Circolo dei Libri

Per condividere con altri il gusto della lettura, che per principio è individuale ma poi può anche farsi compagnia.

01maggio
2020

Giorgio Montefoschi

La nave di Teseo

Un “primo amore” che resta un amore per sempre, nelle sue intermittenze, nelle lunghissime assenze, nell’irrompere di altri destini che tuttavia non annullano l’incompiuto ma non estinto destino di quell’amore. E’ questa, in sintesi, la storia dell’ultimo romanzo di Montefoschi, una storia senza tragedie dietro gli angoli ma con sentimenti e sofferenze e passioni alle svolte delle stagioni e degli anni. Il tutto raccontato dalla scrittura accurata, realistica, ricca di luoghi e luci e gusti, di questo scrittore così originale, così riconoscibile. La storia, dunque, di un amore sconfitto che tuttavia non muore, un viaggio sentimentale dentro la giostra degli anni, dalla giovinezza post-adolescenziale negli anni ‘60 alle soglie della vecchiaia. Matteo e Livia si distaccano ma si amano per tutta la vita. Già visto? Forse. Ma bisogna saperlo raccontare e Montefoschi lo racconta con precisione, delicatezza, incanto e disincanto. Ho già scritto in passato che Giorgio Montefoschi divide: può piacere o non piacere, può intrigare oppure persino rendere diffidente o restìo il lettore che non voglia abbandonarsi alla modalità originalissima della sua scrittura. Io trovo che ci sia in essa un magnetismo avvolgente, quasi una musicalità morbida, fatta di motivi ripetuti, brevi passaggi e raccordi insistiti dentro un realismo puntiglioso di dettagli. Un vezzo singolare della sua prosa precisa è quello di darci tutti i dati topografici di ogni scena, in una minuziosa cadenza che si trasforma in un sottofondo melodico per la scansione dei gesti e dei dialoghi: di ogni spostamento dei protagonisti sappiamo gli orari, spesso addirittura le date, le strade percorse, gli angoli di vie e di piazze, i colori del cielo, la corsa delle nuvole, e poi i bar, i chioschi, i luoghi e gli interni delle case signorili dentro una Roma rintracciabile come in una mappa accuratissima, in cui si muove una ricca borghesia un po’ estenuata, colta, di buon gusto, sfibrata, talvolta neghittosa. Siamo nei luoghi montefoschiani, i quartieri alti e borghesi, le zone dei Prati, del Pincio, di quieti piazzali alberati, di strade tranquille, e poi gli slarghi, i viali, i colli, i parchi, i vicoli di tutta Roma conosciuta a memoria e perlustrata in Vespa o a piedi: certi spostamenti abituali sono ridetti decine di volte, creando una familiarità complice di gesti quotidiani. C’è anche qualche puntata in un casale di vacanza in campagna, fra erba alta e pini. Sappiamo tutto, dei fondali narrativi: le luci soffuse e arancioni dei lampioni nel crepuscolo, i colori delle stagioni e la geografia circostanziata dei quartieri ricchi e placidi, con tutta la nomenclatura precisa. Anche i pranzi, le cene, le colazioni, i cibi, le bevande, sono descritti in un loro realismo minuto. Montefoschi, che ricorda per certi versi l’intimismo scabro di un Cassola ma in altro ambiente sociale, non dà corda ad enfasi o a colpi drammatici di trama ma è piuttosto il narratore quieto, in presa diretta, di una quotidianità minima che a colpi di dettagli, odori, suoni, voci, dialoghi, sentimenti, giorni, anni, scandisce il tempo. La vita. In questo caso la vita di Matteo, il quale ha i suoi genitori e poi la sua Anna, il suo Pietro, la sua Maria, i suoi amici, ma ha anche sempre la sua perduta e riacciuffata e di nuovo perduta e ripresa Livia. E i morsi della mancanza e della nostalgia e quelli della gelosia. E poi la vita di Livia: più sfuggente, enigmatica, presente e assente, ritrosa come una Micòl Finzi-Contini romana e poi nemmeno più romana.

10aprile
2020

Elisabeth Strout

Einaudi

Riecco Olive Kitteridge, la protagonista dell’omonimo romanzo “ a tecnica mista” di Elisabeth Strout, che nel 2008 avevamo molto apprezzato e aveva vinto il premio Pulitzer e ispirato una fortunatissima serie televisiva americana. La ricomparsa della robusta, e ora ormai anziana docente di matematica (adesso in pensione), si annuncia proprio nel titolo, “Olive, ancora lei”, del nuovo libro di Elisabeth Strout. S’è detto “tecnica mista”: infatti anche il nuovo libro mescola fra loro, con invenzione narrativa originale, il genere del racconto e quello del romanzo, impastando la scansione di racconti spesso separati tra loro e il filo unitario che collega e mescola quei brani. A parte ciò Elisabeth Strout possiede la capacità di narrare attraverso la rapidità precisa di annotazioni – distribuite, insinuate, appena abbozzate oppure evidenziate – di caratteri, luci, atmosfere, elaborazioni e risentimenti interiori, umori e malumori. La scrittrice tiene fra le proprie mani la sapiente amministrazione dei tempi, del tempo: ogni avvenimento, ogni desiderio o ferita si iscrivono dentro la mutazione lenta ma inesorabile del tempo che passa e che muta e amalgama i sentimenti e i ricordi. La struttura narrativa del romanzo si sviluppa appunto attorno a Olive Kitteridge, una insegnante di matematica che nel secondo libro è vedova e noi la sorprendiamo mentre frequenta un quasi coetaneo, vedovo fresco a sua volta. Seminando la presenza di Olive Kigtteridge nelle pieghe del libro, Elisabeth Strout racconta storie di altri personaggi uniti tra di loro spesso soltanto dall'appartenenza a un luogo, una cittadina di provincia del Maine non lontano dal mare. Talvolta poi, ma non sempre, le varie vicende si intrecciano, poco o tanto. L’espediente serve a conferire a questo libro sia la solidità continuativa del romanzo classico, sia la condensata tensione narrativa del racconto più breve. Olive Kitteridge, ora come protagonista a tutto tondo, ora come marginale figura, assicura alle storie e alla storia la solidità romanzesca dentro un paesaggio riconoscibile e nel divenire di giorni, mesi, anni. In quanto allo stile, colpisce l’intensità ben limata delle impressioni: poche pennellate di parole, ambienti, sentimenti, colpi di vento e colori di stagione. I caratteri e il lavorio interiore dei personaggi sono scolpiti con tocchi essenziali e robusti di scalpello, di ognuno viene spremuta la natura vera, intima, con le tracce di ferite e ammaccamenti esistenziali. Strout sa mettere in scena senza forti rumori il dramma minuto delle incomprensioni e delle diffidenze sentimentali e parentali di una piccola comunità locale. C’è anche molta malinconia, nelle sue pagine, ci sono piccole derive affettive. Eppure non manca l’andante con moto dei ri-tentativi amorosi, delle re- incollature. E poi Olive ha una buona riserva di forza vitale dentro il suo animo testardo. A ciò si aggiunga, come s’è detto, che Elisabeth Strout spalma i suoi eventi dentro la cadenza inesorabile, dolce e struggente del tempo, con le sue soste, le sue accelerazioni, i suoi rimpianti.

27marzo
2020

Georges Simenon

Adelphi

Miracoli dell’editoria fedele all’opera omnia di un autore. Adelphi ha appena sfoderato il suo ultimo Simenon: pubblicato in francese 77 anni fa, lo godiamo oggi in italiano come nuovo, tradotto in italiano. Un “non Maigret”, nell’alternanza fra i romanzi con il solido commissario parigino e altri scenari e personaggi. Qui sorprendiamo in una solare domenica mattina, in una cittadina della provincia francese, vicino al mare Atlantico, Il signor Cardinaud appena uscito dalla Messa. Tiene per mano il suo bimbo di tre anni, cammina soddisfatto, compìto, sorride ai conoscenti che lo salutano. E’ contento di sé, del rito religioso e sociale consumato come ogni settimana. Hubert Cardinaud è un impiegato modello con compiti dirigenziali in una compagnia di assicurazioni. Un borghese medio arrivato al dignitoso rango dopo una infanzia povera. Una normale, quieta esistenza. Cammina, Cardinaud, e va verso l’altro rito settimanale: l’acquisto delle paste della domenica nella pasticcera delle tre signorine Dufour che cinguettano: “il solito, signor Cardinaud?”. Padre e bimbo si avviano verso casa, contenti. Salvo che a casa, invece del solito profumo d’arrosto domenicale, Cardinaud, appena aperta la porta per salutare la moglie Marthe, rimasta a casa con la bimba più piccola, sente un odore di arrosto bruciato. Che fuma nel forno. Marthe non c’è. La bimba l’ha lasciata in custodia ai vicini, lei è sparita nel nulla. Cardinaud, stordito, raggelato, scopre che la moglie s’è portata via anche la busta con diverse migliaia di franchi di risparmi. Fin qui, l’apertura. Il resto è la storia del sobrio, dignitoso calvario di Cardinaud, l’impiegato compìto, che deve fronteggiare impavido la curiosità e la compassione di colleghi e conoscenti, i quali intuiscono che sulla testa del povero Cardinaud sono spuntate delle corna. Eppure lui non deflette. Marthe era stato l’amore certissimo della sua vita, totalizzante (almeno il suo per lei), sin dai tempi della scuola; e lui era riuscito poi a portarla all’altare. Senza Marthe il mondo di Cardinaud crollava, senza Marthe anche la Messa e le paste della domenica perdevano il loro senso. L’avrebbe ricercata, l’avrebbe ricondotta a casa. La lenta indagine e la inquieta ricerca di Cardinaud incroceranno tracce di vita malavitosa, personaggi appena sbarcati da un cargo proveniente dal Gabon. Intano, a casa, la azzimata e diligente signorina Trichet si occupa dei bambini ma naturalmente non può fermarsi a dormire li per la notte (“sa, signor Cardinaud, con un uomo adulto in casa…”). In giorni caldissimi, afosi, come sospesi, Cardinaud cerca di riacciuffare il filo tranquillo, scontato, rassicurante, decisivo della sua quieta vita di impiegato, marito e padre. La tristezza non lo esime dalla missione, la commiserazione degli altri non lo distoglie dall’obiettivo. Marthe è la vita, la regola, la normalità. La scrittura di Simenon è essenziale, precisa, con le parole giuste al momento giusto, non una di troppo e non una di meno, per dirci il cruccio interiore del signor Cardinaud e gli odori, le luci, gli orizzonti di un paesaggio fisico e umano che sembra di toccare.

18marzo
2020

Antonio Manzini

Sellerio

Avevamo lasciato, noi lettori anche di polizieschi di qualità, il vicequestore Rocco Schiavone messo molto male. Ferito gravemente in uno scontro a fuoco con dei malavitosi, Schiavone si ritrovava nell’ultima pagina di “Rien ne va plus” all’ospedale in un delirio quasi fatale. Preoccupati, ci chiedevamo se lo scrittore Antonio Manzini non ci avesse giocato lo scherzaccio di far morire il suo personaggio, come Conan Doyle aveva fatto molto tempo prima buttando giù Sherlock Holmes dalla rupe di una cascata svizzera a Meiringen. Paura rientrata. In “Ah, l’amore, l’amore”, appena pubblicato da Sellerio, ritroviamo Rocco Schiavone pesto e con un rene in meno ma ben vivo e arrabbiato, in ospedale. Il caso vuole che proprio in quell’ospedale un paziente (un borghese facoltoso) muore sotto i ferri a causa di un fatale scambio di sacca sanguigna. Clamoroso errore medico, odor di scandalo. Ma l’annoiato vicequestore, confinato in una camera a due letti con un insopportabile compagno di degenza, fiuta qualcosa di storto. La vicenda si snoda quasi tutta in ospedale: ed è un ritratto magistrale – comico e compassionevole al tempo stesso – delle vite, della vita, dentro quella prigione bianca. Se però volete leggere con vero godimento questo romanzo e non conoscete ancora lo scorbutico vicequestore Rocco Schiavone, vale la pena di cominciare dall’inizio: si inizia con “Pista nera”, su su fino a “Rien ne va plus”. Rocco Schiavone è un romano verace spedito a fare il poliziotto nel freddo della Valle D'Aosta e lassù indagatore su delitti e soprattutto su storie e tormenti umani (uno poi, di tormento intimo, ne ha lui, doloroso nella memoria...). Schiavone è aspro, quasi rognoso, ma uomo vero: un poliziotto che ha cattivissimo carattere perché ha molto carattere. La lettura progressiva aiuta anche a capire la storia complessa e anche dolorosa del vicequestore, che è stato spedito per motivi disciplinari (l’uomo non è di presa facile) ad Aosta, lontanissima dall’aria romana che sa di scirocco e odori di cucina “de noantri” e abitata da amici veri anche se di dubbia reputazione. Schiavone non si rassegna al freddo alpino, contro il quale, testardo, si difende soltanto indossando un loden e calzando scarpe Clarks, che inzuppa di neve cambiando oltre dieci paia l’anno. Lui è strano, spesso silenzioso ma quando parla lo fa in modo abbastanza sboccato e manda volentieri a quel paese la gente; fa vita da single introverso anche se assesta qualche zampata arruffata e senza passione ad alcune donne locali. Ma lui sembra anaffettivo. Il fatto è che cova da solo un suo segreto doloroso: nel chiuso del suo appartamento valdostano spesso dialoga con una donna, Marina, che è assente. Dietro la mancanza letale di quella donna così importante sta un episodio, un mistero che di romanzo in romanzo prende vagamente forma e si svela in “7.07.2007”. Rocco Schiavone è un antipatico che piace, un polizotto onesto che tuttavia non esita a compiere qualche furbata ai margini della legalità. Possiede un fiuto formidabile ed è schifato dalle scoperte del male umano in azione (lui ne sa qualcosa) fra delitti, corruzioni e ipocrisie sociali. Dietro il suo carattere impossibile – spesso da tirare schiaffi – batte un cuore ferito e vero, di forte tempra.

28febbraio
2020

Rachel Cusk

Einaudi

Forse è un po’ esagerato ma ha colto qualcosa di vero uno dei più prestigiosi settimanali letterari al mondo, il “New Yorker”, quando ha detto che la scrittrice Rachel Cusk ha «demolito e rifondato il romanzo». Einaudi, che già aveva pubblicato i primi due romanzi di una singolare trilogia (“Resoconto” e “Transiti”) ha appena mandato in libreria “Onori”, che la conclude. Ed è la conferma di un talento sicuro, di una originalità espressiva e stilistica che davvero scuote la forma-romanzo. Rachel Cusk, 53 anni, canadese di Toronto, vive in Inghilterra. Nei tre libri si mette nei panni di Faye, una scrittrice molto simile a lei, presa anche lei come tante donne dal desiderio creativo e dagli impegni e dai lacci affettivi di mariti e figli e desideri e crucci. Ma parla di se stessa soltanto un po’ e invece lascia sgorgare, in un flusso narrativo di discorso diretto, le “storie degli altri”, confessioni e sprazzi di vita che le persone da lei incontrate un po’ ovunque fanno filtrare. Collezionista di brandelli di storie amalgamati in una musica narrativa lineare, Rachel Cusk si insinua spesso nel discorso con rapidi e lucidi affondi di riflessione che sembrano colpi di stiletto, appunti di filosofia esistenziale. Ma non esagera nell’interventismo: lei resta una “registratrice” attentissima degli sfoghi narrativi altrui. Diciamo subito che i tre romanzi si leggono tranquillamente anche in modo non cronologico: quello attualmente nelle librerie, e che ha lanciato alla grande il nome di Rachel Cusk, è l’ultimo, “Onori” (ma già Mondadori negli anni scorsi aveva pubblicato due precedenti suoi romanzi). Dovendo consigliare un titolo prioritario della trilogia, direi che “Transiti” ha la forma narrativa più felice, con una perfetta saldatura fra le piccole traversie domestiche della protagonista e le nervature e le ferite esistenziali delle persone in cui lei si imbatte. L’ultimo, “Onori”, con un approccio più “intellettualistico” affonda il bisturi nella carne un po’ dolente del mondo letterario attuale, con il pretesto di un convegno di scrittori (da qualche parte nel sud dell’Europa) cui la protagonista-scrittrice viene invitata, imbattendosi in intervistatori inconcludenti o vanesi, editori cinici, scrittori magniloquenti o frustrati: un graffio divertito e amaro sulla laccata superficie del mondo delle lettere, forse un po’ troppo pensato a tavolino in chiave critico-ironica. Nel primo romanzo della trilogia, “Resoconti”, Cusk mette in scena il meccanismo della sua funzione di “uditrice” attenta, cominciando con l’imbeversi dei crucci personali (ma anche delle mire) del suo strano vicino di posto nel viaggio in aereo verso Atene: la protagonista è invitata in Grecia per tenere dei corsi di scrittura in una “residenza letteraria” e già qui il mondo nervoso e un po’ patologico della scrittura viene preso di mira. La critica anglosassone, lodando la Cusk, parla di “letteratura negativa”, vale a dire senza intrecci e dialoghi diretti. Leggendo i suoi romanzi, nondimeno, si odono brandelli di storie che affascinano i lettori: ed è il sogno dei cantastorie di ogni tempo.

21febbraio
2020

Isaac Bashevis Singer

Adelphi

Una novità Adelphi, un bel recupero letterario. Hertz Minsker, ebreo polacco scappato in America prima dello scoppio della guerra e dello sterminio, vive a New York con una bulimia di vita e speranze ma anche con il senso di estraniazione che posseggono gli immigrati scaraventati nel mondo dalle bufere della storia. Hertz è bruttignaccolo e asimmetrico, intelligente e molto colto, è un profondo conoscitore della Torah, sa di greco e latino, divora la filosofia e sta scrivendo da anni un presunto capolavoro di pensiero che tuttavia non vede mai la luce. Ha un suo magnetismo che conquista l’ammirazione degli altri ebrei ma soprattutto fa presa sulle donne: che ne subiscono il fascino e che lui seduce quasi inesorabilmente. Questo bel tipo è l’eroe (un po’ in negativo ma anche con la capacità di suscitare simpatia e indulgente compassione) di un romanzo postumo di Isaac Singer (1902-1991, premio Nobel nel 1978, grande cantore di storie in yddish, la lingua ebraica dell’est europeo quasi del tutto annientata dalla “shoah”). Uscito a puntate su una rivista yddish mezzo secolo fa, tradotto in inglese ma mai pubblicato in volume, è ora stato tradotto in italiano da Elena Löwenthal. Hertz è “il ciarlatano”, l’intellettuale dispersivo, il fallito dalle grandi speranze (sue ma soprattutto degli altri su di lui), lo sgangherato affabulatore e il seduttore che non vorrebbe perdere nessuna delle donne incrociate: “la verità è che un uomo può amare dieci donne ed esser fedele a ciascuna, col cuore e con l’anima”, è il pensiero che corre nelle vene inquiete di Hertz. Gli fa da contrappeso un altro ebreo polacco immigrato in America, Moritz Kahlisher, molto devoto e grande ammiratore di Hertz e spesso suo finanziatore. Herz lo contraccambia a modo suo seducendogli la moglie (o da lei lasciandosi sedurre). Le vicende di questo romanzo di polacchi sperduti in una New York brulicante che loro vivono di striscio, sono di fatto una commedia di goffezze bizzarre con punte grottesche o comiche, mariti traditi e amanti inferocite, debiti accumulati e geniali sgangheratezze. Hertz cova grandi sensi di colpa nei confronti dei suoi caotici rapporti con le donne, perché lui è sempre acceso da buoni propositi morali sinceramente coltivati ma inevitabilmente falliti. Anche con Dio il suo rapporto è complesso: lo sfida e lo teme, lo mette in discussione ma ne ha nostalgia. Con la fede ebraica Hertz ha un legame indissolubile ma spesso ondivago e bizzarro. Al senso di colpa per le donne imbrogliate, Hertz, assieme ai suoi correligionari polacchi esuli, aggiunge quello più nascosto e profondo, che dà alla commedia la spezia amara del dramma sotteso: mentre loro mangiano, bevono, amano, litigano e sognano nella libera New York, là in patria gli ebrei vengono portati alla morte dai nazisti. Isaac Singer si conferma scrittore di grande forza stilistica e di immaginazione quasi picaresca, con un talento per i dialoghi e le battute che ricorda le migliori commedie cinematografiche di Lubitsch, un altro grande esule dall’Est. Fra mille, una piccola perla: “Il paese pullulava letteralmente di donne di mezza età affamate d’arte, d’amore e di espedienti per prolungare la giovinezza”.

31gennaio
2020

Miss Islanda

Einaudi

Una giovane donna islandese, nata nelle scarne, ventose, aperte e chiare terre contadine fra cielo e mare, intraprende un viaggio verso la capitale Reykjavík, dove intende abitare. Vuole diventare scrittrice, a tutti i costi. Vuole imparare a frequentare i caffè dei poeti e narratori febbrili che in quelle tane calde, al riparo dal gelo e dalla neve, bevendo e chiacchierando sotto l’alone delle lampade sognano ardimenti e glorie letterarie. È un cantico di iniziazione letteraria ma anche alla vita vera e adulta quello che la scrittrice Auður Ava Ólafsdóttir (già nota ai lettori di lingua italiana per alcuni romanzi tradotti da Einaudi: il più conosciuto è “Rosa candida”) intona narrando le vicende di Hekla, la ragazza, cui il padre appassionato ossessivamente di vulcanologia e geologia ha dato il nome proprio di un vulcano fra i molti che fumano e di tanto in tanto eruttano in Islanda. Hekla è graziosa, e un uomo che viaggia con lei sulla corriera nel lungo viaggio verso la capitale, il quale è fra gli organizzatori del concorso nazionale islandese di bellezza, la esorta con insistenza a correre per la carica di Miss Islanda. Ma Hekla ha altre mire, più interiori. Lei ha una grande amica, a Reykjavík, sposata e mamma fresca, la quale pure coltiva il desiderio della scrittura ma deve fare i conti con le ambasce, gli obblighi, le distrazioni e i crucci della vita familiare di sposa e mamma (scrive quasi di nascosto, rubando ritagli di tempo). E poi Hekla ha un altro amico, generoso, buono e fragile, D. J. Johnsson, con il quale ha iniziato un abbozzo amoroso senonché lui è profondamente omosessuale anche se vuole un bene dell’anima a Hekla. La quale, accesa di candida ambizione letteraria, finisce per innamorarsi di un giovane poeta appena un po’ più affermato di lei. Il quadro delle vite si muove, la trama di rapporti disegna incontri, separazioni, legami, speranze, decisioni. Hekla, che ha sensibilità, talento e tensione per la bellezza, è pronta a sacrificare tanto di sé per il compimento della sua generosa e forte ambizione di scrittura: e anche a sfidare i pregiudizi di una società moralisticamente un po’ ottusa quale è quella islandese negli anni Sessanta in cui si svolge il romanzo. Al netto di qualche luogo comune e di qualche buonismo di troppo (perché nei romanzi “politicamente corretti” di oggi i diversi devono sempre essere soltanto buoni e generosi e specchiati, e le donne in gamba misconosciute dall’indifferenza dei maschi, eccetera?) la forza di questo romanzo sta nella ariosa musicalità della scrittura, nella lievità del tocco espressivo e soprattutto nella capacità di far vivere, con tratti quasi pittorici, la bellezza della terra d’Islanda maestosa e rada, fatta di grandi vuoti e grandi prati e pietre e incombere di cieli chiari e vasti e scorci di orizzonti di mare, e voli alti di gabbiani, e neve, e freddo, e giorni che si spengono nel pomeriggio verso le lunghe notti nordiche.

24gennaio
2020

John le Carré

Mondadori

A 89 anni John le Carré, torna a scrivere e lo fa nel modo magistrale e complesso cui ci aveva abituati nei romanzi della sua lunga vita di scrittore, innestata sulla sua breve ma intensa vita di spia al servizio di Sua Maestà britannica: “La spia che venne dal freddo”, “La talpa”, “L’onorevole scolaro”, “Tutti gli uomini di Smiley” e via via gli altri libri. John le Carré è un grande scrittore: al di là della categoria di genere (le spy stories complesse) la forza del suo stile, tutto costruito sulla corposità di una prosa elegante, intensa, avvolgente, è quella della scrittura sontuosa, al servizio di trame intense. Le Carré viaggia sempre, con elegante allusività, sulla doppia pista dei segreti dei poteri e di quelli dei misteri della natura umana. Adesso arriva in libreria l’ultimo, attualissimo romanzo dello scrittore. Qui le Carré affronta da par suo addirittura la Brexit inglese, la presidenza sgangherata di Donald Trump, le manovre segrete di Putin, capo del Cremlino ma anche ex capo del defunto KGB, e la spregiudicatezza degli oligarchi russi che si comperano fette di occidente. Naturalmente le Carré è scrittore e non cronista o commentatore. Lui inventa, crea personaggi e soffia dentro di loro coscienza, pensieri e azioni. Ma l’invenzione si assesta dentro la realtà. Ad alcuni di questi personaggi inventati le Carré mette in bocca giudizi che difficilmente possono non essere ascritti, pur senza l’enfasi del linguaggio, all’autore stesso. Ecco per esempio quanto dice Arkady, una ex spia rissa collaborazionista degli gli inglesi, a un agente segreto britannico : “Voi inglesi uscite dall’Europa, coi vostri nasini sdegnati, rivolti all’insù… E dite: - Siamo speciali… Non abbiamo bisogno dell’Europa. Tutte le nostre guerre le abbiamo vinte da soli. Niente americani, niente russi, non ci serve nessuno-… Ho sentito che il grande amante della libertà, il presidente Donald Trump, vi salverà il culo, economicamente parlando. Sai chi è Trump?... È il lavacessi di Putin. Fa tutto quel che il povero Vladi non può fare da solo: pisciare sull’Unione europea, pisciare sui diritti umani, pisciare sulla Nato. Ci assicura che la Crimea e l’Ucraina appartengono al Sacro impero russo… E voi inglesi che fate? Gli leccate il sedere e lo invitate a prendere il tè con la regina. Prendete il nostro denaro sporco e ce lo ripulite. Ci accogliete se siamo criminali d’alto bordo. Ci vendete mezza Londra. E dite: per favore, per favore, cari amici russi, fate affari con noi! E’ per questo che ho rischiato la vita? Non credo”. Più chiaro, duro e crudo di così non poteva essere, il vecchio le Carré…Sulla trama, top secret, è il caso di dirlo. Segnalo solo che Nat, 47 anni, uomo dei servizi segreti inglesi all’estero, torna a Londra con la moglie, convinto che la sua missione sia finita. Invece avverte che nell’aria ci sono i grovigli di sempre: caduto il Muro di Berlino, una nuova guerra fredda si aggira, sotto traccia, nel mondo, e la Gran Bretagna non ne resta fuori. Il resto è tutto da scoprire. Deve piacere il genere, leggere con calma e attenzione.

17gennaio
2020

Alexander McCall Smith

TEA

La lievità intessuta di finezza e intelligenza, sul registro leggero ma mai banale, richiede sempre, per essere letteratura, la qualità. Eccola, la qualità, nella freschissima uscita dell’ultimo romanzo (“Il caffè degli uomini avvenenti”) di Alexander McCall Smith, scrittore raffinato, colto, divertente. Se molti pensosi narratori italiani tentati dall’estetismo stilistico sapessero scrivere con la lievità, appunto, di Mc Call Smith, ne guadagneremmo tutti in piacere di lettura. Sul principio mi sostiene una bella frase del grande regista Ermanno Olmi: “Non vorrei che la forma prevalesse sulla sostanza, come accade in molte attività umane. Per esempio negli scrittori che fanno letteratura invece che narrare, ahimè!”. McCall Smith narra alla grande e non fa letteratura accademica pur essendo profondamente colto. E’ nato in Africa da famiglia scozzese e poi tornato a Edimburgo dove è stato anche professore di economia all’Università (oltre che appassionato suonatore di controfagotto in una orchestra di dilettanti). Il nuovo romanzo appartiene al primo dei tre cicli narrativi seriali di McCall Smith (la serialità in letteratura non è disdicevole, e va da Simenon a Elena Ferrante; importa verificarne la qualità, appunto). E’ il ciclo africano, con la deliziosa detective nera, grassa e buona, Precious Ramotswe, che ha fondato l’Agenzia investigativa femminile Numero 1 del Botswana (peraltro l’unica) e affronta con cuore e saggezza alcuni nodi delle vite altrui (nessun delitto efferato ma piccoli fastidi, dolori, trame arruffate). Si sorride, ci si commuove. E viene fuori uno splendido paese africano. Si può tranquillamente leggere questo ultimo romanzo ma sarebbe meglio cominciare dal primo, “Le lacrime della giraffa”. In quest’ultima vicenda c’è, fra parecchi altri spunti, l’enigma di una donna che ha perso la memoria e non sa nulla di sé ed è ospitata con generosità da una famiglia, la quale vuole risolvere il mistero. Ma lasciamo al lettore il gusto delle sorprese e ricordiamo piuttosto gli altri due filoni. C’è il ciclo edimburghese della raffinata Isabel Dalhousie, ricca di suo e direttrice di una rivista di filosofia che pochi leggono, la quale mette il naso con intelligente curiosità nelle vicende strane che intercetta intorno a lei. Il terzo ciclo è quello del caseggiato al numero 44 di Scotland Street di Edimburgo, dentro il quale, come appostato da fuori, lo scrittore scruta e quasi spia le vite quotidiane che vi si intrecciano. Ne nascono trame sottili e mescolate, fra perspicacia psicologica e humor anglosassone di finissima fattura. Il bello di questo ultimo romanzo “africano”èche in una pagina interna, all’inizio, i tre filoni vengono presentati con l’elenco cronologico di tutti i romanzi: un catalogo prezioso. Al lettore che voglia cominciare l’avventura di un viaggio divertente e intelligente partendo dall’inizio, non resta che di accomodarsi. Avrà piacere di qualità felicemente assicurato per alcuni mesi.

06dicembre
2019

Graham Greene

Sellerio

“C’è un treno che viaggia e attraversa mezza Europa, su questo treno un’umanità spaventata, insicura, dubbiosa, tragica e dolente. Il paesaggio fuori è invernale, innevato, poca luce quando ce n’è, rigido, freddo, deprimente. I destini dei personaggi si intrecciano fra gli stridori delle rotaie, le fermate nelle stazioni, sembrano tutti correre verso l’iceberg che li attende di lì a qualche anno“. Non si poteva meglio di così sintetizzare subito all’inizio, come lo fa il giallista Antonio Manzini (sì, quello del vicequestore Rocco Schiavone) “Il treno per Istanbul “ di Graham Greene nella bella prefazione alla sua riedizione, appena uscita da Sellerio. L’immagine simbolica dell’iceberg richiama – il romanzo fu scritto nel 1932 – quel che di lì a pochi anni sarebbe capitato in Europa, funestandola. Il treno è il mitico Orient Express, che tanta narrativa ha nutrito, da Agatha Christie fino a Ian Fleming, e corre fra Ostenda, sulla riva belga dell’Atlantico, verso Istanbul, passando da Colonia, Norimberga, Vienna, Belgrado.A bordo del treno ci sono uomini e donne affannati o sfiancati o illusi o calcolatori inseguendo i loro destini. Greene ha allestito in questo romanzo una messa in scena quasi teatrale, un intreccio pieno di sorprese, coincidenze, svolte, mescolando quelle vite individuali dentro il magma del caso, e poi delle astuzie, delle passioni carnali ma anche degli ideali. E così incontriamo la ballerina di varietà , fragile e impaurita dalla vita, che viaggia verso un teatro di Istanbul, la giornalista tenace e appassionata agli scoop ma anche ai suoi amori saffici, e poi un giovane e ricco mercante ebreo che comincia ad annusare nell’ara cupi segnali di antisemitismo, un comunista clandestino che cova un sogno di rivoluzione improbabile, uno scassinatore armato e altri personaggi ancora, alcuni meschini, borghesi egoisti, altri più enigmatici, oppure appena disegnati.Ablissimo è Greene nel fare incrociare i segmenti di queste esistenze, creando un gomitolo di trame fatte apposta per il gusto dei lettori che vogliono storie. Ma, come tutti gli scrittori di razza, Greene sa conferire al romanzo di “intrattenimento” il valore aggiunto di chi sa indagare i grovigli e la drammaticità degli animi, dei destini. Metteteci in più il fascino del viaggio, di queste dimore mobili, vagoni letto e ristoranti pieni di luci che attraversano l’Europa gelida: il paesaggio fuori cambia di continuo ma all’interno i viaggiatori vivono la loro fissa realtà di chiacchiere, sonni agitati nelle cuccette, tintinnare di calici, incontri, seduzioni e diffidenze. Di notte, fuori corre il buio appena trapunto di luci, di giorno vengono incontro alberi, case, pali del telegrafo, città, bufere oblique di neve (come scrive nella postfazione il curatore Domenico Scarpa, il treno di Greene è “simile al movimento di una macchia da presa”). Ci sono anche le soste nelle stazioni – chi sale e chi scende, gli odori di fumo e di caffè – e, sempre, l’affanno di uomini e donne che corrono verso i treni, gli appuntamenti, le attese, le delusioni e gli enigmi del viaggio. Anzi, della vita: di cui il “treno per Istanbul” è metafora.

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