letto i figli, i due stanno sorseggiando un bicchiere serale di vino. In quel momento Thomas esce di casa. Si allontana, cammina, scompare nella notte. Non tornerà più. Il romanzo a questo punto si biforca. C’è la narrazione della peregrinazione di Thomas che nella prima notte di fuga costeggia cauto borghi e villaggi stando ai bordi, fra boschi, sentieri e prati, spiando i paesi addormentati, e poi via via sempre di più, nei giorni e mesi a venire, in uno sperduto camminare ai margini, dentro la natura, sfiorando appena incontri umani, arrabattandosi per mangiare e vivere. Dall’altra parte c’è la narrazione della sorpresa e poi dell’angoscia e dell’attesa di Astrid, che deve far fronte a quella inspiegabile scomparsa, senza che lui abbia detto un parola di spiegazione, lasciato un biglietto. La donna dapprima nasconde la cosa, poi chiede aiuto alla polizia, bisogna dire qualcosa ai bambini, affrontare lo sgomento di questa fuga tremenda, tener duro nel governare figli e casa, vivere con questo lancinante dolore d’assenza e di spiegazione. Il fatto è che Thomas, come ha spiegato lo stesso Peter Stamm intervistato a “Chiasso letteraria”, non aveva apparentemente nessun motivo per andarsene via e affrontare un’altra vita. Lui e Astrid erano una coppia normale, tranquilla. Ma succede davvero, ha affermato Samm citando cronache di vita autentica, che ogni tanto qualcuno venga preso dal misterioso spasimo di una fuga che cambi tutto, che sbalestri il destino. In molti, perlomeno, talvolta immaginano questa possibilità, che poi non accade. Ma qualcuno, anche, la fa accadere… E così il lettore percorre i due scenari contrapposti, quello dell’uomo in fuga e quello della donna che attende, un Ulisse che circumnaviga la Svizzera dei villaggi, delle montagne, degli alpeggi, e poi più in là, e una Penelope che tesse la tela della quotidianità con il morso del perché e dell’attesa. Diciamo subito che poi l’epilogo è volutamente ambiguo, misterioso, bifido. Thomas non tornerà più, verrà dato per morto. Oppure torna? Oppure è Astrid che sogna e immagina un ritorno? Oppure (oso la sfida soggettiva dell’interpretazione) è Thomas che sogna la propria fuga? O si tratta semplicemente di un doppio o persino triplo finale? Soltanto la letteratura può permettersi di lasciare sospesi i fili dei destini e doppiarli (nella vita non va così). Al di là di questo dubbio sull’esito, che in taluni lettori desterà perplessità, la forza di questo breve romanzo sta soprattutto nella scrittura: la forma qui è sostanza, con un linguaggio lucido, scandito in presa diretta e fisica sui paesaggi e sui tempi, in un realismo descrittivo che accende fondali, luci, colori, sensazioni. Thomas incide i suoi passi nella natura, sale su su fino a lambire i ghiacciai, poi rientra in un mondo che gli è estraneo ma con cui deve scendere a patti per vivere. Astrid rimane la guardiana della casa e della normalità, ferita dallo strappo, tenace nel resistere, mai persuasa dell’apparente ineluttabilità della fuga di Thomas. Il quale forse scompare davvero per sempre lassù in altura, oppure no, corre via nel mondo ad invecchiare per conto suo, oppure magari, chissà, torna a casa. Forse non ha cessato mai di amare Astrid e i figli, a modo suo. E Astrid non ha cessato di amare Thomas. Sarà anche un po’ troppo enigmatica questa storia, ma è scritta benissimo e fa camminare e palpitare il lettore che rincorre Thomas per monti e valli e sta accanto con compassione ad Astrid ferita e non crollata.

14ottobre
2022

​Nancy Mitford

Adelphi

Di fresca traduzione presso Adelphi, ecco ripubblicato in italiano un romanzo delizioso che ha compiuto 77 anni. E non li dimostra, perché dalle pagine sprizzano scintille di humor intatto, di ritratti implacabili, di giudizi lucidi e assolutamente contemporanei alla nostra sensibilità di oggi. “Rincorrendo l’amore” fu pubblicato da Nancy Mitford in Inghilterra nel 1945. Nancy era una delle celebri sorelle Mitford (erano sei!), figlie del barone David Freeman-Mitford e famose per eccentricità, intelligenza, stravaganza e anticonformismo. Lei fu appunto la scrittrice, quella che scriveva romanzi in modo acuto e impertinente. Siamo nell’Inghilterra negli anni '30, la Gran Bretagna è ancora un Impero ma sta scricchiolando, c'è di nuovo odor di guerra e la scena è quella di una grande e bislacca magione di campagna retta da una bizzarra famiglia della piccola aristocrazia terriera. A colpi di humor e di bozzetti quasi surreali Mitford affonda la sua lama sottile nel corpo molliccio della buona società inglese e non fa sconti a nessuno: né ai conservatori imbolsiti, tradizionalisti e retrogradi, né ai marxisti da salotto, né ai perbenisti in corsa verso denaro, carriere e matrimoni vantaggiosi. Riesce persino a darci la caricatura (e son passati più di 70 anni!) del salutismo esasperato e del "politicamente corretto". I protagonisti principali sono tutti abbastanza stravaganti e dalla noia li salva l'eccentricità. Le ragazze sognano naturalmente l'amore, soprattutto la principale protagonista, Linda, viziata, volubile e sventata ma anche coraggiosamente libera e a modo suo pre-femminista. A raccontare tutto, e a mettere a fuoco soprattutto i desideri e il destino di Linda è sua cugina Fanny, un “io” narrante affettuoso e attentissimo alle piste psicologiche e alle bizzarrie di tutti i personaggi. La stessa Fanny (e questa è una avvertenza per i lettori che vogliono fare bene le cose) sarà poi la protagonista narrante del romanzo “L’amore in un clima freddo”, già pubblicato tempo fa da Adelph (questa volta occupandosi di un’altra ragazza stravagante, l’amica Polly, ricchissima e indomabile) Ma bisogna iniziare da “Rincorrendo l’amore”. Per chi vorrà, c’è un un terzo romanzo, e questa volta Fanny parla di se stessa: “Non dirlo ad Alfred” (sempre Adelphi).

30settembre
2022

Anne Tyler

Guanda

Anne Tyler, 80 anni e 25 libri all’attivo, è una dei maggiori narratori americani viventi. Grande studiosa e ammiratrice di Checov, sembra averne ereditato la curiosità minimalista e attenta per le trafitture affettive, psicologiche e sociali della quotidianità. La sua scrittura ha uno sguardo minuzioso per i dettagli, i piccoli scarti di umori, i gesti, le atmosfere. Anche in questo suo ultimo romanzo, come sempre puntualmente tradotto in Italia da Guanda, il lettore ritrova il solito “gusto” tyleriano e la sua lezione narrativa: il battito sommesso della vita apparentemente comune snoda adagio adagio le enigmatiche piste dei destini e la complessità sfuggente dell’esistenza. Tyler ha sempre raccontato piccole ballate di esistenze normali, o quasi: storie di famiglie con ammaccature o stranezze, coppie ai bordi della stanchezza, vite individuali. Anche questa volta la scrittrice mette a fuoco un “interno di famiglia”, spalmato però lungo l’arco di oltre cinquant’anni. Dallo squarcio iniziale con due fidanzati che stanno viaggiando da Philadelphia a Baltimora si balza indietro alla fine degli anni ‘50, sempre a Baltimora, che è la città di Anne Tyler e dove si svolgono tutte le storie dei suoi romanzi (una Baltimora poco urbana e centrale, più periferica e sommessa). Robert e Mercò Garrett, marito e moglie e genitori di due figlie adolescenti e un figlio più piccolo, decidono di fare una rara vacanza, una settimana in riva a un grande lago. Quella vacanza, descritta da Tyler con minuzia attentissima, ci immette in un realismo narrativo che quasi in tempo reale racconta paesaggi, rive boscose e acqua fredda, atmosfere e persone, umori, primi innamoramenti giovanili, eccentricità del ragazzino, mutevolezze di carattere dei genitori. Poi i figli crescono e “le mamme imbiancano”, ma la mamma Mercy ha anche qualche scatto di misurata ribellione, lei ama dipingere, si fa un atelier in proprio, fugge un po’ via, il marito mite abbozza, dopotutto la famiglia tiene, con tutti i suoi umori problematici, le sue eccentricità, le malinconie date dai destini sparigliati, dai temperamenti, dal fatto stesso che il tempo inesorabilmente passa. Tyler è bravissima, per fare un esempio, nella scena in cui l’intera famiglia sta aspettando che dopo mesi di silenzio lontano da casa sta per tornare in visita l’enigmatico figliolo giovanotto, che era sempre stato single, il quale ha scritto che porterà con se una donna: curiosità, attesa pettegola, congetture, ansia, cordialità studiata. Anne Tyler si conferma dunque attenta osservatrice (quasi come un’entomologa che studia una specie) dei comportamenti umani consueti, scanditi nell’allure di commedia e di drammaticità della vita comune in cui giorno dopo giorno i dettagli del quotidiano si trasformano nella vita intera. In questo ultimo romanzo Tyler ha forse aggiunto qualcosa di troppo, per esempio qualche snodo che vira sul patetico (nella parte finale) e sempre sul finale con un po’ di cedimento al “politicamente corretto" e, poco adatto al timbro della scrittrice, un tuffo nell’attualità stretta in pieno lockdown da Covid. Si poteva evitare.

09settembre
2022

Sabina Zanini

Gabriele Capelli editore

La persona (non sappiamo, almeno per lungo tempo di lettura, se sia maschio o femmina) protagonista del monologo-soliloquio del romanzo nuovo e sorprendente di Sabina Zanini non ama il mondo in cui è costretta a vivere e lavorare: la banca, i colleghi, i ritmi, le ambizioni e le furbizie, il ronzio delle accelerazioni di iperattivismo e socializzazione obbligata. Sabina Zanini, giornalista alla Radiotelvisione svizzera, esordisce nella narrativa raccontando in un flusso continuo – di fatto senza trama ma con un impressionismo di notazioni e riflessioni soggettive – una forma contemporanea di alienazione. La persona protagonista del romanzo non ci sta al gioco ma deve giocare, non vorrebbe far parte del gregge social-bancario compulsivo e robotico, della folla consumatrice e ansiosa. Deve per forza guadagnarsi il salario ma lo fa in punta di piedi, stando ai margini dell’agitazione. Il suo compito è di valutare se la banca debba concedere dei crediti a dei richiedenti: una faccenda delicata, in cui la persona non vuole mettere troppo il cuore e la passione. Le cose devono funzionare, ma senza affannarsi e senza mettersi in gioco. Pausa pranzo? Colleghi in sciame a mangiucchiare e pettegolare? No, di certo: via subito dal gruppo, in solitaria, sbocconcellando qualcosa in luoghi appartati. Questo rifiuto del mondo rasentando per forza il mondo trova una consolazione privatissima soltanto fra le quattro pareti di casa, quando a soccorrere quel che resta del cuore libero giunge la musica del violino, e in particolare quella di Niccolò Paganini. Quella è la salvezza di arte e ingegno, libera voce in libera emozione. Al di là dell’assunto del romanzo – una critica immaginata in modo volutamente simbolico e quasi patologico e morboso alla società della convulsione mercificata e banalizzata – a colpire è la espressività della narrazione, in cui ai fraseggi di realismo minuzioso (le ore, i gesti, i luoghi, le persone) si mescolano gli acuti di rapide riflessioni profonde, piccole sentenze seminate ad arte. La persona così ribelle all’alienazione sociale - anzi, la scrittrice stessa – possiede una bella riserva di curiosità culturale e di conoscenza, e lo si capisce benissimo. A parte il soccorso della musica di Paganini, traspaiono passioni colte e singolari, come per esempio la stima ben documentata per la cultura ebraica, segno di sensibilità intellettuale. Un bell’esordio, una sfida di racconto abbastanza coraggiosa e singolare. Per questo romanzo Sabina Zanini ha vinto nel 2021 il premio Studer/Ganz, importante riconoscimento svizzero alle opere prime.

01luglio
2022

Yasmina Reza

Adelphi

“Quando torna l’estate torna il tempo. La natura vi ride in faccia. Lo spirito di letizia ci scortica l’anima. Ogni estate contiene tutte le estati, quelle del passato e quelle che non vedremo mai”. Basterebbe questo affondo di pensiero sulla forza quasi cosmica dell’estate come stagione delle grandi chiarità, dei lunghi crepuscoli e spazi e memorie (“il perfido scintillìo dell’estate, questa lama che torna ogni anno a ferirci”) per farci capire che Yasmina Reza guarda in modo serio alla vita (e alla scrittura). Poi naturalmente ll suo romanzo, al di là di quelle iniezioni riflessive, ha il suo intreccio, i suoi dialoghi ritmati, i suoi personaggi stravaganti e ammaccati. Reza scrittrice nasce soprattutto come drammaturga di successo ( il suo “Art” è stato tradotto in oltre venti lingue) e la sua prosa conserva a modo suo la modalità nervosa del teatro. “Serge” è un libro bello e compatto, che non perde colpi di ritmo ed è al tempo stesso comico e drammatico, divertente e malinconico, spietato e tenero. I tre fratelli Popper, sulla sessantina, vivono in una Parigi anonima, di banlieue, e da quasi vecchi quali sono cercano di cavasela in un presente acciaccato e si nutrono molto di ricordi. La loro saga familiare viene cantata da Yasmina Reza con una ballata senza sentimentalismi e senza sconti in quanto a difetti, umori difficili e mediocrità, e tuttavia con scaglie di generosità e luci morali e sentimenti non adulterati anche se qua e là azzoppati. Jean, l’io narrante, il fratello di mezzo, è come un parafulmine fra il primogenito Serge, millantatore e logorroico, non cattivo ma puntiglioso, sfortunato, e la sorella terzogenita Nana, già bambina carina e viziata, è indolenzita dagli anni e da un matrimonio imperfetto cui rimane nondimeno fedele. Il finale di vita dei loro genitori (personaggi intensi e forti) è raccontato con malinconia, tenerezza, scoppi di ilarità. La trama non è nemmeno tanto importante, importa la vita che va in scena ogni giorno e della vita fanno parte anche i grovigli affettivi, le malattie e il declino delle esistenze. Un avvenimento chiassoso è il bizzarro viaggio che i tre fratelli di vaga origine ebraica compiono ai campi di stermino di Auschwitz e Birkenau: una spedizione esilarante e drammatica al tempo stesso. “Serge” è urticante, feroce, umoristico e drammatico, spesso pessimistico, ma contiene anche lampi di bellezza e mistero, disseminati fra le pieghe dell’ironia amara e della tristezza, speziata dal pathos. Resiste la tenacia di sentimenti buoni mai del tutto sopiti, seppure nella sbrindellata realtà di una famiglia sgangherata, di vaga classe media e meticcia, post- religiosa, post-politica, post-sociale. I tre fratelli hanno tra loro un rapporto scalcagnato ma salvano tuttavia il legame profondo, biologico, memoriale e sentimentale che li tiene uniti. Fra le piccole luci nascoste affiora l’affetto caldo di Jean per Luc, il fragile bambino della sua ex compagna Marion, con la quale forse rinascerà un ménage salvifico di ritorno. Avevamo iniziato con una breve citazione di pensiero. Chiudiamo con un’altra, che dice in una sintesi perfetta come certi brevissimi lampi di memoria remota possano condensare la densità profonda e intera di una persona che ci fu cara: “Basta un’immagine per contenere un uomo”.

17giugno
2022

Sara Catella

Casagrande

È un monologo di dolore indignato e accorato quello che Caterina Capra, levatrice di Corzòneso, nella valle di Blenio del Canton Ticino, anno 1912, rivolge al prete don Antonio, a letto paralizzato. Lui non parla, non vede, muove talora appena gli occhi per mostrare forse d’aver capito. E allora Caterina, che viene mandata dal dottore a curare l’infermo e a fargli le iniezioni, gliele canta, le sue filippiche aspre ma anche speranzose, di donna che parla di donne. Per una volta si rovescia il ruolo consueto, giacché di solito erano i preti a predicare dal pulpito e la gente stava ad ascoltare. Adesso parla lei, e il prevosto deve ascoltare. Caterina è un fiume in piena, perché sa di cosa parla, lei che sta sgravando le donne della valle, perlopiù poverissime, sfiancate da gravidanze in serie, fino a dodici, a diciotto volte: poi molti fantolini muoiono subito, o appena più tardi, la morte entra volentieri in quelle case povere. Caterina intuisce anche la prepotenza maschile: “Io dico, don Antonio, voi dovete spiegare agli uomini che Dio non gli ordina mica di fare certe cose come le bestie!”. Sara Catella, diplomata in letteratura, bleinese residente oggi a Berna, curiosando fra gli scatti dell’ormai famoso (in Ticino) fotografo ambulante Roberto Donetta, che a cavallo fra ‘800 e ‘900 ha fissato sulle lastre migliaia di volti giovani e vecchi, vivi e morti, si è ispirata a una di quelle figure vere per inventare la sua levatrice accorata. La quale, avendo visto molto, racconta molto: donne ingravidate e poi sgravate e subito via a faticare duro nei campi perché in quel tempo la maggior parte degli uomini forti ma poveri emigravano a Londra e a Parigi, alcuni erano migranti stagionali, partivano e tornavano e ad ogni ritorno seminavano un figlio nella pancia della moglie. E ci sono le ragazze messe incinte da mascalzoni che se ne fuggono, e covano il loro dramma isolate, come appestate, e spesso tentano di liberarsi da quel grumo di vita scoccata. C’è ignoranza, allora, sulle cose riproduttive, sul sesso. E c’è pregiudizio. Persino il sangue mestruale terrorizza le ragazzine: c’è del resto parecchio sangue di donne, in questo libro: sangue mestruale, appunto, sangue di parti dolorosi in case anguste, sangue di aborti capitati o maldestramente procurati. Lo sfogo parlato di Caterina è amaro, spesso sconsolato. Si potrebbe dire che l’autrice Sara Catella rilancia all’indietro, oltre cento anni fa, una voce di femminismo avanti lettera. La scrittrice assume a ritroso la propria responsabilità femminile di giudizio e non nasconde di essere di parte, dalla parte delle donne. Caterina poi mantiene anche la sua fede religiosa (allora la fede, con tutti i suoi moralismi del contesto del tempo, e con certa sessuofobia, era consolazione e speranza). Anzi, Caterina sussurra al prete infermo che ci sono donne che vorrebbero venire a trovarlo per tentare di parlargli, confessarsi, chiedere granelli di speranza. Lei, Caterina, a un certo punto dice di preferire saltare i passaggi complicati fra preti malati e pastoie rituali e parlare direttamente al Padreterno…. Questo romanzo molto breve (o racconto lungo) ha la sua coraggiosa “faziosità” morale e sociale (ma si aggancia a storie vere, forse eclissandone altre, pure vere, di maggiore pace sentimentale e morale). E ha, stilisticamente, il coraggio di impastare un italiano colloquiale ed emotivo con vene copiose di dialetto locale, in un mix linguistico intrigante. Iniettare suono di dialetto lombardo (qui quello della valle di Blenio) nella lingua italiana è operazione difficile, spigolosa (altra cosa è l’impasto dei dialetti centro italiani e merIdionali, più in sintonia musicale con l’italiano). Ma si può tentare, e Catella ha tentato, come aveva tentato anche la scrittrice Laura Pariani in almeno un suo romanzo (e Pariani firma una breve e incoraggiante prefazione al libro di Catella). In postfazione invece lo studioso Matteo Ferrari analizza proprio l’impasto linguistico osato ma anche simpatico di Sara Catella. Forse qua e là qualche innesto di dialetto risulta eccessivo, un po’ fuori posto. Ma spesso invece i brandelli dialettali aspri e diretti speziano la prosa italiana di Catella e ne fanno una complessità espressiva sincera, disinibita, confusa ed emozionata, da donna che soffre e si arrabbia, e scaglia domande sulla faccia del prete paralizzato e forse anche più su… Sarà da tenere d’occhio in altre prove, questa fresca narratrice al suo esordio.

03giugno
2022

Seethaler Robert

Neri Pozza

Siamo nella primavera del 1910. Sul ponte della grande nave che sta portando i suoi passeggeri nella lunga traversata da New York all’Europa, sosta per delle ore, imbacuccato in una coperta a fiutare l’aria salmastra e ristoratrice e a sogguardare la immensa distesa grigiazzurra del mare, Gustav Mahler, musicista celebre che ha appena ricevuto tributi e ovazioni in America. Il compositore e direttore d’orchestra austriaco ha 50 anni, è stanco e molto malato. Giù sotto, negli eleganti spazi del bastimento, c’è la moglie, Alma Mahler, con la figlioletta Anna. Il musicista sa che la moglie si è innamorata di un altro, il celebre architetto Walter Gropius (altri amori importanti avrà poi questa donna di grande intelligenza, cultura e fascino). Mahler l’ha scongiurata di stargli ancora accanto, lei accetta perché sa che lui è malato, fragile, triste. Sul ponte della nave il musicista guarda il mare immenso: quella distesa d’acqua gli fa pensare alla sua vita passata e adombra al tempo stesso il mistero ineffabile del tempo, dell’ineluttabile suo correre verso il compimento del destino, nell’enigma dell’infinito. I pensieri di Mahler sembrano distendersi in una partitura mentale di armonia dolente e grave. Lo assiste sul ponte un ragazzo, un giovane cameriere di bordo che si incuriosisce per quella estenuata, misteriosa e anche intrigante figura di uomo infragilito. I due parlano un po’, Mahler rivela qualcosa di sé, pone domande al ragazzo, il quale a sua volta gli chiede notizie di lui, e poi fa la spola fra il sopra e il sotto della nave, è come un legame mobile fra il musicista e la moglie e la figlia che stanno di sotto. Mahler ricorda. Ricorda anche lo strazio doloroso della morte dell’altra figlia sua e di Alma, Maria, che tre anni prima, colpita da difterite dopo essersi raffreddata in un bagno nel lago, spirerà a non ancora cinque anni di età. Anche quel dolore lega ancora Gustav ad Alma. Quella traversata è come un “ultimo movimento” di una sinfonia grandiosa, tenera e drammatica, complessa e sfuggente, che è poi la sinfonia della vita intera di Mahler. La prosa dello scrittore tedesco Robert Seethaler sembra abbozzare, con le frasi e le parole sommesse e delicate, le note in prosa di quell’ultimo movimento. Un romanzo interiore, sensibile, malinconico, che con tocchi lievi accenna alla grandezza di un genio, al suo dolore, alla sua malattia che lo consuma, al suo amore per Alma: “Non c’è nessun’altra, pensò. Lei è la mia felicità. Non so se anch’io sono la sua, ma in ogni caso lei è la mia. Non so se me la sia meritata. Si può non meritare l’amore. Ma guardala. La sua spalla, simile a una cima innevata. E la fronte. E la bocca. E quel punto là. Come vorrei poter vedere i suoi sogni, pensò. Ma probabilmente è meglio così. Non si dovrebbe sapere tutto”. Ecco, anche della vita di Mahler non si dovrebbe, non si può sapere tutto. Sappiamo che appena un anno dopo essere sbarcato dal bastimento del suo ultimo bilancio di vita al cospetto del mistero del mare, del tempo e della memoria, Mahler morirà, a 51 anni appena.


07maggio
2022

​Eduard von Keyserling

L’Orma

Una delicata, malinconica storia di seduzioni amorose consumate o appena abbozzate, di imbarazzante e rispettosa estraneità esistenziali fra generazioni, di piccola nobiltà baltica in decadenza tardo-ottocentesca: l’ha scritta un autore morto da poco più di cento anni, Eduard von Keyserling (1855-1918), appartenente alla stessa nobiltà baltica che egli descrive (in Curlandia, nella Lettonia). Von Keyserling era dunque lèttone ma trascorse gran parte della sua vita a Monaco di Baviera, seppure sempre evocando nelle sue pagine la terra natale. A Monaco, ai primi del Novecento, incontrerà un giovane scrittore ramingo, che di von Keyserling intuì subito (assieme a Thomas Mann e ad altri) il talento sensibile e singolare: Robert Walser. L’autore svizzero ricorderà in un suo scritto come egli incontrasse quotidianamente von Keyserling in un caffè della città: “il conte Eduard veniva quasi ogni giorno a sedersi di fronte a un bicchierino di cognac, orgogliosamente solitario, quasi cieco: un uomo distaccato in mezzo a una massa di indaffarati aspiranti alla più rapida carriera possibile. Ma sì, il leone è re nel suo regno: un re che sta morendo. E tale era Eduard von Keyserling". Walser aveva intuito, di von Keyserling, la dolente natura di un uomo appartenente a una stagione culturale e morale di grande raffinatezza ma ormai estenuata, in una dignitosa malinconia intonata al riservato tratto aristocratico. E anche la prosa di von Keyserling è così: lirica e spesso dolente, raffinata. Lo scrittore sa narrare dolcezze e struggimenti, palpiti di felicità sfuggente su cui egli acquarella i colori trasparenti della malinconia, del battito del tempo che passa, dell’ineffabile trascorrere dei destini. In questo “La sera sulle case” tratteggia il crepuscolo di un mondo aristocratico di proprietari terrieri sparsi fra campagne e foreste che di fatto riverbera anche il più vasto e fatale tramonto di una civiltà (diciamo quella della grande area asburgica) cancellata dalla Grande Guerra. È singolare che von Keyserling muoia nel 1918, proprio allo scadere del conflitto e dell’Impero cui la piccola nobiltà baltica era legata: se ne è andato nello stesso momento anche lui, assieme a un mondo, il suo, che svaniva. La trama sottile, non clamorosa del romanzo racconta di alcune famiglie nobili e rurali, annidate ognuna nel proprio piccolo castello in mezzo a sterminati boschi e pianure. Si frequentano, si fanno visita per i tè, le cene, le piccole feste. I vecchi patriarchi, aggrottati e conservatori, fedelissimi alla gabbia virtuosa dei valori veri ma anche dei privilegi, faticano a capire l’aria vaga di un mondo nuovo che spira da lontano, dal brusìo remoto delle città. I giovani, più inquieti, sentono linfa fresca nelle vene, vorrebbero colpi d’ala, guizzi di libertà, ma hanno poco nerbo morale e poca stoffa di responsabilità: il conflitto fra padri e figli è elegante, rispettoso, addomesticato. Nascono passioni, lecite e meno lecite, sbocciano innamoramenti, il tempo passa e consuma ardimenti, logora giovinezze indecise, congela vecchiaie riottose. Tutt’intorno respira una natura possente, al soffio delle stagioni. D’inverno slitte con sonagliere scivolano nei boschi innevati portando in giro dame e signori o cauti innamorati solinghi. D’estate le lunghe sere infinite odorano di fieno tagliato e i voli delle anatre planano sugli stagni, di notte l’immenso cielo stellato sta sopra le luci delle finestre qua e là accese nelle varie e distanziate dimore gentilizie dove fra tintnnìo di tazze, brontolìo di padri e pazienti letture ad alta voce di figli, si consuma lentamente un appartato brandello di civiltà elegante e raffinata votata alla decadenza ineluttabile.

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