Circolo dei Libri

Per condividere con altri il gusto della lettura, che per principio è individuale ma poi può anche farsi compagnia.

07maggio
2022

​Eduard von Keyserling

L’Orma

Una delicata, malinconica storia di seduzioni amorose consumate o appena abbozzate, di imbarazzante e rispettosa estraneità esistenziali fra generazioni, di piccola nobiltà baltica in decadenza tardo-ottocentesca: l’ha scritta un autore morto da poco più di cento anni, Eduard von Keyserling (1855-1918), appartenente alla stessa nobiltà baltica che egli descrive (in Curlandia, nella Lettonia). Von Keyserling era dunque lèttone ma trascorse gran parte della sua vita a Monaco di Baviera, seppure sempre evocando nelle sue pagine la terra natale. A Monaco, ai primi del Novecento, incontrerà un giovane scrittore ramingo, che di von Keyserling intuì subito (assieme a Thomas Mann e ad altri) il talento sensibile e singolare: Robert Walser. L’autore svizzero ricorderà in un suo scritto come egli incontrasse quotidianamente von Keyserling in un caffè della città: “il conte Eduard veniva quasi ogni giorno a sedersi di fronte a un bicchierino di cognac, orgogliosamente solitario, quasi cieco: un uomo distaccato in mezzo a una massa di indaffarati aspiranti alla più rapida carriera possibile. Ma sì, il leone è re nel suo regno: un re che sta morendo. E tale era Eduard von Keyserling". Walser aveva intuito, di von Keyserling, la dolente natura di un uomo appartenente a una stagione culturale e morale di grande raffinatezza ma ormai estenuata, in una dignitosa malinconia intonata al riservato tratto aristocratico. E anche la prosa di von Keyserling è così: lirica e spesso dolente, raffinata. Lo scrittore sa narrare dolcezze e struggimenti, palpiti di felicità sfuggente su cui egli acquarella i colori trasparenti della malinconia, del battito del tempo che passa, dell’ineffabile trascorrere dei destini. In questo “La sera sulle case” tratteggia il crepuscolo di un mondo aristocratico di proprietari terrieri sparsi fra campagne e foreste che di fatto riverbera anche il più vasto e fatale tramonto di una civiltà (diciamo quella della grande area asburgica) cancellata dalla Grande Guerra. È singolare che von Keyserling muoia nel 1918, proprio allo scadere del conflitto e dell’Impero cui la piccola nobiltà baltica era legata: se ne è andato nello stesso momento anche lui, assieme a un mondo, il suo, che svaniva. La trama sottile, non clamorosa del romanzo racconta di alcune famiglie nobili e rurali, annidate ognuna nel proprio piccolo castello in mezzo a sterminati boschi e pianure. Si frequentano, si fanno visita per i tè, le cene, le piccole feste. I vecchi patriarchi, aggrottati e conservatori, fedelissimi alla gabbia virtuosa dei valori veri ma anche dei privilegi, faticano a capire l’aria vaga di un mondo nuovo che spira da lontano, dal brusìo remoto delle città. I giovani, più inquieti, sentono linfa fresca nelle vene, vorrebbero colpi d’ala, guizzi di libertà, ma hanno poco nerbo morale e poca stoffa di responsabilità: il conflitto fra padri e figli è elegante, rispettoso, addomesticato. Nascono passioni, lecite e meno lecite, sbocciano innamoramenti, il tempo passa e consuma ardimenti, logora giovinezze indecise, congela vecchiaie riottose. Tutt’intorno respira una natura possente, al soffio delle stagioni. D’inverno slitte con sonagliere scivolano nei boschi innevati portando in giro dame e signori o cauti innamorati solinghi. D’estate le lunghe sere infinite odorano di fieno tagliato e i voli delle anatre planano sugli stagni, di notte l’immenso cielo stellato sta sopra le luci delle finestre qua e là accese nelle varie e distanziate dimore gentilizie dove fra tintnnìo di tazze, brontolìo di padri e pazienti letture ad alta voce di figli, si consuma lentamente un appartato brandello di civiltà elegante e raffinata votata alla decadenza ineluttabile.

22aprile
2022

​Marta Morazzoni

Guanda

Così come Olga, la fedele sarta che cucì per Luisa Amman gli abiti di bambina ricca, poi di orfana ed ereditiera ricchissima, poi di sposa del marchese Camillo Casati Stampa, Marta Morazzoni, scrittrice finissima, cuce e tesse con abile maestria la narrazione elegante e audace di questo suo nuovo romanzo dedicato alla marchesa. Davvero Morazzoni imbastisce il filo della propria immaginazione per creare l’ultimo abito – questa volta con le fogge e i colori della scrittura – di quella singolare, eccentrica provocatrice e ineffabile donna che fu la marchesa Luisa Casati Stampa. Nata nel 1881, orfana precoce, dagli zii fu mandata con la sua immensa fortuna in sposa al marchese Casati Stampa, che aveva quarti di nobiltà ma pochi quattrini: uno scambio di valori. Non fu amore vero, fu interesse, fu convivenza forzata e poi allegramente disattesa, fino al divorzio nel 1914. Eppure il marchese non dimenticò mai del tutto la stregata e ripulsiva attrazione per quella donna che non faceva per lui ma che non riuscì mai a detestare davvero. La marchesa visse con sfarzo esibito, sfoggiò abiti sontuosi e folli, caricaturali e fatali, sedusse artisti (che la ritrassero in molti, da Boldini a Troubetzkoy a Man Ray) e scrittori (soprattutto Gabriele D’Annunzio, che con lei ebbe una lunga relazione). La marchesa stupì, provocò: camminava nelle città delle sue ville tenendo al guinzaglio un levriero bianco e uno nero, una notte attraversò piazza San Marco a Venezia (teneva casa anche lì) nuda, con un ghepardo al guinzaglio, scortata da due servitori neri con le fiaccole…. Il suo corpo era una specie di opera d’arte mobile, sempre ornato e vestito e stravolto da fogge spettacolari, allusive, grottesche. Marta Morazzoni non si è certo messa in testa di scrivere una biografia. Ha invece sorpreso la marchesa in un momento preciso della sua vita, nel 1932, quando la fatale signora ha di fatto sperperato il suo patrimonio milionario in sfarzose feste e smodati lussi. La raggiunge a Parigi, nella sua signorile residenza, l’avvocato milanese Giuseppe Bassi, che le amministra le disastrate finanze e deve infine annunciarle che lei è sul lastrico, non avrà più nemmeno “una pietra su cui posare il capo”. La marchesa, tramortita appena, si ricompone e va incontro adagio al fallimento e alla mutazione di vita non abbandonando l’altezzosa e incosciente dignità della forma, persino generosa nel gettare gli ultimi spiccioli. Marta Morazzoni riaccende nella narrazione i ricordi di vita di Luisa Casati Stampa, illuminando momenti di fasti passati, inquietudini, fughe e la rumorosa solitudine. In quanto al futuro, la scrittrice non si avventura nel dopo: noi sappiamo dalle cronache che, rimasta senza nulla, la marchesa finirà a Londra i suoi giorni, più o meno sfamata dalla figlia unica sposata a un nobile inglese. Morirà nel 1957 a 76 anni, povera e dimenticata. Morazzoni si ferma a quel 1932, ricomponendo le tessere varie del mosaico rutilante di una vita sperperata che sembrerebbe non aver avuto alcun senso (ma una nota introduttiva ci avverte che “nessun essere passa sulla terra per niente”). L’abilità narrativa di Morazzoni, tenuta alta dalla consueta ricchezza stilistica, sta nell’evocare, accanto alla marchesa in via di fallimento, alcune figure ritagliate benissimo: la sarta Olga, nume discreto, attenta “parca” della forma; e soprattutto due personaggi maschili. Uno è l’avvocato Bassi, mite e forse mediocre ma con una sua tempra morale, soggiogato dal misterioso richiamo, fra l’erotico e il compassionevole, della marchesa. L’altro è l’ex marito, nel frattempo convolato a più placide nozze, ma che non riesce del tutto a sottrarsi alla curiosità nervosa per quella sua ex consorte così diversa, così eccitata, così sfortunata. Marta Morazzoni ha preso lo spunto da una vita vera per involarsi in una immaginosa narrazione, aprendo e chiudendo cortine e veli di allusioni, mistero, sensazioni, indefinitezza. Sprizzano scintille vivaci ma anche subito si avverte sin dalle prime pagine, sul viso bianchissimo di cipria e nero di rimmel della marchesa, l’inquietante traccia sottesa della morte: quella sociale prima, quell’altra che verrà, più tardi, oltre il romanzo.

08aprile
2022

Giorgio Montefoschi

La nave di Teseo

La scrittura di Montefoschi, l’abbiamo già detto anche in altre recensioni nel nostro sito, diffonde sempre un magnetismo avvolgente, scandito di motivi ripetuti, dialoghi brevi e spesso secchi, passaggi e raccordi insistiti dentro un realismo minuzioso di dettagli. Montefoschi invita il lettore ad entrare in una sorta di cartina topografica ravvicinata in scala dilatata, dentro cui si “vedono” e si “sentono” muoversi i protagonisti. La ripetizione di movimenti, strade e angoli di piazze, bar abituali e poi luci e piogge e scirocco, vasta chiarità meridiana e nervosi crepuscoli primaverili o malinconie serali d’autunno, tutto è rivelato, annotato: e ne risulta una cadenza che si trasforma in un sottofondo ritmico per la scansione dei gesti e dei dialoghi. Di ogni movenza dei personaggi del romanzo conosciamo gli orari precisi, le strade percorse, i colori del cielo, la corsa delle nuvole, e poi i luoghi privati, gli interni delle case signorili dentro una Roma in cui si muove una ricca borghesia un po’ estenuata, colta, di buon gusto, sfibrata, talvolta neghittosa. Siamo nei luoghi montefoschiani, i quartieri alti e borghesi: qui ritroviamo i Parioli e l’Aventino ma anche le solite piazze con i soliti caffè a Campo dei Fiori o a Piazza Farnese, con rettangoli di mutevoli cieli sopra i grigi e i rosa aranciati delle case. Anche i pranzi, le cene, le colazioni, i cibi, le bevande, sono descritti in un loro realismo minuto. Abbiamo già scritto che Montefoschi ricorda per certi versi lo sguardo “subliminale” e l’intimismo scabro di Carlo Cassola ma in altro ambiente sociale e soprattutto in chiave nuova e tutta originale. Montefoschi non dà corda ad enfasi o a colpi drammatici di trama ma è piuttosto il narratore quieto e minuzioso, in presa diretta, di una quotidianità minima che a colpi di dettagli, odori, suoni, voci, dialoghi, sentimenti, giorni, anni, scandisce il tempo: infatti i luoghi e i temi, in Montefoschi, racontano al fondo l’enigma ineluttabile del Tempo. Enrico e Carla, sessantenne lui, una ventina d’anni in meno lei, una figlia unica, Maddalena, amatissima e di caldo ma spigoloso carattere, sono la coppia protagonista di questo romanzo. Affiatatissimi, si vogliono molto bene. Ma il tempo (rieccolo) procura stanchezze, banalizza ritualità estenuate. Un problema cardiaco (il ricovero, la paura, la convalescenza) sbalestra in qualche modo il tranquillo accomodamento di un legame coniugale sicuro e quieto: Enrico sente lo spasimo del tempo minacciato (ed eccolo ancora qui, il tempo) e viene tentato, come molti uomini a quell’età e in quella situazione, da un soccorso sentimentale o vitalistico. L’accidente infine non riesce a intaccare davvero la compattezza affettiva ma anche proprio fisiologica della coppia bene assestata nella buona ovatta alto-borghese romana, che dopotutto è così bella, rassicurante: una fidata compagnia nell’avventura del tempo che cammina e forse si farà breve. Appunto. Della trama non diciamo altro, fa parte del diritto del lettore. Della scrittura contagiosa e avvolgente di Montefoschi abbiamo detto.

11marzo
2022

Enrico Emanuelli

Mondadori

Sessant’anni dopo la sua nascita letteraria, la bellissima, statuaria ragazza somala ribattezzata Regina dagli italiani che subito dopo la guerra stanno cercando (con lodevole intento ma anche con esiti ambigui) di educare la Somalia alla democrazia, sta ancora lì, ineffabile, insondabile, misteriosa. Regina intriga e fa sentire colpevole il povero faccendiere italiano cui lei è stata “prestata” da un altro faccendiere italiano, perdipiù losco ed ex fascista: assente per alcune settimane, gli ha ceduto per libero uso la propria villa con tuti i servizi e i domestici, compresa Regina che di giorno fa la serva elegante e di notte la concubina per forza. Mette a disposizione il suo corpo ma non la sua anima, la sua inscalfibile e insondabile dignità di donna. Nera è la pelle di Regina, nera l’Africa, nere le notti in cui quasi sempre si svolge la trama di questo romanzo che fu pubblicato nel 1961, fece discutere, ebbe successo e poi fu dimenticato. Con merito oggi Mondadori lo ha riedito dopo sessant’anni, con una prefazione della studiosa italo-somala Igiaba Scego (da leggere però dopo, non prima di aver letto il romanzo). Enrico Emanuelli fu un importante giornalista e uno scrittore di rilievo. Il suo romanzo, dopo tanti anni, “tiene”. Assieme a “Tempo di uccidere” di Ennio Flaiano (più denso e più complesso, qua e là di grande forza ma qua e là anche più datato e insistito) il libro di Emanuelli è una delle pochissime opere che la narrativa ha dedicato alla presenza italiana (d’occupazione e molto spesso di repressione) in Somalia (o in Libia, o in Etiopia). Nella vicenda del libro la guerra è già finita, l’Italia fascista l’ha persa e ha perso la propria colonia africana ma la comunità internazionale (l’ONU) in previsione della piena indipendenza della Somalia, ha pensato di mandare per qualche anno in Somalia, fino alla fine degli anni ’50, dei tecnici, esperti e uomini d’affari italiani con l’incarico di “preparare” quella nazione alla democrazia. E così si reitera sotto altra forma il dominio culturale, economico e psicologico di una “razza superiore” su una ritenuta inferiore. Lo sfruttamento ambiguo e tanto più sottilmente prepotente dell’uomo bianco italiano sulle donne indigene è palese. Il protagonista del romanzo, che già di suo esercita una professione forse necessaria ma ripugnante (sovrintende alla cattura di scimmie, imprigionate vive in gabbie e spedite per via aerea negli Stati Uniti dove saranno vivisezionate per la ricerca di un vaccino contro la poliomielite) a poco a poco si rende conto di questa prepotenza sorda, non appariscente ma grave. Forse l’essere invaghito fortemente di Regina lo aiuta a capire: vorrebbe che la donna non gli cedesse solo l’automatismo del corpo passivo ma che le si muovesse dentro qualche moto d’affetto. Ma si accorge che Regina è inafferrabile. Il romanzo viaggia con una scrittura nervosa, attenta alla crisi di coscienza del personaggio centrale ma anche a cogliere il buio, gli odori, le voci e i versi degli animali, i bagliori delle luci sparse delle notti africane e l’assolata afa della savana diurna. Alla fine la coscienza ridestata del protagonista è quasi una redenzione e il romanzo suona come una denuncia che vale per allora ma rimane d’attualità perché il pregiudizio razziale e la prepotenza socio-etnica sono sempre accesi anche oggi.


26febbraio
2022

Abraham Yehoshua

Einaudi

Rachele è una ragazzina dodicenne, italiana, per parte paterna è ebrea mentre i nonni materni sono cattolici, anche se la nonna è atea convinta, al contrario del marito, credente. In mezzo a quel groviglio di fedi diverse e convinzioni opposte, Rachele cerca di navigare seguendo il radar istintivo della sua età di grazia, fra infanzia e adolescenza. La ragazzina osserva, pensa, annota: ha guizzi di giudizi secchi e azzeccati, e dubbi, e curiosità accese. Nelle sue oscillazioni di spostamenti fra genitori e nonni vari, fra la vita in una città del Nord Italia, una puntata in Liguria e una vacanza sciistica nelle alpi, Rachele vive una iniziazione inquieta alla vita degli adulti. Abraham Yehoshua ha dichiarato in una intervista che questo suo romanzo sarà l’ultimo suo libro, definitivamente. Ha detto che a 85 anni, dopo aver perso l’amata moglie pochi anni fa e dopo aver avuto il ritorno grave di un tumore che era riuscito a domare, non se la sente più di creare un romanzo. È stanco, sfiduciato, malato. Chi ha amato e ama Yehoshua e i suoi grandi romanzi non può che rattristarsi per questa fragilità grave così sinceramente confessata. Però va subito detto che “La figlia unica” è tutt’altro che triste e drammatico, anche se vi aleggia, comunque, l’ombra vaga ma non eludibile della malattia e della morte. Ma ci sono anche allegrezze e vivacità, Rachele sprizza vita dal suo animo, prova i primi palpiti curiosi di sentimenti per ragazzi timidamente adocchiati, è impertinente e sensibile, fantasiosa. Yehoshua sembra trasmettere a questa ragazzina una specie di testimone esistenziale da portare avanti, un lascito che perduri, un passaggio di consegne fra il vecchio scrittore e la sua giovanissima ragazza creata sulla pagina e pensata nella testa e nel cuore. In più, l’incertezza e la confusione delle identità (simboleggiate da numerosi travestimenti, per gioco carnevalesco o per necessità) sembrano indurre lo scrittore a relativizzare le grandi divisioni e fratture di natura religiosa. Se le persone, anche care e familiari, possono avere fedi e appartenenze culturali diverse, forse allora bisogna davvero relativizzare gli assolutismi e addentrarsi in un territorio identitario più fluido e tollerante. La natura un po’ sentimentale (forse un po’ troppo?) di questo romanzo si accentua con la presenza di molti riferimenti al libro italiano “Cuore”, di De Amicis, con tutti i suoi palpiti emotivi (singolare che Yehoshua lo conosca così bene). Rachele , nella sua intensa età “spugna”, comincia ad avvertire le grandi domande umane e universali sulla vita, sulla morte, sul divino. A un certo punto le pare di capire di desiderare di poter avere un Dio non tanto potente, non tanto padre, quanto invece soltanto e soprattutto fratello (lei che è figlia unica). È uno Yehoshua strano, per certi versi molto nuovo, questo dell’ultimo suo romanzo. Forse non la sua opera più grande (anzi, certamente no): ma chi ama i suoi libri, legga questo romanzo per sentirsi, di Yehoshua, fratello.

11febbraio
2022

Alexander McCall Smith

TEA

La lievità intessuta di finezza e intelligenza, sul registro leggero ma mai banale, richiede sempre, per essere letteratura, la qualità. Eccola, la qualità, nell’ultimo romanzo (“Il club delle vacche grasse”) di Alexander McCall Smith, scrittore raffinato, colto, divertente. Se molti pensosi narratori italiani tentati dall’estetismo stilistico sapessero scrivere con la lievità, appunto, di Mc Call Smith, ne guadagneremmo tutti in piacere di lettura. Sul principio mi sostiene una bella frase del grande regista Ermanno Olmi: “Non vorrei che la forma prevalesse sulla sostanza, come accade in molte attività umane. Per esempio negli scrittori che fanno letteratura invece che narrare, ahimè!”. McCall Smith narra alla grande e non fa letteratura accademica pur essendo profondamente colto. È nato in Africa da famiglia scozzese e poi è tornato in patria a Edimburgo dove è stato anche professore all’Università (oltre che appassionato suonatore di controfagotto in una orchestra di dilettanti). Il nuovo romanzo appartiene al primo dei tre cicli narrativi seriali di McCall Smith (la serialità in letteratura non è disdicevole, e va da Simenon a Elena Ferrante; importa verificarne la qualità, appunto). È il ciclo africano, con la deliziosa detective nera, grassa e buona, Precious Ramotswe, che ha fondato l’Agenzia investigativa femminile Numero 1 del Botswana (peraltro l’unica) e affronta con cuore e saggezza alcuni nodi delle vite altrui (nessun delitto efferato ma piccoli fastidi, dolori, trame arruffate). Si sorride, ci si commuove. E viene fuori uno splendido paese africano. Si può tranquillamente leggere questo ultimo romanzo ma sarebbe meglio cominciare dal primo, “Le lacrime della giraffa”: opportunamente l’editore TEA indica a inizio romanzo la trafila completa e cronologica dei titoli. In quest’ultima vicenda c’è, fra parecchi altri spunti, il caso di una donna canadese che aveva trascorso la prima infanzia in Botswana e vuole riacciuffare (forse c’è qualche mistero) il filo remoto della propria memoria affettiva di luoghi e persone. Quella indagine fa affiorare qualche divergenza fra la titolare dell’Agenzia (Precious Ramotswe, la quale a chi le dice che lei è grassa risponde piccata di no, lei è soltanto di “tradizionale corporatura africana”) e la sua fedele socia Grace Makutsi, occhialuta ex segretaria modello: due caratteri diversi, due modi diversi di sfruttare gli enigmi della natura umana. Ci vogliono molta diplomazia minuta e molto buon senso, soprattutto da parte della saggia Precious Ramotswe, per riuscire a non incrinare il solidale e collaudato rapporto fra le due donne, sul cui tavolo arrivano poi altri piccoli inceppamenti di esistenze per altri personaggi di questa nuova avventura della “Ladies’ Detective Agency N.1”. Come sempre, si bevono moltissime tazze di tè (l’ottimo Rooibos sudafricano di color rosso): spesso una tazza di tè risolve complicazioni psicologiche ed emotive più di qualunque specialista o esperto. Al lettore che voglia cominciare l’avventura di un viaggio divertente e intelligente partendo dall’inizio, non resta che di accomodarsi. Avrà piacere di qualità felicemente assicurato per alcuni mesi.

28gennaio
2022

Claudio Piersanti

Rizzoli

Giovanni è un tipo strano, tipografo nostalgico e licenziato, appassionato di caratteri di piombo e inchiostri, lasciato a casa perché ormai lavoratore inattuale, messosi in proprio e in piccolo, tirando a campare; e poi innamorato di sua moglie Giulia, con la quale ha lo stesso rapporto amoroso e trepido che ha con la stampa a mano, in una fedeltà ostinata, quasi maniacale, candida. È alto e magrissimo e lui non si piace ma ha un un suo tratto sempre gentile, di uomo buono ed eccentrico. A raccontarcelo è la scrittura sapientemente camaleontica di Claudio Piersanti, autore che ad ogni libro ci sorprende per la mutevolezza voluta di linguaggio, stile e ritmi. Ogni suo romanzo sembra scritto da un autore diverso e tuttavia in ognuno dei suoi libri si riacciuffa il filo sotteso di una costante, identificabile cura di scrittura e di una immaginazione originalissima. Piersanti ci ha conquistato in passato con romanzi molto diversi fra di loro (spiccano “Luisa e il silenzio”, “Il ritorno a casa di Enrico Metz”, “La forza di gravità”) e questa volta ecco una vicenda a sua volta diversa, resa da una scrittura condotta con lievità, spesso intenerita e vaporosa, dall’andamento quasi fiabesco ma molto reale. Eppure dentro questa leggerezza si scoprono sottili strati sovrapposti, allusioni di profondità, intuizioni di maggiore complessità. In quanto alla storia in sé, la vicenda strana, malinconica e bella di Giovanni e Giulia si dipana dentro una trama che procede piano fino a quando l’aggraziata vita coniugale di contentezza tranquilla e condivisa si increspa ad un tratto con l’inspiegabile fuga di Giulia da casa, appena un biglietto scarno e per il resto più nulla. Che sarà successo? Tornerà? Il cruccio di Giovanni è profondo ma il bravo tipografo (che ama il lavoro antico di mani e materiali vivi) non vuole fare indagini, si limita ad attendere ma al tempo stesso rimugina, immagina. Scopre che Giulia aveva appena letto, lasciandolo sul tavolo, “Anna Karenina” di Tolstoj e lui si studia bene il romanzo per cercare qualche indizio. Imbattendosi nel bel tenente Vronskij che conquista Anna inducendola all’adulterio, Giovanni si accende di gelosa immaginazione e si figura un qualche “maledetto Vronskij” dietro la scomparsa di Giulia. Fisime sue, forse, ma trafitture vere per il cuore buono del tipografo ostinato e innamorato. Lascio ai lettori gli sviluppi della storia, aggiungo soltanto che nelle pieghe di questo romanzo affiora la complessità della vita e della natura umana: ci sono l’amore e la nostalgia, la gelosia e la letizia, la malattia e la paura della morte, la bellezza amorosa e quella del lavoro ben fatto, la dignità sociale, la passione per l’orto e i fiori, per la montagna. E l’amicizia: non eroica ma fedele, trepida (Gino e Bruna non sono persone perfette ma sono amici veri). Queste decisive componenti della vita consueta degli uomini e delle donne si manifestano senza forzature drammatiche lungo tutta la narrazione di questo romanzo che sembra quasi imbevuto dal candore d’animo e dai sentimenti fedeli di Giovanni, così tenace nell’attaccamento al lavoro buono, così come Giulia è tenacemente attaccata alla terra, alle piante, ed entrambi sono attaccati l’uno all’altra e ci confermano che nel cuore di ogni persona, a cercarlo bene, è iscritto un profondo desiderio di felicità. Poi la vita ha i suoi rovesci, il tempo intona le sue fatalità, amore e dolore, salute e malattia si mescolano come in tutte le vite. L’ingenuità caparbia di Giovanni non confligge con la sua bella pasta umana, anzi concorre a renderlo un uomo vero. Che si merita Giulia, e viceversa. Un romanzo lieve e insieme grave, una scrittura semplificata, nervosa quanto basta, allusiva e complice. In esergo c’è una bella poesia scritta appositamente dal poeta svizzero italiano Fabio Pusterla: essa parla di colori e la si comprenderà bene soltanto dopo aver terminato il romanzo.

14gennaio
2022

Jonathan Franzen

Einaudi

Com’è bravo Jonathan Franzen. Che bella razza di scrittura. E com’è eccessivo, talvolta, Jonathan Franzen, eccellente e secchione come certi primi della classe che per bravura rischiano di strafare e di essere puntuti. Eppure anche in questo suo ultimo romanzo Franzen, quando è in stato di grazia, scrive da dio, usa la tastiera del PC come uno strumento musicale ispirato dall’intelligenza e dalla geniale percezione dei sommovimenti interiori che perturbano l’ambito di cui egli meglio sa scrivere: la famiglia, la famiglia borghese americana, meglio ancora se retrodatata come in questo caso agli anni Sessanta e dintorni. Chi ama la lettura dei grandi romanzi densi e ben fatti si tuffi tranquillo in “Crossroads”, troverà pane per i suoi denti da lettore. Poi, come già accadde per altri romanzi di Franzen, alla fine verrebbe voglia di dirgli, osando e potendo, che avrebbe fatto bene a tagliare qualche gruppo di pagine, qua e là, ad affinare la materia grassa e sontuosa della massa del suo libro. Ma la narrazione lenta e dettagliata delle piccole crepe, dei sensi di colpa e delle voglie trasgressive, dei palpiti di libertà e dipendenza in seno alla famiglia di Russ, pastore prestante della middle class americana e di sua moglie Marion e dei figli, è superba. Franzen mette in scena la quotidianità sottilmente tormentata di quella famiglia con una bravura di scrittura e intuizione da rendere quasi doverosa la lettura del suo romanzo per chi davvero ama i libri forti. Russ e Marion Hildebrandt costituiscono una coppia così perfetta da aver quasi bisogno di rompersi un po’. La religiosa serenità virtuosa, brodo di cottura in cui la bella famiglia galleggia, rende per forza insofferenti gli intelligenti e problematici figli: Clem, Becky, Percy e il piccolo Judson. La piccola crepa iniziale che scuote la fervida ma anche tranquilla vita parrocchiale di provincia è quella di una gelosia fra educatori: il pastore Russs, volonteroso e buonista, quando deve condurre la pastorale giovanile con un gruppo di adolescenti inquieti, tentati dal fumo, dalla musica rock e dagli approcci sentimentali, risulta paternalista e ingessato. Meglio di lui fa il suo assistente Rick Ambrose, altro pastore, più giovane e smagato, carismatico e furbino, che conquista ragazze e ragazzi e taglia fuori Russ. Il quale cova la sua frustrazione e si rifa puntando gli occhi su una giovane vedova piacente, anche perché la moglie Marion, che fu bella e desiderabile, si è nel frattempo come congelata in una scontata noiosità coniugale: “Marion era diventata invisibile a suo marito, invisibile anche ai suoi figli, resa anonima dalla densa, tiepida nube di mammità attraverso cui la percepivano”. La trama poi si addensa, con una divagazione geografica intrigante ma forse troppo trascinata nel territorio della riserva indiana dei Navajos, dove la comunità parrocchiale di Russ va a fare delle settimane di sostegno caritativo ai discendenti straniti e diffidenti di quella fiera stirpe di pellerosse. Franzen racconta le tensioni di piccola umanità di una realtà borghese della provincia americana religiosa e fruga nei segreti non confessati delle persone, e lo fa benissimo. A ciò aggiunge affondi di riflessione sulle consuete, minime ma anche enormi domande della vita sulla vita, sull’ipotesi di un Dio. E mette in luce i dilemmi e le ambiguità della dissonanza fra la vera tensione indotta dal senso religioso insito nel cuore umano e l’appartenenza religiosa sociologica, associazionistica, con tutti i personalismi di potere e le manipolazioni psicologiche. Poche, secche ed efficacissime le pennellate di ambiente e natura, con fulminanti annotazioni di luci, scorci, odori. Gli interni sono realistici, spesso sciatti, angusti. L’impressione finale è quella di un grande romanzo. Che poteva essere un po’ limato.

17dicembre
2021

​Peter Cameron

Adelphi

Può essere curioso e interessante, per un lettore che ama gli scrittori americani, andare a vedere come aveva cominciato a scrivere Peter Cameron, autore oggi consacrato fra le più valide tastiere della narrativa statunitense. Adelphi traduce ora, nel 2021, un romanzo dell’allora trentenne Peter Cameron (si era nel 1990). Nel frattempo Cameron è diventato appunto uno scrittore importante e apprezzato, dotato di una scrittura precisa e immaginosa al tempo stesso, molto curata e modulata su una duttilità espressiva che lo porta ad esplorare atmosfere e scenari ogni volta diversi e talora sorprendenti e misteriosi (come nell’ultimo romanzo, “Cose che succedono la notte”). Lo abbiamo apprezzato, negli anni, fra i parecchi titoli suoi, in particolare in “Quella sera dorata”, “Un giorno questo dolore ti sarà utile”, “Coral Glynn”. Questo “Anno bisestile”, ripescato da Adelphi sull’onda della robusta notorietà dell’autore, denota al tempo stesso la freschezza degli inizi, la già presente razza buona dello scrittore vero e anche una certa acerbità di contesto, camuffata dentro un intreccio da commedia con relazioni sentimentali inquiete e molto incrociate, il tutto in appartamenti lussuosi o loft newyorkesi alla moda, fra vernissage in gallerie d’arte, velleità artistiche e letterarie, divagazioni bisex, amanti forse diabolici o forse soltanto ridicoli. Eravamo alla fine degli anni Ottanta ma si avverte qui già come la traccia anticipatoria del futuro politically correct da upper class americana di liberi costumi annoiati. Però per uno scrittore la classe non è acqua e Peter Cameron sa dosare la sua commedia amarognola con i ritmi giusti di dialoghi scintillanti e colpi di scena. La sua storia ha tocchi di giallo e addirittura di noir, con un delitto che forse non lo è, e capita persino un rapimento di persona causa malinteso. La tensione narrativa è assicurata, fra tocchi di seduzione e coppie i cui componenti si rifiutano e tornano a fiutarsi, cambi di binario nell’orientamento sessuale, amanti e gelosie, frustrazioni, solitudini e amicizie consolatore o salvifiche come paracadute. C’è glamour e c’e snobismo arruffato, viene in mente la celebre frase di Nanni Moretti (“Che fai? Niente, faccio cose, vedo gente”). Chi ama Cameron si legga lietamente questo suo primo romanzo, che ne annunciava la vocazione a diventare scrittore forte.

04dicembre
2021

Paolo Cognetti

Einaudi

Ecco un romanzo che odora di montagna, di bosco, di neve. Paolo Cognetti dopo il grade successo di “Le otto montagne” torna a scrivere una storia di persone e sentimenti in altura, nella stessa “scenografia” intima e maestosa della Valle d’Aosta e della mole del massiccio del Monte Rosa. “La felicità del lupo” possiede, rispetto al romanzo precedente (che aveva una sua tensione psicologica) una maggiore lievità, una leggerezza dettata da pochi personaggi che mescolano in modo sommesso e interiore i loro destini privati. Si respira in queste pagine la stessa aria, per intenderci, sprigionata da molte pagine di Mario Rigoni Stern: sia lo scrittore dell’altopiano di Asiago sia Paolo Cognetti narrano infatti, con un meticoloso minimalismo di sensazioni e caratteri, vicende personali non troppo drammatiche o clamorose dentro la scena materna ed enigmatica della montagna che accoglie quelle trame di vita. Fausto, un quarantenne con indubbio accento autobiografico ma poi lasciato alla libertà della finzione narrativa, per uscire da una delusione sentimentale torna sulla montagna dove ha passato tutte le estati della sua infanzia e giovinezza. Lassù, mettendo fra parentesi la sua vocazione e la sua voglia di essere scrittore, cerca una sosta mentale e decide di fare il cuoco in un ristorante-baita nel piccolo agglomerato alpino di Fontana Fredda. Il ristorante si chiama “Il pranzo di Babette” (un chiaro richiamo letterario e cinematografico) ed è diretto da una donna anche lei approdata lassù da un suo non noto vissuto personale. A fare la cameriera temporanea, Fausto trova Silvia, una ragazza che pure lei ha lasciato la città per cercare una specie di bolla di sospensione e riflessione. Sono tre destini in cerca di un respiro diverso, di una quieta sistemazione interiore per veder più chiaro nella propria vita. Un altro personaggio è invece indigeno di lassù, una ex guardia forestale, cacciatore e sciatore da pelli di foca, guidatore invernale di gatti sulle nevi, detto Santorso, con un debole per il bosco e per la bottiglia. Questi protagonisti e qualche altro raro personaggio si intrecceranno con sensibilità e cautela e il lettore decifrerà il cammino delle loro storie cosi come Santorso segue sulla neve le tracce delle volpi e forse dei lupi: bella la metafora implicita fra la pagina bianca della neve su cui viene scritta la presenza di vita e quella del libro dove scorre la scrittura (“Dove la neve svaniva anche le storie si interrompevano, come le cose che lui sapeva soltanto a metà…”). Una rivelazione curiosa sta nella scoperta di Silvia, secondo la quale “il clima cambia più rapidamente in altitudine che in latitudine, perciò anche un breve dislivello vale come un lungo viaggio”. E così scopriamo che salire solo mille metri di quota (come per esempio da Fontana Fredda su verso i tremila sotto il ghiacciaio) vale come percorrere tremila chilometri e arrivare vicino al Circolo polare artico scoprendo lo stesso tipo di paesaggio naturale. Per il resto la montagna lascia sentire al lettore, in questo romanzo agile, i suoi ritmi di silenzi e suoni, e gli odori (“l’odore del fuoco di larice era il più buono per Fausto; un profumo delle estati d’infanzia che lo riportava sempre a casa”). La montagna per i personaggi del libro non costituisce una cura soggettiva delle loro ammaccature esistenziali: alla montagna in fondo non importa nulla delle persone, la montagna vive in se stessa. Ma lassù le persone possono prendersi meglio cura di se, respirare dentro i segni primari della natura e dentro una più quieta scansione di tempi e stagioni e prender fiato, gerarchizzare meglio le pene e i desideri. Poi il cuore, si sa, ha le sue piste misteriose, e così sulle nevi di lassù ognuno cerca le tracce della propria possibile felicità. Persino il lupo, acquattato nel folto del bosco, cerca la propria. Chi ama la montagna ritrova in questo romanzo un’aria cara e sensazioni profonde, messe in pagina da Paolo Cognetti con una serenità narrativa che respira aria d’altura.

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