Circolo dei Libri

Per condividere con altri il gusto della lettura, che per principio è individuale ma poi può anche farsi compagnia.

08gennaio
2021

​Sally Rooney

Einaudi

Persone normali, ma a guardar bene neppure tanto. Connell, studente abbastanza brillante in un liceo di una cittadina irlandese non lontana da Dublino, ha una sua goffa ma intensa relazione con una sua compagna, Marianne, figlia ricca di una vedova algida ed egoista. Marianne al liceo invece è appartata, bloccata, spesso sotto il tiro di una beffarda estraniazione da parte degli altri compagni. Al punto che Connell preferisce nascondere in pubblico il suo rapporto con Marianne, quasi che la cosa potesse risultare disdicevole per la propria immagine, o meglio per la propria sicurezza psicologica. Parte da qui la vicenda di un romanzo che, pubblicato due anni fa e tradotto ora in italiano, sta spopolando in Gran Bretagna e ormai nel mondo, anche grazie a una fortunata serie televisiva, seguitissima soprattutto dai giovani. Abbastanza stupefacente è il fatto che questo best seller sia stato scritto quando la sua autrice aveva 28 anni: una ragazza, quasi. Eppure Sally Rooney già due anni prima, a 26 anni, aveva pubblicato un romanzo che subito aveva suscitato curiosità e interesse al punto di essere anch’esso subito tradotto in varie lingue, fra cui in italiano da Einaudi (“Parlarne tra amici”). Connell e Marianne, proprio perché non sono proprio normali (sono troppo sensibili, incerti, forse troppo intelligenti, intellettualmente singolari) aspirano ad essere però delle “persone normali”: bisogna pur vivere sempre un po’ in gruppo, dopotutto. Una loro asimmetria sociale (Connell è figlio di una ragazza madre che fa le pulizie nella casa benestante e psicologicamente fredda di Marianne) e una loro simmetria affettiva ma sempre un po’ strappata sono le costanti che accompagnano verso gli studi universitari e l’età adulta quei due ragazzi che in continuazione si prendono e si lasciano. In sottofondo, un sottobosco di personaggi ben schizzati e di pasticci familiari con segrete ferite. La trama, che cammina negli anni, va lasciata alla scoperta del lettore. Si può invece sottolineare la forza della vena narrativa di questa giovanissima scrittrice, la quale oltretutto offre uno spaccato abbastanza sincero e amaro di una inquietudine giovanile contemporanea colta nella società odierna d’Irlanda. Forse Rooney indulge (volutamente con astuzia oppure con una traccia di acerbità?) in qualche compiacimento forzato quando insiste su accennati traumi familiari o quando bagatellizza il sesso (ma forse è una fotografia veridica più di quanto non si pensi della connotazione morale incerta, spaventata o stordita, di certa gioventù). Ma una cosa è certa: Sally Rooney è scrittrice di grande talento, di razza. Aspettiamola a prossime prove.

08gennaio
2021

Andrea Fazioli e Friedrich Glauser

Casagrande

(Dalla recensione di Matteo Airaghi sul “Corriere del Ticino”)

Qualche volta i più riusciti manicaretti letterari nascono dai più imprevedibili connubi di sapori. Gli ingredienti, tutti svizzeri, cucinati da Andrea Fazioli, uno dei nostri «masterchef narrativi» più apprezzati e sperimentati, si trasformano con Le vacanze di Studer, appena pubblicato da Casagrande, in una delizia per i più esigenti palati intellettuali, affamati di romanzi polizieschi (e non solo). Ma andiamo con ordine: fin dagli anni Venti del Novecento il geniale e tormentato scrittore Friedrich Glauser progetta un’avventura del suo Jakob Studer (il poliziotto bernese protagonista dei gialli «espressionisti» che lo hanno reso celebre) ambientata ad Ascona nella torrida estate del 1921. Le basi di partenza sono l’assassinio di una giovane donna nei pressi del Monte Verità e il mondo di artisti e personaggi, tanto eccentrici quanto sospetti, che gravitano intorno a quel luogo sovraccarico di utopie, significati e misteri.
Il romanzo però non viene mai concluso, il caso non trova soluzione e il colpevole rimane nell’ombra. A un secolo di distanza, con un pizzico d’incoscienza, Andrea Fazioli sollecitato dall’editore Casagrande si mette al lavoro sui caotici frammenti di quella storia lasciati da Glauser (morto improvvisamente nel lontano 1938) e li rielabora magistralmente in un piccolo capolavoro della letteratura (non solo) poliziesca che finisce addirittura per coinvolgerlo in prima persona. «Quando l’editore Casagrande mi ha proposto di proseguire un inedito di Glauser - ci spiega Fazioli - il mio primo pensiero è stato quello di darmi alla fuga. Amo e leggo Glauser fin da quando sono ragazzo... come aggiungere qualcosa a una storia con il sergente Studer? Lo stile di Glauser è molto personale, inimitabile. Ma poi, comunque: imitare? Credo che Glauser non avrebbe amato un’operazione del genere.(…) Non potevo eliminare pagine di Glauser, anche se all’apparenza contenevano delle ripetizioni, per aggiungere parole mie. La scommessa era piuttosto (…) quella di costruire un congegno narrativo nel quale collocare tutti gli inediti. Inoltre, non mi piaceva l’idea di presentare gli inediti all’inizio e poi scrivere “da solo” fino alla fine. Se dovevo lanciarmi nell’avventura, allora dovevo cercare uno scambio continuo fra me e Glauser, in maniera che le nostre voci si mescolassero (…). L’essenziale era lavorare come avrebbe lavorato Glauser: non scrivere un poliziesco come se fosse un indovinello, non titillare la morbosità di chi legge, ma immergermi (e immergere chi legge) nell’intimità dei personaggi, nella loro meraviglia, nei loro dolori, nelle loro domande. Glauser era come Simenon: l’importante per lui non era risolvere un omicidio, ma approfondire l’anima di un luogo, oltre a quella di un personaggio (Simenon diceva: arrivare all’homme tout nu)».
E la bravura di Fazioli va ben oltre l’utilizzo perfetto di un originale meccanismo narrativo o alla consumata dimestichezza con le più perfezionate formule di storytelling. Se qualcuno ha opportunamente definito quelli di Glauser come polizieschi «espressionisti» ecco che l’abilità dell’autore ticinese di insistere su alcuni temi ricorrenti di Glauser (la solitudine, le domande sull’identità, il desiderio di fuga, l’importanza della quotidianità, la riflessione su che cosa sia la verità) rendono questa prova un’introduzione ideale all’universo glauseriano e (di conseguenza) studeriano. Ecco un giallo con l’anima dunque, capace, su più livelli e con mille sfumature, allusioni e rimandi, di risolversi, convincendo, un secolo dopo la sua scintilla originaria. «Sicuramente, nel mio giocare a nascondino insieme a Glauser - conclude Andrea Fazioli - c’è per me un insieme di ironia, tenerezza e sperimentazione; è una tensione ludica, appunto, che mi ha spinto a inserire nella narrazione anche gli scambi di mail con la mia casa editrice e – ma non voglio dire di più – anche una pagina che ho cercato volutamente di scrivere male...». E i glauseriani si leccano i baffi.

01gennaio
2021

Alain Elkann

Bompiani

Un giorno nella vita di un uomo. Un giorno nella vita di un uomo illustre ma forse ingessato in una elegante incompiutezza e persino in una raffinata mediocrità ben camuffata. Una giornata che potrebbe persino essere, inopinatamente, l’ultima della sua vita. Alain Elkann racconta le ventiquattro ore rivelatrici e a modo loro fatali di Edmond Bovet-Maurice, sessantottenne direttore del massimo museo parigino (si può pensare al Louvre). L’uomo è importante, famoso, vezzeggiato, possiede fascino intellettuale e sex appeal. Ha un matrimonio alle spalle e una incerta relazione in atto con una donna molto più giovane di lui. Edmond Bovet-Maurice si sveglia un mattino e il suo umore non è dei migliori: si accorge di essere ingrassato, anche se la governante, interrogata in proposito, minimizza con educazione la cosa. Oltre a ciò, lo inquieta la scoperta di un neo sulla pancia, che dovrà mostrare al più presto al suo medico. E così si avvia la giornata del mondano direttore del grande museo, un uomo così fortunato da aver raggiunto un ruolo di celebrità nella vita culturale francese e da essere sul punto, addirittura, di venir eletto presto nella prestigiosa Académie française. Ma proprio in quella giornata appare la fastidiosa perturbazione di una difficoltà vaga, per cui la sua candidatura sarebbe improvvisamente in forse: infatti sarebbero saltati fuori alcuni punti oscuri nelle vite pregresse della mamma e soprattutto della nonna materna di Bovet-Maurice, le quali sarebbero state in qualche modo spregiudicatamente collaborazioniste con i nazisti ai tempi dell’occupazione tedesca. Le radici ebraiche di famiglia e la figura certa del padre come protagonista della Resistenza non tolgono il sospetto che la folgorante carriera, sin da giovane, di Bovet-Maurice sia stata favorita proprio dalle collusioni parentali con poteri occulti e cupi. Non è la migliore giornata, per il protagonista, che se la deve vedere anche con un incontro non facile con la giovane donna con cui ha una relazione: lei gli fa capire, con fredda gentilezza, che se lui dovesse ammalarsi o mostrare i segni di una incombente vecchiaia, lei non starà certo a fargli da badante. Un colpo duro, per lui, che vede vacillare improvvisamente alcune certezze. A poco a poco Edmond si ritrova a dover fare i conti con un bilancio privato fra coscienza e moralità, senza sconti. La sua ambizione deve prendere atto anche dei limiti intellettuali e morali: dietro la facciata di successo forse non sta un uomo del tutto limpido, sia per la trafila generazionale del passato (in qualche modo le colpe dei padri, anzi qui delle madri, può sempre ricadere sui figli) sia per una analisi lucida della propria persona. Quando lui, uomo sicuro, viene infragilito dalle circostanze del destino, l’esame di coscienza può diventare, oltre che necessario, anche implacabile. Questa dimensione di scavo psicologico e morale avviene, nella narrazione di Elkann, dentro una perlustrazione minuziosissima dei luoghi fisici; e sono quelli di una Parigi raccontata in tutti i dettagli, strada per strada, piazza per piazza, palazzo per palazzo, ristorante per ristorante. La mappa parigina disegnata da Elkann mette insieme con scrupolosa esattezza spazio e tempo (e ricorda in un certo senso la ricognizione fisica e toponomastica di Parigi operata in molti suoi libri da un altro scrittore, il premio Nobel Patrick Modiano). La vita di un uomo può essere riassunta in ventiquattro ore trascorse nella geografia spaziale e umana di una vivissima e dettagliatissima Parigi: e proprio questa è la bella invenzione di un romanzo in cui la tentazione snobistica dell’autore (aristocratico italo-parigino) si scioglie molto bene nella sua serietà stilistica.

04dicembre
2020

Graham Swift

Neri Pozza

Gioco di prestigio, trucco di mago, confusione fra palcoscenico e vita,”Grandi illusioni” è un colombo svolazzante che Graham Swift cava in modo elegante dal cilindro profondo della sua immaginazione narrativa. L’editore Neri Pozza, dopo aver pubblicato nel 2016 “Un giorno di festa” (recensito nel nostro sito) ora ha appena tradotto l’ultimo romanzo di Swift, il quale cambia radicalmente registro e ci porta a Brighton, placida località balneare inglese, alla fine degli anni Cinquanta. E mette in scena – è il caso di dirlo – un triangolo amoroso strano, la cui storia viene scandita nel momento stesso e poi nel tempo che sussegue, su su verso gli anni della maturità e della memori. I protagonisti sono tre, una lei e due lui. I due uomini sono Jack Robinson, uomo di spettacolo, presentatore e cantante, mattatore da palco, e Ronnie Deane, che con il nome Grande Pablo di mestiere fa il mago prestigiatore. I due si sono incontrati in servizio militare, quando entrambi erano giovani soldati. Nel 1959 Jack, diventato animatore di successo di spettacoli di varietà per il teatro di Brighton nelle stagioni delle villeggiature, si ricorda del suo amico commilitone – diventato mago - e lo invita a raggiungerlo per rimpolpare il suo show. Ma un mago che si rispetti, gli dice, deve trovarsi una assistente, una donna graziosa che sappia essere svelta e muoversi bene, assecondando il prestigiatore nei trucchi. E così Ronnie pubblica un annuncio per l’assunzione di una “assistente di mago” e assolda Evie, ragazza bella e sinuosa e con giusta ambizione. Nasce così una coppia di successo, perfettamente coordinata sul palcoscenico ma anche sentimentalmente legata. Attorno ai due gravita Jack, che cuce insieme lo spettacolo. Le sottili complicazioni, non del tutto chiarite, del triangolo sentimentale che forse ne nasce, si mescolano ai trucchi sorprendenti che il Grande Pablo inventa per gli occhi stupiti del pubblico di Brighton. Ronnie-Pablo, veniamo a sapere, ha avuto una infanzia difficile ma anche provvista di una parentesi di felice e indimenticata “età dell’oro”, quando Ronnie, figlio di madre lavoratrice e di padre pressoché assente e infine scomparso, viene affidato, per sfuggire ai bombardamenti tedeschi su Londra, a una famiglia generosa e affabile in campagna. I signori Lawrence, coppia senza figli, si affezionano moltissimo al bambino, come se fosse figlio loro. E il signor Lawrence coltiva l’hobby della magia…. Così Ronnie, entrato nell’età adulta, di quell’età dell’oro si porta dietro l’indelebile memoria e i trucchi da illusionista. La trama viaggia nelle pagine nel tempo con le sue vaghezze intuite e i suoi enigmi, come se la realtà fosse sempre al comando degli spettacolari trucchi di magia di Ronnie. Tutto il romanzo si intreccia con le “grandi illusioni”, sia quelle sul palcoscenico, sia anche quelle della vita, che spesso appare guidata dai beffardi trucchi di una magia che si chiama destino. Il lettore cerca di capire piano piano, e anche se ci sono continue illusioni, il trucco c’è ma non si vede.

06novembre
2020

Nick Hornby

Guanda

L’amore al tempo della Brexit. Ma non basta. L’amore al tempo degli amori possibili a Londra fra persone di colore diverso. E ancora: l’amore fra un uomo e una donna quando lei ha vent’anni più di lui. E di più: l’amore quando lei è bianca, più vecchia, più colta, letterata, e lui è nero, più giovane, aspirante disc-jockey che arrotonda lo stipendio facendo il baby sitter e il commesso di macelleria. La miscela d’attualità, prurigine, sex appeal e “politicamente corretto” potrebbe scoppiare fra le mani di chi scrive se non fosse che a scrivere è quel marpione di un Nick Hornby, autore britannico popolarissimo ma non letterariamente populista. Hornby, che ha scritto molti romanzi pieni di inglesissima gente comune di oggi e conditi con alcune delle sue grandi passioni come il calcio, la musica rock e gli amori, possiede una tastiera leggera, curiosa e comica. Ha il ritmo sincopato delle canzoni ballabili, sa scrivere con le bollicine, si fa leggere bene. Un po’ buonista e un po’ furbo, non è tuttavia mai banale. Sa cogliere, nei caratteri, nei dialoghi e nei comportamenti dei suoi personaggi gli accenti, i desideri e i problemi della quotidianità urbana inglese di oggi. Lucy è una donna intelligente, insegnante di letteratura, separata da un marito colpevole di alcolismo molesto, madre di due figli preadolescenti. Ha appena passato la quarantina. Un giorno Incrocia Joseph, ragazzo nero di 22 anni, molto incerto sul proprio futuro, che vive ancora in casa con la madre, divorziata. Si intuisce subito un affare di cuore e i lettori saranno tutti presi dal seguito, che lasciamo alla loro sorpresa, al seguito dei protagonisti e dei comprimari. Sullo sfondo brontola l’inquietudine di un paese stordito e diviso dai due fronti opposti, pro o contro la Brexit (siamo nelle stagioni della campagna, del voto e del dopo-voto). I due schieramenti vengono tratteggiati con il loro carico di razionalità e di umori e i lettori non inglesi riescono a capire in modo singolare la portata storica, emotiva, psicologica e di opposte visioni di quella votazione storica. Nello stesso tempo Hornby osa frugare nei rimasugli di pregiudizio razziale che ancora permangono nel tessuto sociale londinese, spesso anche soltanto a livello inconscio, con tanto di diffidenze, scetticismo, larvati distacchi e persino compiacenze formali, eccessi di gentilezza, complessi reconditi di colpa, imbarazzi. Horby scrive leggero e con finezza di tratti, conosce i vizi e le virtù della propria tribù britannica e in genere se ne intende di natura umana universale. Alle tentazioni di scorciatoie buoniste ogni tanto non sa resistere, e talvolta il lettore vorrebbe che i personaggi potessero essere sì guardati con simpatia e affetto ma anche senza essere per forza belli e buoni in eccesso.

30ottobre
2020

Peter Cameron

Adelphi

L’atmosfera di questo nuovo romanzo di Peter Cameron tutto vissuto sotto nevicate incessanti in lande nordiche da qualche parte in Finlandia è a dir poco perfetta, nel suo incanto inquietante: neve fitta, enigmi, grand hotel gelati e lampadari decaduti, un bar curvato con pochi avventori che sembrano dentro un quadro di Edward Hopper, una dama intrisa di brillanti rimpianti, la vita e la morte in elegante pelliccia d’orso. “Cose che succedono la notte”, appena uscito negli Stati Uniti, subito è stato tradotto in italiano da Adelphi, che già aveva pubblicato i precedenti romanzi di Cameron (notevoli “Quella sera dorata” e “Un giorno questo dolore ti sarà utile”), con una copertina molto bella, a raccordare l’immagine con l’atmosfera che il lettore respirerà fra le pagine. Si tratta di una storia singolare, abbozzata con tocchi di fascinazione spiazzante, piste forse simboliche, figure ammaccate e malinconiche fra malattie e bugie, desiderio di vita, nostalgia del tempo perduto. Il fondale scenico è avvolgente, intrigante: un vago nord finlandese, nevoso e brumoso, paesaggi di bianche bufere e boschi, campagne desolate, maestosi edifici affaticati. Il romanzo ti afferra e poi può conquistarti o lasciarti anche interdetto. S’è detto che prima ancora della trama (strana) e del senso (enigmatico) questo romanzo di Peter Cameron possiede la ricchezza di una eccezionale atmosfera. Si può qui dare soltanto qualche indizio, sparso con circospezione perché in questa storia la realtà è distribuita in modo sfumato, ammiccante, misterioso. Un treno solitario corre lungo campagne brumose e bianche, campi e boschi sotto la calma, inesorabile discesa dei fiocchi. Un uomo un po’ affaticato, incerto, con una moglie ancora più stanca, malata, sta dirigendosi verso una sperduta stazione. Arrivano, tra folate di bufera bianca, a un grande, vecchio albergo lussuoso e fantasmico, con molta solitudine dentro e fuori. Sono giunti fin lì, quei due americani sposati e spossati, per prendere un bimbo. La loro è una storia sospesa, abbozzata per tracce minime, cosi come sospesa sembra essere tutta la vicenda del romanzo, dentro un paesaggio che pare al confine del mondo e del tempo, forse della vita stessa. E la vita e la morte si sfiorano, ineffabili, in una narrazione che si nasconde con tocchi di eleganza raffinata dietro veli di misteri, di mistero. È enigmatica e sibillina la vecchia signora elegante appollaiata sullo sgabello del bar, la quale sembra possedere tutto il tesoro della memoria, ridotto al simulacro di ricordi, parole, mezze verità, mezze bugie e mitomanie. Ma chi sarà mai quella signora che corteggia la vita e sembra una ironica annunciatrice della fine della vita? E quale destino in ritardo insegue quella coppia strana, con lui trepido e disilluso, lei malata e nevrotica? E qual è il senso di quel bambino che sembra il fine ultimo di tutto quel girovagare? C’è di mezzo anche un guaritore ieratico, uno strano monaco sacrale, il quale forse più che guarire potrebbe aiutare a superare il dilemma stesso fra il vivere e il morire. “Cose che succedono la notte” è un romanzo allusivo, di magia narrativa decadente e delicata, un cantico misterioso che lievita al confine fra il vivere, lo sperare, il morire, il desiderare, il rimpiangere. Alta maestria del narratore, enigmi insoluti per il lettore, che riceve il suo nutrimento tutto da decifrare. Se ci riesce.

16ottobre
2020

Vincenzo Todisco

Armando Dadò editore

Anni '50 e '60, se un operaio italiano stagionale in Svizzera voleva portare con sé e con la moglie (posto che anche lei avesse un contratto) i propri bimbi, doveva nasconderli. Era proibito portare appresso bambini: se fossero stati scoperti, tutta la famiglia veniva espulsa. E così, pur di avere con sé un proprio figlio, molte coppie di lavoratori stagionali in Svizzera lo nascondevano in appartamento, lo facevano sparire in qualche ripostiglio o armadio quando c'erano controlli, lo facevano vivere come un piccolo recluso. Al di là della giusta deprecazione per questa crudeltà di legge, lo scrittore Vincenzo Todisco racconta la storia personalissima e singolare di un bambino nascosto per anni negli angoli del suo appartamento e negli anfratti del palazzo dove vive con i suoi genitori. Il bambino deve emergere cauto, scomparire in fretta, strisciare negli angoli. Come una lucertola. La sua storia, realistica e al tempo stesso strana fino ad accenti surreali, assume la valenza di esperienza esistenziale complessiva, universale: l'emarginazione psicologica, la separatezza dal mondo, la costrizione. Il romanzo è uscito prima in tedesco ("Das Eidechsenkind", Rotpunktverlag) ed è stato tradotto dallo stesso autore in italiano per la nuova collana "La libellula" dell'editore Armando Dadò. Vincenzo Todisco tocca con attenzione ed emozione una corda vitale e dolorosa della lunga stagione migratoria italiana in Svizzera: ma il suo non è un pamphlet di denuncia sociale (peraltro su questa piaga etico-sociale la società svizzera ha riflettuto a lungo e in modo autocritico). Il nascondimento forzato di un bambino diventa per Todisco l’avvio di una storia privata e tuttavia provvista del respiro di una universalità che, partendo dal bambino rinchiuso per colpa di una legge occhiuta, arriva alla condizione generale della marginalità coercitiva, della esclusione, della stranezza imposta da un destino. Vincenzo Todisco è titolare di una sua storia interessante. Nato a Stans, nella Svizzera tedesca, da genitori immigrati italiani, a pochi anni si trasferisce a San Moritz, nell’Engadina romancia e internazionale, dove il padre era diventato capo-cameriere all’Hotel Palace. E così il ragazzino Vincenzo negli anni dell’infanzia gioca nelle “coulisses” del Grand Hotel con i figli degli altri camerieri e cuochi ma anche talvolta con la prole dei ricchissimi frequentatori dell’albergo. In seguito Todisco sposa una ragazza romancia, con la quale ha avuto sette figli, e abita oggi a Rähzüns, nei Grigioni, al confine fra terra tedesca e terra romancia. È insegnante di lettere a Coira. Laureato in letteratura italiana e francese all’Università di Zurigo, egli dunque possiede, con la conoscenza piena delle quattro lingue nazionali, una sua “svizzerità” particolare, aggiunta alla sua radice d’origine bene innestata nella realtà elvetica. Al netto di qualche forzatura stilistica (per esempio la ripetizione eccessiva del soggetto “bambino lucertola”, o qualche tipizzazione troppo profilata nei personaggi), il romanzo trasmette al lettore una emozionata solidarietà per il bambino nascosto e si conclude con un finale apertissmo a plurime ipotesi. È vivo, brulicante e intessuto di solidarietà e diffidenze il caseggiato della città svizzera in cui si svolge il romanzo: ma la Svizzera non è mai nominata: se il paesino italiano d’origine, Ripa, ha un suo nome, la nazione elvetica è soltanto “il paese d’accoglienza”: una finezza indicativa.

09ottobre
2020

Paolo Di Stefano

Bompiani

« Noi » è un romanzo potente e intenso, una tremenda e intenerita storia familiare autobiografica. È un fiume carsico che dal sottoterra della memoria infantile e giovanile ( e di quella indagata negli altri) sbuca alla foce del presente e cerca di pacificare lo struggimento, il peso, le ferite, la riluttanza e l’amore dei nodi familiari. È il bilancio sofferto dell’appartenenza (non scelta ma data dalla nascita) a una filiera parentale ed è anche un regolamento di conti consci e inconsci, una fame di chiarezza, una voglia di pulizia morale, di quieta tregua con chi non è più fra noi, ma soltanto dopo aver smistato le carte della verità e dei sentimenti vissuti. Paolo Di Stefano non fa sconti all’inesorabile rapporto fra la narrazione e la verità. Racconta la storia vera della sua famiglia vera, con nomi veri e fatti veri, al costo di asprezze dolorose che si percepiscono non soltanto nella scrittura ma anche sulla pelle vera dello scrittore. Eppure alla fine della lettura del romanzo resta aperto il solito enigma affascinante della “invenzione della verità” che appartiene ai diritti ineffabili della narrativa. Anche se tutto è vero, ci si chiede, questo vero è assoluto o è filtrato dalla percezione soggettiva di chi racconta? L’esercizio della memoria, si sa, è ambiguo e spesso fallace, la memoria ritaglia spazi e nasconde buchi, censura e dilata, ha fissazioni ossessive e amnesie. Al netto di questi enigmi, “Noi” è il romanzo (un grande romanzo) della vita familiare vera di Paolo Di Stefano. Il quale se ne assume la responsabilità, di fronte ai familiari ancora vivi e di fronte a quelli scomparsi. “Noi” dopo l’avvio di assestamento, ti entra a poco a poco nelle vene: grazie alla scrittura forte, minuziosa, stilisticamente accurata e rigorosa ma al tempo stesso accalorata ed emotiva, il lettore si fa prendere dal ritmo sontuoso e nervoso di una narrazione che oscilla in continuazione, altalenante, fra spazi e tempi. C’è innanzitutto l’altalena fra sud e nord, fra la siciliana Avola post-contadina e la Lombardia e poi il Ticino. Ad Avola ci sono le radici, ci sono gli avi, c’è l’autoritario e intrattabile nonno (il “femminaro” prepotente, duro e sprezzante con moglie e figlio) e c’è quel suo figlio (che diventerà il padre del narratore) il quale fatica a liberarsi dal miscuglio di repulsione e dipendenza nei confronti del brutale genitore (nel futuro del quale si disegnerà tuttavia una inattesa tenerezza) e si arrabatterà fra amori non corrisposti e studi difficoltosi. E c’è la migrazione-fuga a nord, a Milano e poi nella Svizzera italiana, dove quel figlio-padre diventerà professore di latino al liceo di Lugano e porterà con sé la famiglia, compreso il piccolo Paolo che da grande oggi ci racconta tutto e non ci nasconde nulla. L’altalena fra il sud e il nord oscillerà per tutta la vita del padre e dei suoi familiari, sempre su e giù, giù e su, in lunghissimi viaggi stipati tutti dentro un’automobile, tra fughe e nostalgia. Poi c’è l’altalena fra il passato e il presente, ovvero l’onda della memoria antica che continuamente si rifrange sulla sponda dell’oggi mentre l’oggi a sua volta ostinatamente cerca e ricerca i grumi del passato. E infine c’è l’altalena giocosa dentro le filastrocche di un bambino rimasto per sempre bambino perché morto a cinque anni, un fratellino di Paolo, Claudio, la cui vita fu stroncata da una leucemia fulminante: e allora, sull’altalena “dell’aldiquà dell’aldilà” il remoto bambino scandisce pensieri, giochi di parole, enigmi, scaglie di ricordi e struggimenti all’orecchio del fratello Paolo, il quale oggi nel profondo di sé risente di qualche oscuro senso di colpa perché lui a quel fratellino (del quale era maggiore di sei anni) aveva fatto qualche dispetto. La voce del piccolo Claudio risuona lungo tutto il romanzo con piccole strofe che echeggiano da un mistero inconoscibile e sono colorate in rosso, come le macchioline che la leucemia aveva distribuito sulla pelle del ragazzino malato: davvero la voce di Claudio incide non soltanto il bianco delle pagine ma anche la vita stessa di Paolo. Nel grande spazio di centinaia di pagine si avviluppano storie, fatti, persone e anni e grovigli di cuori e coscienze in una febbrile epopea di sentimenti senza sentimentalismi. Tutto corre avanti e indietro, la vocina di Claudio dal suo “altrove”, i rapporti difficili e complessi con la figura del papà (così sfortunato e tenace, orgoglioso e decisionista nel suo lungo viaggio far sud e nord, fra ossessioni e dolore) e poi la madre, ancora viva, con il suo folto fieno di memoria in cascina, e i fratelli, gli amori, le donne, i figli, gli amici, Avola e Lugano, infanzia e giovinezza a Viganello. Al termine di questo pellegrinaggio di memoria e turbamento intimo del Paolo narrante 65enne si coglie quasi una quieta, indolenzita pacificazione, una avvisaglia di serenità per aver potuto dire, con la cattedrale sofferta e maestosa delle parole di un romanzo, il proprio cruccio irrisolto ma anche la sterminata riserva di affetto per la propria storia familiare. Perché questa narrazione, urticante e tenera, spietata e compassionevole, attesta che Paolo Di Stefano ha speso 600 pagine per dire i groppi e i patimenti ma anche tutto il suo problematico ma indiscusso amore per la propria famiglia. Quella in cui ha le radici ed è nato e cresciuto, ma anche quella di oggi, la quale traspare con persone e voci vive dentro il presente: e salvando il presente con complici allegrie, salva anche il passato.

01maggio
2020

Giorgio Montefoschi

La nave di Teseo

Un “primo amore” che resta un amore per sempre, nelle sue intermittenze, nelle lunghissime assenze, nell’irrompere di altri destini che tuttavia non annullano l’incompiuto ma non estinto destino di quell’amore. E’ questa, in sintesi, la storia dell’ultimo romanzo di Montefoschi, una storia senza tragedie dietro gli angoli ma con sentimenti e sofferenze e passioni alle svolte delle stagioni e degli anni. Il tutto raccontato dalla scrittura accurata, realistica, ricca di luoghi e luci e gusti, di questo scrittore così originale, così riconoscibile. La storia, dunque, di un amore sconfitto che tuttavia non muore, un viaggio sentimentale dentro la giostra degli anni, dalla giovinezza post-adolescenziale negli anni ‘60 alle soglie della vecchiaia. Matteo e Livia si distaccano ma si amano per tutta la vita. Già visto? Forse. Ma bisogna saperlo raccontare e Montefoschi lo racconta con precisione, delicatezza, incanto e disincanto. Ho già scritto in passato che Giorgio Montefoschi divide: può piacere o non piacere, può intrigare oppure persino rendere diffidente o restìo il lettore che non voglia abbandonarsi alla modalità originalissima della sua scrittura. Io trovo che ci sia in essa un magnetismo avvolgente, quasi una musicalità morbida, fatta di motivi ripetuti, brevi passaggi e raccordi insistiti dentro un realismo puntiglioso di dettagli. Un vezzo singolare della sua prosa precisa è quello di darci tutti i dati topografici di ogni scena, in una minuziosa cadenza che si trasforma in un sottofondo melodico per la scansione dei gesti e dei dialoghi: di ogni spostamento dei protagonisti sappiamo gli orari, spesso addirittura le date, le strade percorse, gli angoli di vie e di piazze, i colori del cielo, la corsa delle nuvole, e poi i bar, i chioschi, i luoghi e gli interni delle case signorili dentro una Roma rintracciabile come in una mappa accuratissima, in cui si muove una ricca borghesia un po’ estenuata, colta, di buon gusto, sfibrata, talvolta neghittosa. Siamo nei luoghi montefoschiani, i quartieri alti e borghesi, le zone dei Prati, del Pincio, di quieti piazzali alberati, di strade tranquille, e poi gli slarghi, i viali, i colli, i parchi, i vicoli di tutta Roma conosciuta a memoria e perlustrata in Vespa o a piedi: certi spostamenti abituali sono ridetti decine di volte, creando una familiarità complice di gesti quotidiani. C’è anche qualche puntata in un casale di vacanza in campagna, fra erba alta e pini. Sappiamo tutto, dei fondali narrativi: le luci soffuse e arancioni dei lampioni nel crepuscolo, i colori delle stagioni e la geografia circostanziata dei quartieri ricchi e placidi, con tutta la nomenclatura precisa. Anche i pranzi, le cene, le colazioni, i cibi, le bevande, sono descritti in un loro realismo minuto. Montefoschi, che ricorda per certi versi l’intimismo scabro di un Cassola ma in altro ambiente sociale, non dà corda ad enfasi o a colpi drammatici di trama ma è piuttosto il narratore quieto, in presa diretta, di una quotidianità minima che a colpi di dettagli, odori, suoni, voci, dialoghi, sentimenti, giorni, anni, scandisce il tempo. La vita. In questo caso la vita di Matteo, il quale ha i suoi genitori e poi la sua Anna, il suo Pietro, la sua Maria, i suoi amici, ma ha anche sempre la sua perduta e riacciuffata e di nuovo perduta e ripresa Livia. E i morsi della mancanza e della nostalgia e quelli della gelosia. E poi la vita di Livia: più sfuggente, enigmatica, presente e assente, ritrosa come una Micòl Finzi-Contini romana e poi nemmeno più romana.

10aprile
2020

Elisabeth Strout

Einaudi

Riecco Olive Kitteridge, la protagonista dell’omonimo romanzo “ a tecnica mista” di Elisabeth Strout, che nel 2008 avevamo molto apprezzato e aveva vinto il premio Pulitzer e ispirato una fortunatissima serie televisiva americana. La ricomparsa della robusta, e ora ormai anziana docente di matematica (adesso in pensione), si annuncia proprio nel titolo, “Olive, ancora lei”, del nuovo libro di Elisabeth Strout. S’è detto “tecnica mista”: infatti anche il nuovo libro mescola fra loro, con invenzione narrativa originale, il genere del racconto e quello del romanzo, impastando la scansione di racconti spesso separati tra loro e il filo unitario che collega e mescola quei brani. A parte ciò Elisabeth Strout possiede la capacità di narrare attraverso la rapidità precisa di annotazioni – distribuite, insinuate, appena abbozzate oppure evidenziate – di caratteri, luci, atmosfere, elaborazioni e risentimenti interiori, umori e malumori. La scrittrice tiene fra le proprie mani la sapiente amministrazione dei tempi, del tempo: ogni avvenimento, ogni desiderio o ferita si iscrivono dentro la mutazione lenta ma inesorabile del tempo che passa e che muta e amalgama i sentimenti e i ricordi. La struttura narrativa del romanzo si sviluppa appunto attorno a Olive Kitteridge, una insegnante di matematica che nel secondo libro è vedova e noi la sorprendiamo mentre frequenta un quasi coetaneo, vedovo fresco a sua volta. Seminando la presenza di Olive Kigtteridge nelle pieghe del libro, Elisabeth Strout racconta storie di altri personaggi uniti tra di loro spesso soltanto dall'appartenenza a un luogo, una cittadina di provincia del Maine non lontano dal mare. Talvolta poi, ma non sempre, le varie vicende si intrecciano, poco o tanto. L’espediente serve a conferire a questo libro sia la solidità continuativa del romanzo classico, sia la condensata tensione narrativa del racconto più breve. Olive Kitteridge, ora come protagonista a tutto tondo, ora come marginale figura, assicura alle storie e alla storia la solidità romanzesca dentro un paesaggio riconoscibile e nel divenire di giorni, mesi, anni. In quanto allo stile, colpisce l’intensità ben limata delle impressioni: poche pennellate di parole, ambienti, sentimenti, colpi di vento e colori di stagione. I caratteri e il lavorio interiore dei personaggi sono scolpiti con tocchi essenziali e robusti di scalpello, di ognuno viene spremuta la natura vera, intima, con le tracce di ferite e ammaccamenti esistenziali. Strout sa mettere in scena senza forti rumori il dramma minuto delle incomprensioni e delle diffidenze sentimentali e parentali di una piccola comunità locale. C’è anche molta malinconia, nelle sue pagine, ci sono piccole derive affettive. Eppure non manca l’andante con moto dei ri-tentativi amorosi, delle re- incollature. E poi Olive ha una buona riserva di forza vitale dentro il suo animo testardo. A ciò si aggiunga, come s’è detto, che Elisabeth Strout spalma i suoi eventi dentro la cadenza inesorabile, dolce e struggente del tempo, con le sue soste, le sue accelerazioni, i suoi rimpianti.

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