Circolo dei Libri

Per condividere con altri il gusto della lettura, che per principio è individuale ma poi può anche farsi compagnia.

08novembre
2019

Georges Simenon

Adelphi

Nel 30mo della morte di Georges Simenon (1903-1989) Adelphi manda in libreria la traduzione di un suo romanzo del 1952, teso, persino inquietante per la inesorabile messa in scena di cattiverie nascoste, quasi una parafrasi della famosa “banalità “ del male. Ma con sontuosa potenza di stile. Quando per Simenon si parla dell’aspetto stilistico bisogna riferirsi, insieme alla acuta capacità di sondare nel profondo dei grovigli d’animo delle persone, anche e forse soprattutto alla grande forza delle atmosfere: luoghi, odori, luci. Il tutto tratteggiato con una scrittura che non ha una parola di troppo e non una di meno. Subito un assaggio: due giovani amiche stanno fuggendo in treno a Parigi dalla provincia e si apprestano ad arrivare, un poco impaurite: "Si fece buio ben prima che si avvicinassero a Parigi, e fuori non si vide nient'altro che semafori rossi o bianchi, le luci dei treni che si incrociavano, a volte la costellazione di un villaggio o di una piccola città in cui i lampioni disegnavano la geometria delle strade, più spesso fattorie isolate nella campagna, la luce fioca di una finestra dietro la quale viveva della gente (...), fino a quando non apparvero i grandi edifici scuri della periferia che sembravano incombere sul treno con tutte le loro finestre illuminate (...) Ora il fumo della locomotiva, scorrendo lungo il convoglio, si attaccava ai finestrini, nascondendo a tratti il paesaggio, ma il selciato di un pezzo di strada che erano riuscite a intravedere era bagnato, e sui marciapiedi la gente teneva l'ombrello aperto. La stazione odorava di pioggia e di fuliggine. Le sagome erano più nere che altrove, le persone che si accalcavano verso l'uscita invisibile avevano un'aria miserevole, si muovevano in fretta, con lo sguardo vacuo, come senza meta, spinte da una forza misteriosa". Il grigio della sera, asfalti bagnati e lampioni, l’odore della pioggia. Perfetto. In quanto alla storia, fatta salva la regola di non rivelare lo sviluppo delle trame, basti qui l’avvio: due giovani ragazze, amiche strette ma anche diverse tra di loro e alternanti fra intimità e diffidenze, vanno “ a stagione” a fare le inservienti in una pensione turistica modesta in riva al mare, nella Francia rurale. Sylvie è bella e lo sa, compiaciuta della propria avvenenza, della propria sensualità che eccita gli animi maschili. Marie invece è bruttignaccola, perdipiù visibilmente strabica. Sylvie “alluma” gli uomini e ne approfitta, anzi cova in cuor suo il disegno di usare quel potere erotico e un po’ malefico per cercare di liberarsi dalla povertà e dalla mediocrità sociale da cui proviene. Marie lo intuisce, ne è irritata, restando tuttavia incollata all’amica come una sua coscienza rimproverante. Accadono cose, le due amiche decidono uno strappo e di azzardare il viaggio verso Parigi, verso un futuro. La bravura di Simenon nel narrare l’epopea fosca e femminile di queste due ragazze così diverse e allacciate nonostante tutto, è indiscutibile. Può nondimeno turbare un poco la cupa descrizione di una atona amoralità, nel senso della assenza di ogni pur labile impeto di bene. Quando vuole affondare il bisturi nel male “normale” degli essere umani, Simenon va giù forte. Persino ossessivo.

01novembre
2019

Mario Benedetti

Nottetempo

Nella narrativa sudamericana fioriscono anche nomi diciamo minori rispetto ai “grandi grandi” come Garcia Marquez o Vargas Llosa e altri ancora, ma di nitida, originale forza. E’ il caso di Mario Benedetti, voce notevole di un piccolissimo paese ricco di storia, di carattere e di cultura propria, l’Uruguay. Benedetti, morto dieci anni fa a 89 anni, è un narratore schietto, godibile, pieno di vitalità e di sentimenti e al tempo stesso attento, senza pesantezze, allo sfondo sociale e politico. Merita di essere conosciuto e letto e ha fatto bene l’editore Nottetempo a tradurre parecchi suoi romanzi. Questo, appena edito in Italia, fu scritto a metà degli anni ’90 e racconta la storia di Javier, che per dieci anni, al tempo della dittatura dei militari in Uruguay, era rimasto in esilio, in Spagna. E’ la storia del suo ritorno, come dice il sottotitolo stesso (“il romanzo del ritorno”). Il titolo, “Impalcature”, allude invece ai sostegni eretti attorno alle case in costruzione o in rifacimento, quei tralicci e tavolati che servono per salire e costruire (e dai quali talvolta si può anche malamente cadere). Diciamo che il titolo è metaforico, ecco. Javier dunque torna e trova un paese cambiato. Con timidezza e turbamento contatta a poco a poco i vecchi compagni dell’opposizione, alcuni dei quali fuggiti come lui in esilio ma altri incarcerati e spesso torturati. La dittatura ha lasciato segni di sgomento, paura, sconcerto. Ma la polpa della calda e viva società uruguaiana ha la sua pulsione e questo non è assolutamente un romanzo politico, anche se il male recato dalla dittatura è tutto palesato. E’, soprattutto, un romanzo di vita. Javier è un uomo normale, con la sua intensa avventura sentimentale in Spagna e la sua solitudine del ritorno e poi l’incontro con una donna di forte, bella e ferita femminilità. Lui ha in giro cocci amati o anche difficili di vita familiare (una figlia, una madre, fratello e sorella) e ha nel cuore parecchi amici solidi. Deve ricucire tutto. Mario Benedetti ci diverte, spesso ci commuove, ci rende stupiti per i fiotti di vita, per il carico dei ricordi e la forza della speranza. Le cicatrici lasciate dalla dittatura non sono allegre, molte vite risultano ammaccate ma il sangue vivo del “qui e ora” corre in vene ancora desiderose di giovinezza da recuperare. La modalità delle “impalcature” dei brani diversi tra di loro rende poco unitaria e un po’ disarmonica la narrazione, che ha sprazzi di diversissima fattura, quasi come una cronaca dettata dal battito dell’attualità. Benedetti diverte il lettore, spesso con vis comica palese, talvolta con il racconto delle goffe e intenerite vicende sentimentali e di coscienzae familiari del protagonista. Ma dentro la sua narrazione corre anche la crepa di una sofferenza privata e civile, di una lunga notte che aveva per dieci anni congelato il tempo e i sogni di una generazione. Si riprende a vivere, a incollare i frammenti rotti, a risentire il gusto della vita, ecco la rivoluzione non più tanto ideologica di un gruppo di uomini e di donne che semplicemente credono nell’esistenza e in una sua moralità. Sullo sfondo, una palpitante, bella Montevideo, affacciata sul Rio della Plata.

25ottobre
2019

Daniel Maggetti

Dadò Editore

Un uomo, nel mezzo del cammin di vita sua, fa la spola fra Losanna e le Centovalli, in Ticino, per visitare il vecchio padre contadino ormai malato nella sua camera 112, avvolto nelle nebbie della demenza e ravvicinato al tempo ultimo. In uno dei suoi viaggi di ritorno in treno, il protagonista – con un senso amaro di colpa per provare, assieme al dolore per la fragilità penosa del padre, anche un certo sollievo liberatorio per essersi rituffato nella vita - riflette fra se e rivede, per sprazzi frammentati, la vita del padre. C’è evidentemente dell’autobiografia in questo racconto che mescola memoria di infanzia e di vigore paterno, asprezze di vita contadina e balzi nel presente di malattia. Daniel Maggetti continua a sorprenderci, come fece con il suo ultimo libro e ora con questo, che invece è il suo primo romanzo, pubblicato in francese nel 1997. Daniel Maggetti è infatti uno scrittore provvisto di due lingue madri, quella italiana di nascita e infanzia e quella francese di adozione. Maggetti è nato e cresciuto fino agli studi secondari in Ticino, parlando dialetto a casa, nelle Centovalli, e poi imparando l’italiano a scuola. Per gli studi universitari ha scelto l’università di Losanna, appassionandosi a tal punto alla cultura e alla lingua francesi da diventare – e lo è tuttora - professore di letteratura francese nella stessa università. Se ”La vedova col bambino” (Dadò, 2017)è un romanzo che con libera invenzione si collega a un evento misterioso e banditesco di primo Ottocento nella sua valle ticinese, in questo primo romanzo la valle torna al presente con questo dolore filiale e questa rivisitazione di un “tempo perduto”. Maggetti, che naturalmente parla benissimo l’italiano, non vuole tradurre se stesso ma, coerente con la propria appartenenza espressiva al francese, si fa tradurre (qui da Carmela Rausa, prefazione di Pierre Lepori. Quel che stupisce è il fatto che questo romanzo del 1997 possiede un ardimento stilistico, un impeto espressivo innovatore che lo rendono sorprendente e convincente. In un certo senso più “moderno” di “La vedova col bambino”, di impianto molto più tradizionale. Il metodo di scrittura è quello del flusso narrativo continuo, della elaborazione interiore di tutto lo struggimento personale che nell’animo del protagonista mescola, mentre egli è in viaggio, memoria e presente. Questa colloquialità interiore si dipana per frasi lunghe, incise, ritmi distesi o sincopati. Un bel romanzo, che mette in scena con pathos ma senza sentimentalismi l’inesorabile rovesciamento dei rapporti fra genitori e figli quando i primi diventano fragili e se ne stanno andando. Qui poi c’è anche il passaggio dalla appartenenza contadina del padre alla “vita altra” del figlio, urbana e intellettuale. Daniel Maggetti scrive in francese ma nella sua nuova e cara lingua egli non fa che riandare alla propria radice esistenziale. Infatti i giornali romandi proprio in questi giorni danno notizia dell’uscita dell’ultimo romanzo dell’autore: in francese, egli racconta (molto bene, dicono le recensioni) la storia intensa di una grande figura femminile: la sua nonna centovallina.

18ottobre
2019

Claudio Magris

Garzanti

Cinque racconti di Claudio Magris, una prosa densa, sontuosa, stilisticamente raffinatissima. Una lettura anche difficile, come è giusto per la degustazione di una scrittura intensa, musicale, pensata con l’intelligenza del giudizio e i sensi della memoria. Magris mette in scena la vecchiaia e racconta cinque uomini anziani di testa colta e malinconia in agguato, dal vissuto intenso e anche dolente. Ognuno si sente un poco estraniato da un presente precario, sfilacciato. Il respiro silenzioso della memoria che gonfia i pensieri e mescola le carte del tempo sembra corteggiare la teoria della relatività di Einstein, “il tempo curvo”. Il racconto che dà il titolo al libro è il più difficile, filosofico, allusivo. Gli altri sono più afferrabili ma ovunque serpeggia, ineffabile, l’intreccio di detto e non detto, accaduto o non accaduto. E quante perle dentro i gusci perfetti della scrittura (“invecchiare diviene il simbolo del sopravvivere, grazie… a una tecnica di ritrosia e di ritirata in minimi spazi di libertà vigilata”). La prosa fluisce lenta, avvolta in flutti e spume, come un largo fiume maestoso. L’età anziana delle persone, a dispetto del salutismo e del tardivo giovanilismo d’abito, tecnologie e desideri, comporta inesorabilmente il passo lento, sereno o amaro che sia, verso i bordi della scena, verso le quinte in ombra, oltre la cara luce dei riflettori sul palcoscenico vivente. A parte chi muore giovane perché caro agli dèi, chi ha la fortuna e la fatica di diventare vecchio conosce questo trascolorare dei nitidi profili, delle robuste passioni, del vitalismo. I personaggi anziani di Magris, il quale ha lui stesso appena compiuto gli 80 anni, sono tutti sensibili, complessi, colti: scrittori molto noti o meno noti, un musicista, un uomo ricco e imprenditore. Il loro cammino di vita è giunto all’autunno della malinconia vespertina. Viene in mente la bellissima sintesi fulminante di Leonardo Sciascia nel suo “Il giorno della civetta ( “la lunga memoria e il breve futuro”: fra l’altro, per caso, un perfetto endecasillabo), per dire che c’è un punto della vita in cui il fieno in cascina della memoria è tantissimo mentre poco ancora, fuori, rimarrà erba nuova da tagliare, forse pochissima. E il ricordo di cose lontane si fa struggente e la profezia per il futuro si fa incerta, distaccata. Magris evoca l’estraneità psicologica e anche biologica dell’anziano nei confronti del rumore forte del mondo, dal quale lo separa un velo, una inesistente ma percepita lastra di vetro. Nell’animo dei personaggi canuti di Maris ci sono uno scetticismo dolente, una calma disillusione, un amaro, mite distacco dalle umane e accese baruffe delle ambizioni e delle passioni. Poi però la memoria è labile e ambigua e tuttavia presente ai sensi. E il “rimembrare “ leopardiano prende qui la forma di una narrazione interiore, con pochi dialoghi e molti pensieri. Riassumere qui qualcosa delle labili trame dei racconti significherebbe mancare di rispetto alla grande penna (o tastiera) di Claudio Magris, alla sua sontuosa scrittura allusiva.

11ottobre
2019

Marcello Fois

Einaudi

L’aspra Sardegna atavica, rurale, nella morsa del gelo d'inverno. L'amicizia forte fra due ragazzi, un "ricco e un povero", quasi un "padrone e servitore". La tragedia della Prima Guerra sul fronte del Carso. La promessa e l'ombra del tradimento, la fede. Paesaggi secchi, scarni, fra terra e nuvole, pennellati benissimo con tratti essenziali. Metafore inquiete, tracce di verità fra realtà e miracolo (e forse qualche digressione o invenzione di troppo). Una scrittura lucida, avvolgente, allusiva. Un romanzo sorprendente, appena uscito, che lascia al lettore spazi aperti e vie di fuga e conferma la bella tempra di uno scrittore. Forse Marcello Fois racconta, intingendo la sua prosa nitida in un sottofondo di lirismo, la storia di due ragazzini amici che poi diventano uomini. Sono Pietro e Paolo, socialmente e psicologicamente diversi eppure uniti (e c’è nei nomi un lieve ma netto richiamo a Pietro e Paolo apostoli, cosi diversi tra loro e cosi necessari all’unità). Per il resto, i due ragazzi della Sardegna rurale di inizio ‘900 sono due amici legatissimi nel tempo d’oro dell’infanzia ma separati dalla condizione sociale. Paolo è il figlio di un padre padrone fattosi ricco, Pietro è il ragazzo povero figlio di un contadino del padrone. Paolo studia, sa di scienza e cultura, Pietro non studia ma sa i segreti della terra, della cultura contadina. I due ragazzi si nutrono reciprocamente di quelle linfe diverse, crescono saldi nell’amicizia, Paolo (delicato di salute) ha bisogno di Pietro e Petro sente il dovere e il piacere dell’amicizia. Arriva la Grande Guerra, i due amici, nati nel 1899, appartengono alla generazione giovanissima chiamata per sorteggio verso il 1918 a farsi massacrare nella “inutile strage” che volge al termine. Paolo viene coscritto, Pietro ci va volontario perché iI padrone sardo, che ha poteri sul benessere della famiglia di Pietro ma anche sulla emozione affettiva del ragazzo, lo induce ad accompagnare l’amico alla guerra e a custodirlo e proteggerlo. Nel fango e nel sangue delle trincee spunta il mistero di un abbandono, forse di un tradimento e forse no, complice il gioco spietato del caso. Finita la guerra, Paolo torna con il corpo segnato, Pietro scompare, riappare e scompare da sbandato e forse bandito. I due non si vedono più. Eppure un mattino, nell’alba fredda, Pietro intraprende, da clandestino temibile e braccato, un lungo viaggio a piedi passando nelle campagne e nelle montagne dove fu da ragazzo felice con Paolo per andare a un appuntamento, ma forse è un agguato, con l’antico e non dimenticato amico. Ci sono di mezzo misteri non chiariti, enigmi che sfiorano il miracolo. E impariamo da questa storia che il miracolo (dalla strana presenza assenza di Pietro in quella trincea) fino alle apparizioni coeve della Madonna a Fatima, non si sa mai bene se sia tale. Ma essenziale è che ci vuole e può ci creda. Misteri aperti, come la svolta di un tradimento che probabilmente non c’è stato e dunque può forse far vivere per sempre il miracolo di un’amicizia. L’autore ha detto che questo è un romanzo “sull’amicizia e sulla fede”.

04ottobre
2019

Romolo Bugaro

Marsilio editore

Ecco un romanzo italiano nuovo, bello. Siamo negli anni '70, a Padova. Alcuni ragazzi adolescenti si ritrovano ogni giorno in gruppo, girovagano in Vespa, sostano in bar di riferimento e angoli di piazza, talvolta risalgono le colline fuori città. Appaiono ancora in boccio, sono perlopiù studenti, spesso annoiati ma anche accesi di inquiete speranze. Fanno un po’ clan, si rassicurano mutualmente. Nasce una di quelle amicizie giovanili solidali, affettive, arruffate ma profonde, con termini gergali di identificazione. Naturalmente i maschi adocchiano le ragazze, sentimentalmente e concretamente praticano poco ma sognano molto. E' la loro stagione dorata, indimenticabile. Si fraternizza, si litiga, ci si innamora, fra baldanza e malinconie. Arrivano gli anni della virulenza politica, fra destra e sinistra estreme, illusioni rivoluzionarie o d’ordine, anni di piombo sullo sfondo. “Ma non c’è stata nessuna battaglia”, dopotutto Quei ragazzi che impennano le loro Vespe e i loro ciclomotori e ascoltano i brani rock del momento non sono troppo afferrati dalle ideologie politiche, sono piuttosto pigri e stiracchiati e nondimeno vitali, avvolti nelle spire dei sogni, delle confuse speranze, degli istinti freschi. Poi i destini di quei ragazzi si sfilacciano, ognuno ha esiti diversi, gli anni e i decenni passano. Resta la nostalgia profonda di quell'eldorado giovanile, di quel calore ruvido, vitale. In particolare c’è un pomeriggio preciso, colorato da una dolce luce di sole, che rimarrà vivido, scolpito nella memoria, quale paradigma di quella felicità adolescenziale bella, inquieta, qua e là ferita, perduta. Oppure, ancora, c’è una notte estiva calda e stellata, sulle colline dietro Padova, nei ritmi di una balera e nelle pasticciate inquietudini amorose. Il balzo in avanti di decenni mostra le cicatrici o i segni d’avventura di destini imprevisti – non certo quelli sognati – e conferma che fra i disordinati e cari presentimenti dell’adolescenza e il compiersi delle cose, del tempo, esiste uno iato che appartiene al mistero dei destini, della vita. Romolo Bugaro, scrittore 57enne, narra questa "ricerca del tempo perduto" in atmosfera padovana e le derive degli anni con linguaggio vivido e intenerito e intreccia le varie stagioni, gli anni e i decenni in una mescolanza che induce il lettore a divertirsi, a immalinconirsi, a percepire l'inesorabile trascorrere del tempo.

20settembre
2019

Arno Camenisch

Keller

Paul e Georg sono due amici e colleghi romanci, di radice contadina. Il loro villaggio è dalle parti di Disentis, si occupano di un piccolo sci lift locale. Se ne stanno tutto il giorno nella baracca di legno alla partenza dell’impianto di risalita. Aspettano che nevichi. Gli inverni, in questi tempi di surriscaldamento climatico, sono sempre più avari di neve, si sa. E così, mancando la materia prima, Paul e Georg intanto che aspettano controllano che tutto funzioni, provano a mettere in moto l’impianto, aggiustano piccole cose, lubrificano gli ingranaggi e di tanto in tanto, fra una sigaretta e l’altra, sorseggiano della buona grappa. Ma soprattutto chiacchierano: cosa altro resta da fare se si sta per delle ore dentro il tepore della baracca ad aspettare i fiocchi e gli sciatori? E così ne nasce una narrazione colloquiale, familiare, divertente, allegra e malinconica in alternanza. Questa storia breve, molto orale e ben ritmata, l’ha scritta Arno Camenisch, 41 anni, svizzero romancio, diplomatosi all’istituto letterario svizzero di Bienne, città dove oggi vive e lavora come scrittore. Autore di romanzi e racconti, viaggia molto per presentare i suoi libri e tenere dei “reading” con molto successo e molto carisma. Il suo villaggio natale di Tavanasa, frazione di Briegles, nei pressi di Disentis e della sua celebre abbazia benedettina alpina, è lo sfondo, non detto chiaramente (come invece in altri suoi libri: per esempio “Alla stazione” racconta le chiacchiere , i pettegolezzi, i piccoli segreti e le manie degli avventori del caffè che sta accanto alla stazioncina di legno di Tavanasa). Si percepisce che la storia di “Ultima neve” nasce proprio lì, in quella regione di vasti prati in pendio e grappoli di case punteggiate da campanili sullo sfondo maestoso delle alpi. Il racconto di questa attesa di neve (un po’ ce n’è, si intuisce che qualche sciata viene forse fatta ma insomma la sostanza della storia è che la neve si fa aspettare) assume toni divertiti e qualche volta grotteschi o misteriosi, parafrasando la celebre attesa di Godot del teatro di Samuel Beckett (e Camenisch non si perde la citazione allegra). Le chiacchiere di Paul e Georg, di pura oralità scaturita dai ritmi della lingua romancia (poi Camenisch scrive i suoi libri nelle due lingue parlate fra la sua gente: il romancio nativo e il tedesco acquisito) servono a rivangare piccole storie di paese, gustosi aneddoti e pettegolezzi, dai quali non è disgiunta una malinconia sottile per quella che appare la fine di un’epoca: la cultura contadina sta svaporando, lo spopolamento dei villaggi di montagna è sotto gli occhi di tutti, e nemmeno le stagioni non sono più quelle di una volta… Un piccolo romanzo, una narrazione di intrattenimento ben scritta, con affondi esistenziali mai banali. Divertente. Altri romanzi di Camnisch: “Ultima sera”, “Alla stazione” (Keller) e “Sez Nair”, Casagrande.

13settembre
2019

Fernando Aramburu

Guanda

Chi ha amato “Patria”, dello scrittore spagnolo (e basco) Fernando Aramburu (Guanda) corra fiducioso a leggere i racconti, appena usciti dallo stesso editore con il titolo “Dopo le fiamme”. Non si tratta della continuazione del romanzo (non ci sono più gli stessi personaggi) ma in un certo senso questi racconti sono la prosecuzione in forma morale di quella stupefacente storia di sentimenti privati e tremendo sfondo civile. “Patria” era uscito nel 2016 in Spagna, diventando subito un successo internazionale. I lettori erano stati conquistati e trascinati in una storia vivida di persone alle prese con le speranze, i rovesci, la normalità quotidiana, le impennate del destino e di una drammatica tensione. I protagonisti di quel romanzo erano i membri di due famiglie, in terra basca, dagli anni Ottanta in avanti. La lotta indipendentista del separatismo si incarnava anche nella violenza del terrorismo dell’ETA e la lama dell’ideologia e dell’assolutismo aveva tagliato il tessuto buono di una pacifica quotidianità comunitaria. Adesso, in questi racconti, Fernando Aramburu si sposta di appena pochi anni in avanti, quando l’ETA ha deposto le armi e la terra basca comincia un cammino di pacificazione, seppure fra i segni dolorosi di ferite aperte. E’ di queste cicatrici postume che lo scrittore parla, con una narrazione sensibilissima, accesa di compassione per destini privati che sono stati sconvolti per sempre. Diciamo che Aramburu adesso lavora sul “dopo”, mentre nel romanzo aveva lavorato sul “mentre”. E compie un’operazione narrativa che costituisce anche una missione morale. Perché infatti è facile lo sgomento, è facile il raccapriccio quando esplodono una tragedia, una rabbia, nel fragore del botto e nello squarcio doloroso per morti ammazzati e feriti “freschi”. Ma poi dopo, nel tempo che passa, cala il silenzio della dimenticanza. Invece Aramburu va a socchiudere le porte di case dove il dolore, in dignitoso silenzio, pulsa ancora. Una ragazza rimasta ferita e invalida in un attentato viene riportata dopo mesi d’ospedale a casa da genitori che con lei si vedranno per sempre cambiata la vita; la madre di un ragazzo terrorista rinchiuso a lungo in un carcere lo va a trovare con il suo timido e trepido dolore ogni mese in prigione, per un colloquio breve e vigilato. La moglie di un poliziotto municipale assassinato dai terroristi subisce la pressione ostile della comunità basca che in un silenzioso rancore la vuole espellere. E poi, ancora, madri orbate di figli, figli orbati di padri, famiglie in cui il morso del dolore e del rimpianto ha lasciato una piaga la cui cicatrice non guarirà mai del tutto. Talvolta restano, a fare male, la coda di un rancore non sopito e il veleno vendicativo del sospetto. A poco a poco, nondimeno, una lenta pacificazione si fa strada, anche se non fa nessun sconto al dolore. Aramburu racconta storie private con partecipazione affettiva – compassionevole, s’è detto – e spesso con dolcezza partecipe. Delle pagine simili, oso dirlo, meriterebbe, proprio sul “dopo”, una narrativa italiana che volesse tornare con questo sguardo morale sulla scia postuma dei terribili “anni di piombo”.

06settembre
2019

Pedro Lenz

Gabriele Capelli editore

Un libro un po’ romantico senza sbavature, un po’ alcolico senza cattiveria, stravagante, che racconta di persone sempre un po’ ai margini dei meccanismi ben oliati di benessere e successo. Dalle parti di Olten, nelle periferie del canton Berna. Gente che fa fatica ma ha ambizioni grandi in campo artistico.È il secondo romanzo di Pedro Lenz, il quale scrive i suoi libri in “berndütsch”, il dialetto-lingua della sua regione eaveva nove anni fa sorpreso il mondo letterario elvetico con un primo romanzo spigliato, fresco, divertente, con qualche malinconia ben dosata: “In porta c’ero io” (Capelli editore). In “La bella Fanny” (sempre edito in italiano da Capelli, tradotto da Amalia Urbano) il protagonista è un giovanotto che ha passato di poco la trentina, si definisce scrittore ma insomma di finito e compiuto a dire il vero non ha ancora scritto nulla. Però ci crede e si dà da fare, fra slanci e pigrizia. Gli danno fiducia solidale alcuni, pochi amici, soprattutto un paio di artisti pittori sulla settantina, tenacemente legati una vocazione che ha dato loro molta speranza, qualche labile successo ma soprattutto poche risorse finanziarie. Ma anche loro ci credono. Poi compare la bella Fanny, una giovane donna davvero molto, molto bella, intorno alla quale lo scrittore in divenire (innamorato cotto) e gli artisti attempati (abbastanza presi anche loro), ronzano come falene attorno a una lampada accesa. Pochi protagonisti, dunque, abbastanza sfaccendati e strani, intorno alla luce della bella Fanny, la quale è poco acciuffabile ma quando c’è si fa sentire, in tutti e cinque i sensi. I maschi sono, come s’è detto, un po’ marginali, con un piede nell’indigenza decorosa e un altro nell’ambizione di lasciare un segno, un guizzo di verità artistica. Fra lo scrittore che non scrive ma forse scriverà e gli artisti che hanno molto dipinto con molta fatica ( se hanno talento, esso è abbastanza misconosciuto) scoppietta e anzi arde come un fuoco un’amicizia che dura, con ironia sdrammatizzante e affetto profondo. Forse la vera protagonista di questo romanzo è proprio l’amicizia, più ancora che l’amore il quale, si sa, è sempre un po’ complicato, ineffabile e spesso sfuggente. Il linguaggio del romanzo è acqua viva della parlata discorsiva dialettale, una simpatia gergale di dialoghi e bevute e chiacchierate infinite in atelier, caffè e appartamenti, e struggimenti d’amore e gelosie patetiche e forse inutili. C’è la freschezza goffa di un grande innamoramento maldestro e un po’ doloroso, come tutti gli innamoramenti dei giovanotti buoni, imprecisi, dotati e svagati. Simpatici. I suoi avversari in amore, acciaccati dagli anni, non lo sono poi davvero ma sono soprattutto amici. E Fanny è da adorare ma anche imprendibile, da non possedere: come molti amori, come l’espressione artistica, cui si può fare la corte con tenacia e fedeltà per tutta la vita. Un romanzo arioso, che racconta la compagnia di giro di tipi un po’ squinternati ma pieni di empatia.

07giugno
2019

Alexander McCall Smith

Guanda

La vena feconda di Alexander Mc Call Smith non cessa per fortuna di distillare la sua lievità narrativa. Ecco l’ultimo romanzo del ciclo dedicato agli abitanti del caseggiato al numero 44 di Scotland Street, diventato il numero civico attuale più noto della narrativa britannica. Ma conviene, a chi ancora non conosce questo e gli altri due cicli dello scrittorescozzese nato in Botswana, cominciare dall’inizio. Il primo ciclo è quello della detective africana del Botswana Precious Ramotswe, titolare della Ladies’ DetectiveAgency N 1 (la prima agenzia investigativa femminile del paese e peraltro anche l’unica), formata da lei stessa e dalla diligente e occhialuta segretaria. Precious Ramotswe è robusta, anzi parecchio grassa ma lei non se lo vuole sentire dire, dice che semplicemente ha “la corporatura tradizionale africana”. Lei investiga su piccoli pasticci, imbrogli, ferite esistenziali, grovigli d’amore e di truffa. C’è molto humor, c’è molto buon senso. Se volete leggere le sue avventure dall’inizio, cominciate con ordine, con “Le lacrime della giraffa”. Il secondo ciclo è quello di Isabel Dalushie, donna bella, single e ricca di Edimburgo, filosofa che si permette il lusso di dirigere una rivista di filosofia senza preoccupazioni di vendite e di bilanci. Curiosa delle storie altrui, Isabel si imbatte in casi misteriosi, nodi esistenziali, piccoli enigmi su cui, usando la speculazione filosofica come una lente, indaga discretamente. Il primo libro (che vale la pena leggere dall’inizio, perché la storia di Isabel cresce e cambia) è “Il club dei filosofi dilettanti”. Ed eccoci al terzo ciclo, (di cui parla questo ultimo romanzo) da iniziare leggendo “44 Scotland Street”. A quel numero c’è un vecchia casa con parecchi appartamenti. Mc Call Smith ne scruta gli interni come se fosse uno spettatore curioso ma poi segue anche le uscite dei vari inquilini, l’intrecciarsi talvolta delle loro storie, i desideri,le manie, le tenerezze. Protagonista principale iniziale anche qui è una donna, la giovane studentessa Pat, ancora non bene in chiaro sull’indirizzo da prendere negli studi e nella vita, pronta ad innamorarsi senza essere certa di aver successo, collaboratricea tempo parziale di una galleria d‘arte diretta da un giovanotto sensibile, e un po’ goffo, segretamente innamorato di lei. Rientrano in scena anche gli altri abitanti classici di Scotland Street 44, fra cui il ragazzino Bertie che i due ansiosi e intellettuali genitori vogliono a tutti i costi vedere come bambino prodigio rubandogli brandelli di normale felicità infantile, oppure l’artista Angus Lordie, con ilfedele cane Cyril che beve scodelle di buona birra irlandese nei bar che il suo libertario padrone ama frequentare. Mc Call Smith non allenta la sorveglianza sul suo stile semplice e chiaro e dentro le pagine semina raffinate sentenze di saggezza e suscita lampi di gusto e bellezza, convinto che scaglie di cose buone si annidino fra lepieghe più comuni della vita quotidiana. Narrativa di intrattenimento? Certo. E di qualità. E ricca di gusto, di umanità.

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