Circolo dei Libri

Per condividere con altri il gusto della lettura, che per principio è individuale ma poi può anche farsi compagnia.

31gennaio
2020

Miss Islanda

Einaudi

Una giovane donna islandese, nata nelle scarne, ventose, aperte e chiare terre contadine fra cielo e mare, intraprende un viaggio verso la capitale Reykjavík, dove intende abitare. Vuole diventare scrittrice, a tutti i costi. Vuole imparare a frequentare i caffè dei poeti e narratori febbrili che in quelle tane calde, al riparo dal gelo e dalla neve, bevendo e chiacchierando sotto l’alone delle lampade sognano ardimenti e glorie letterarie. È un cantico di iniziazione letteraria ma anche alla vita vera e adulta quello che la scrittrice Auður Ava Ólafsdóttir (già nota ai lettori di lingua italiana per alcuni romanzi tradotti da Einaudi: il più conosciuto è “Rosa candida”) intona narrando le vicende di Hekla, la ragazza, cui il padre appassionato ossessivamente di vulcanologia e geologia ha dato il nome proprio di un vulcano fra i molti che fumano e di tanto in tanto eruttano in Islanda. Hekla è graziosa, e un uomo che viaggia con lei sulla corriera nel lungo viaggio verso la capitale, il quale è fra gli organizzatori del concorso nazionale islandese di bellezza, la esorta con insistenza a correre per la carica di Miss Islanda. Ma Hekla ha altre mire, più interiori. Lei ha una grande amica, a Reykjavík, sposata e mamma fresca, la quale pure coltiva il desiderio della scrittura ma deve fare i conti con le ambasce, gli obblighi, le distrazioni e i crucci della vita familiare di sposa e mamma (scrive quasi di nascosto, rubando ritagli di tempo). E poi Hekla ha un altro amico, generoso, buono e fragile, D. J. Johnsson, con il quale ha iniziato un abbozzo amoroso senonché lui è profondamente omosessuale anche se vuole un bene dell’anima a Hekla. La quale, accesa di candida ambizione letteraria, finisce per innamorarsi di un giovane poeta appena un po’ più affermato di lei. Il quadro delle vite si muove, la trama di rapporti disegna incontri, separazioni, legami, speranze, decisioni. Hekla, che ha sensibilità, talento e tensione per la bellezza, è pronta a sacrificare tanto di sé per il compimento della sua generosa e forte ambizione di scrittura: e anche a sfidare i pregiudizi di una società moralisticamente un po’ ottusa quale è quella islandese negli anni Sessanta in cui si svolge il romanzo. Al netto di qualche luogo comune e di qualche buonismo di troppo (perché nei romanzi “politicamente corretti” di oggi i diversi devono sempre essere soltanto buoni e generosi e specchiati, e le donne in gamba misconosciute dall’indifferenza dei maschi, eccetera?) la forza di questo romanzo sta nella ariosa musicalità della scrittura, nella lievità del tocco espressivo e soprattutto nella capacità di far vivere, con tratti quasi pittorici, la bellezza della terra d’Islanda maestosa e rada, fatta di grandi vuoti e grandi prati e pietre e incombere di cieli chiari e vasti e scorci di orizzonti di mare, e voli alti di gabbiani, e neve, e freddo, e giorni che si spengono nel pomeriggio verso le lunghe notti nordiche.

24gennaio
2020

John le Carré

Mondadori

A 89 anni John le Carré, torna a scrivere e lo fa nel modo magistrale e complesso cui ci aveva abituati nei romanzi della sua lunga vita di scrittore, innestata sulla sua breve ma intensa vita di spia al servizio di Sua Maestà britannica: “La spia che venne dal freddo”, “La talpa”, “L’onorevole scolaro”, “Tutti gli uomini di Smiley” e via via gli altri libri. John le Carré è un grande scrittore: al di là della categoria di genere (le spy stories complesse) la forza del suo stile, tutto costruito sulla corposità di una prosa elegante, intensa, avvolgente, è quella della scrittura sontuosa, al servizio di trame intense. Le Carré viaggia sempre, con elegante allusività, sulla doppia pista dei segreti dei poteri e di quelli dei misteri della natura umana. Adesso arriva in libreria l’ultimo, attualissimo romanzo dello scrittore. Qui le Carré affronta da par suo addirittura la Brexit inglese, la presidenza sgangherata di Donald Trump, le manovre segrete di Putin, capo del Cremlino ma anche ex capo del defunto KGB, e la spregiudicatezza degli oligarchi russi che si comperano fette di occidente. Naturalmente le Carré è scrittore e non cronista o commentatore. Lui inventa, crea personaggi e soffia dentro di loro coscienza, pensieri e azioni. Ma l’invenzione si assesta dentro la realtà. Ad alcuni di questi personaggi inventati le Carré mette in bocca giudizi che difficilmente possono non essere ascritti, pur senza l’enfasi del linguaggio, all’autore stesso. Ecco per esempio quanto dice Arkady, una ex spia rissa collaborazionista degli gli inglesi, a un agente segreto britannico : “Voi inglesi uscite dall’Europa, coi vostri nasini sdegnati, rivolti all’insù… E dite: - Siamo speciali… Non abbiamo bisogno dell’Europa. Tutte le nostre guerre le abbiamo vinte da soli. Niente americani, niente russi, non ci serve nessuno-… Ho sentito che il grande amante della libertà, il presidente Donald Trump, vi salverà il culo, economicamente parlando. Sai chi è Trump?... È il lavacessi di Putin. Fa tutto quel che il povero Vladi non può fare da solo: pisciare sull’Unione europea, pisciare sui diritti umani, pisciare sulla Nato. Ci assicura che la Crimea e l’Ucraina appartengono al Sacro impero russo… E voi inglesi che fate? Gli leccate il sedere e lo invitate a prendere il tè con la regina. Prendete il nostro denaro sporco e ce lo ripulite. Ci accogliete se siamo criminali d’alto bordo. Ci vendete mezza Londra. E dite: per favore, per favore, cari amici russi, fate affari con noi! E’ per questo che ho rischiato la vita? Non credo”. Più chiaro, duro e crudo di così non poteva essere, il vecchio le Carré…Sulla trama, top secret, è il caso di dirlo. Segnalo solo che Nat, 47 anni, uomo dei servizi segreti inglesi all’estero, torna a Londra con la moglie, convinto che la sua missione sia finita. Invece avverte che nell’aria ci sono i grovigli di sempre: caduto il Muro di Berlino, una nuova guerra fredda si aggira, sotto traccia, nel mondo, e la Gran Bretagna non ne resta fuori. Il resto è tutto da scoprire. Deve piacere il genere, leggere con calma e attenzione.

17gennaio
2020

Alexander McCall Smith

TEA

La lievità intessuta di finezza e intelligenza, sul registro leggero ma mai banale, richiede sempre, per essere letteratura, la qualità. Eccola, la qualità, nella freschissima uscita dell’ultimo romanzo (“Il caffè degli uomini avvenenti”) di Alexander McCall Smith, scrittore raffinato, colto, divertente. Se molti pensosi narratori italiani tentati dall’estetismo stilistico sapessero scrivere con la lievità, appunto, di Mc Call Smith, ne guadagneremmo tutti in piacere di lettura. Sul principio mi sostiene una bella frase del grande regista Ermanno Olmi: “Non vorrei che la forma prevalesse sulla sostanza, come accade in molte attività umane. Per esempio negli scrittori che fanno letteratura invece che narrare, ahimè!”. McCall Smith narra alla grande e non fa letteratura accademica pur essendo profondamente colto. E’ nato in Africa da famiglia scozzese e poi tornato a Edimburgo dove è stato anche professore di economia all’Università (oltre che appassionato suonatore di controfagotto in una orchestra di dilettanti). Il nuovo romanzo appartiene al primo dei tre cicli narrativi seriali di McCall Smith (la serialità in letteratura non è disdicevole, e va da Simenon a Elena Ferrante; importa verificarne la qualità, appunto). E’ il ciclo africano, con la deliziosa detective nera, grassa e buona, Precious Ramotswe, che ha fondato l’Agenzia investigativa femminile Numero 1 del Botswana (peraltro l’unica) e affronta con cuore e saggezza alcuni nodi delle vite altrui (nessun delitto efferato ma piccoli fastidi, dolori, trame arruffate). Si sorride, ci si commuove. E viene fuori uno splendido paese africano. Si può tranquillamente leggere questo ultimo romanzo ma sarebbe meglio cominciare dal primo, “Le lacrime della giraffa”. In quest’ultima vicenda c’è, fra parecchi altri spunti, l’enigma di una donna che ha perso la memoria e non sa nulla di sé ed è ospitata con generosità da una famiglia, la quale vuole risolvere il mistero. Ma lasciamo al lettore il gusto delle sorprese e ricordiamo piuttosto gli altri due filoni. C’è il ciclo edimburghese della raffinata Isabel Dalhousie, ricca di suo e direttrice di una rivista di filosofia che pochi leggono, la quale mette il naso con intelligente curiosità nelle vicende strane che intercetta intorno a lei. Il terzo ciclo è quello del caseggiato al numero 44 di Scotland Street di Edimburgo, dentro il quale, come appostato da fuori, lo scrittore scruta e quasi spia le vite quotidiane che vi si intrecciano. Ne nascono trame sottili e mescolate, fra perspicacia psicologica e humor anglosassone di finissima fattura. Il bello di questo ultimo romanzo “africano”èche in una pagina interna, all’inizio, i tre filoni vengono presentati con l’elenco cronologico di tutti i romanzi: un catalogo prezioso. Al lettore che voglia cominciare l’avventura di un viaggio divertente e intelligente partendo dall’inizio, non resta che di accomodarsi. Avrà piacere di qualità felicemente assicurato per alcuni mesi.

06dicembre
2019

Graham Greene

Sellerio

“C’è un treno che viaggia e attraversa mezza Europa, su questo treno un’umanità spaventata, insicura, dubbiosa, tragica e dolente. Il paesaggio fuori è invernale, innevato, poca luce quando ce n’è, rigido, freddo, deprimente. I destini dei personaggi si intrecciano fra gli stridori delle rotaie, le fermate nelle stazioni, sembrano tutti correre verso l’iceberg che li attende di lì a qualche anno“. Non si poteva meglio di così sintetizzare subito all’inizio, come lo fa il giallista Antonio Manzini (sì, quello del vicequestore Rocco Schiavone) “Il treno per Istanbul “ di Graham Greene nella bella prefazione alla sua riedizione, appena uscita da Sellerio. L’immagine simbolica dell’iceberg richiama – il romanzo fu scritto nel 1932 – quel che di lì a pochi anni sarebbe capitato in Europa, funestandola. Il treno è il mitico Orient Express, che tanta narrativa ha nutrito, da Agatha Christie fino a Ian Fleming, e corre fra Ostenda, sulla riva belga dell’Atlantico, verso Istanbul, passando da Colonia, Norimberga, Vienna, Belgrado.A bordo del treno ci sono uomini e donne affannati o sfiancati o illusi o calcolatori inseguendo i loro destini. Greene ha allestito in questo romanzo una messa in scena quasi teatrale, un intreccio pieno di sorprese, coincidenze, svolte, mescolando quelle vite individuali dentro il magma del caso, e poi delle astuzie, delle passioni carnali ma anche degli ideali. E così incontriamo la ballerina di varietà , fragile e impaurita dalla vita, che viaggia verso un teatro di Istanbul, la giornalista tenace e appassionata agli scoop ma anche ai suoi amori saffici, e poi un giovane e ricco mercante ebreo che comincia ad annusare nell’ara cupi segnali di antisemitismo, un comunista clandestino che cova un sogno di rivoluzione improbabile, uno scassinatore armato e altri personaggi ancora, alcuni meschini, borghesi egoisti, altri più enigmatici, oppure appena disegnati.Ablissimo è Greene nel fare incrociare i segmenti di queste esistenze, creando un gomitolo di trame fatte apposta per il gusto dei lettori che vogliono storie. Ma, come tutti gli scrittori di razza, Greene sa conferire al romanzo di “intrattenimento” il valore aggiunto di chi sa indagare i grovigli e la drammaticità degli animi, dei destini. Metteteci in più il fascino del viaggio, di queste dimore mobili, vagoni letto e ristoranti pieni di luci che attraversano l’Europa gelida: il paesaggio fuori cambia di continuo ma all’interno i viaggiatori vivono la loro fissa realtà di chiacchiere, sonni agitati nelle cuccette, tintinnare di calici, incontri, seduzioni e diffidenze. Di notte, fuori corre il buio appena trapunto di luci, di giorno vengono incontro alberi, case, pali del telegrafo, città, bufere oblique di neve (come scrive nella postfazione il curatore Domenico Scarpa, il treno di Greene è “simile al movimento di una macchia da presa”). Ci sono anche le soste nelle stazioni – chi sale e chi scende, gli odori di fumo e di caffè – e, sempre, l’affanno di uomini e donne che corrono verso i treni, gli appuntamenti, le attese, le delusioni e gli enigmi del viaggio. Anzi, della vita: di cui il “treno per Istanbul” è metafora.

22novembre
2019

Eshkol Nevo

Neri Pozza

«Questo è il libro più triste che ho scritto, ma anche il più divertente, poiché la malinconia richiama necessariamente l’ironia, per riequilibrare le cose». Così Eshkol Nevo, 48enne scrittore israeliano, sul suo ultimo romanzo appena uscito in italiano da Neri Pozza. Nevo, che avevamo molto, molto apprezzato in "La simmetria dei desideri", "Nostalgia", "Tre piani" e apprezzato (ma soltanto un po’ meno) in “Neuland” e “Soli e perduti”, conferma, nella percezione di lettura, la confessione dell’autore. Infatti "L'ultima intervista" è amaro e tenero, triste e comico, realistico e surreale. Spiazzante rispetto agli altri suoi titoli, il romanzo di Nevo racconta di uno scrittore il quale, rispondendo a una delle solite interviste formali, decide di non recitare le consuete risposte di maniera ma di mettersi a nudo e narrare a spizzichi la sua vita, le sue nevrosi, gli amori, le amicizie, il proprio rapporto con la scrittura, con la sua patria sempre in perenne tensione drammatica. È la vita peronale, privata, a venir fuori, ma come si sa il “privato” esistenziale non può mai sottrarsi al “pubblico”, la vita è sempre un impasto fra un “io” e gli “altri”, fra un individuo e lo sfondo collettivo. Non credo che ci sia troppa autobiografia in questo romanzo (Eshkol Nevo non è “quello scrittore”): e tuttavia se uno scrittore racconta uno scrittore di età e contesto simili ai suoi, qualcosa di suo e di sperimentato dovrà pur passare. Poco importa questo, ai fini del tuffo che il lettore compie immergendosi in questa storia di dubbi, sbagli, innamoramenti, malintesi, desiderio di riscatto sentimentale e vocazione alla scrittura. La formula dell’intervsta permette due approcci. Il primo è quello di una ironica caricatura delle solite domande che i giornalisti fanno agli scrittori (“lei pesca dalla vita reale i suoi personaggi oppure li inventa totalmente?” Quanto c’è di suo nelle sue storie?” O, peggio, quando si ardisce l’intimismo da questionario di Proust: “quand’è l’ultima volta che ha pianto?”. Il scondo approccio permette all’autore di scomporre il romanzo in una serie di quadri-risposta di riflessione in cui lo scrittore (quello inventato) di fatto racconta la propria vita senza darlo a vedere. È un Nevo nuovo e diverso, questo, rispetto agli altri suoi romanzi, i quali poi a dire il vero già si differenziavano ognuno rispetto all’altro, in un continuo cammino espressivo e di contesti. Questa volta l’artificio dell’intervista allo scrittore permette un gioco allusivo e seducente di ambiguità: infatti, se è vero che ogni scrittore inventa e dunque di fatto anche quando sembra dire il vero comunque egli inventa il suo “vero”, allora anche rispondendo a una intervista, per quanto egli mostri di volersi mettere a nudo, noi non sapremo mai fino a dove egli dica la verità oppure faccia ancora lo scrittore: vale a dire inventi. Che fa dunque lo scrittore inventato da Nevo? Racconta anche delle bugie? Pare di sì. E quanto dell’Eshkol Nevo vero sta nello scrittore che lui mette in scena? Domande giustamente irrisolte.

15novembre
2019

Friedrich Dürrenmatt

Adelphi

Ecco una nuova traduzione (opera della svizzera Donata Berra) di uno dei più magistrali romanzi di Friedrich Dürrenmatt (1921-1990), “La promessa”. L’ultima traduzione, ormai classica, era quella proposta da Einaudi, fuori commercio da quando Adelphi ha acquisito i diritti dell’opera omnia di Dürrenmatt e ha cominciato a ritradurne i maggiori titoli. “La promessa” è del 1958 e ha dunque appena compiuto 60 anni. È un “giallo, un poliziesco, dove c’è un delitto, dove si indaga. Ma l’autore nel sottotitolo ha voluto scrivere: “requiem per il romanzo poliziesco”, con una delle sue spiazzanti provocazioni. Nel romanzo (peraltro breve) va in scena non soltanto una trama investigativa ma ci sono anche la vita, il male, gli ingorghi segreti dell'animo umano. E le carte della razionalità scompaginate dal caso. Lo scrittore coglie le ambiguità stesse e l'impotenza di ogni pretesa di indagine che voglia davvero fare giustizia fino in fondo e scoprire il colpevole di un delitto, la verità. Un dirigente a riposo della polizia zurighese racconta a uno scrittore di romanzi polizieschi (il quale ha appena tenuto a Coira una conferenza sul romanzo giallo) la storia di un proprio ex investigatore, uno dei migliori poliziotti che lui abbia mai diretto, il commissario Matthäi, che di fronte a un delitto efferato e all'apparente scoperta del colpevole, si ostina a cercare la "verità vera" e per anni non molla l'osso della sua "promessa": assicurare alla giustizia (ma soprattutto a chi soffre per il tremendo dolore arrecato dal male) il vero colpevole. Ma le cose, nella vita, dice l’ex capo della polizia, non vanno mai come nei romanzi polizieschi... Comunque il commissario Matthäi, seppure di fronte al buio totale delle indagini, non demorde: ha pronunciato la sua “promessa. E se ne imbeve fino a cambiare il proprio passo d’esistenza. Alla fine la realtà dei fatti, l’intelligenza delle intuizioni e la costanza dell’impegno non possono non portare al vero: nei gialli, perlomeno; poi, nella vita, si sa, l’insidia ineffabile del caso non ha nulla a che fare con la logica trama di un romanzo giallo ma spariglia le ipotesi e i tempi contro ogni calcolo delle probabilità. La relatività di ogni costruzione razionale di stampo poliziesco classico (da qui il sottotitolo “requiem per il romanzo poliziesco”) non toglie al libro di Dürrenmatt il fatto incontestabile di essere un grande romanzo giallo. Perfetto negli incastri deduttivi e psicologici degli sviluppi d’azione e di inchiesta, il romanzo evoca, con una prosa secca, osservatrice, razionalmente amara, le atmosfere grigie di fredde lande svizzero tedesche, paesaggi di periferia urbana desolante. E indaga con aspra lucidità i meandri della psiche umana, disvelando il male in azione ma anche la vocazione alla resistenza del bene sotto forma di rispetto morale per la verità. Che poi questa resistenza coincida sempre con uno scontato lieto e giusto fine, resta tutto da vedere.

08novembre
2019

Georges Simenon

Adelphi

Nel 30mo della morte di Georges Simenon (1903-1989) Adelphi manda in libreria la traduzione di un suo romanzo del 1952, teso, persino inquietante per la inesorabile messa in scena di cattiverie nascoste, quasi una parafrasi della famosa “banalità “ del male. Ma con sontuosa potenza di stile. Quando per Simenon si parla dell’aspetto stilistico bisogna riferirsi, insieme alla acuta capacità di sondare nel profondo dei grovigli d’animo delle persone, anche e forse soprattutto alla grande forza delle atmosfere: luoghi, odori, luci. Il tutto tratteggiato con una scrittura che non ha una parola di troppo e non una di meno. Subito un assaggio: due giovani amiche stanno fuggendo in treno a Parigi dalla provincia e si apprestano ad arrivare, un poco impaurite: "Si fece buio ben prima che si avvicinassero a Parigi, e fuori non si vide nient'altro che semafori rossi o bianchi, le luci dei treni che si incrociavano, a volte la costellazione di un villaggio o di una piccola città in cui i lampioni disegnavano la geometria delle strade, più spesso fattorie isolate nella campagna, la luce fioca di una finestra dietro la quale viveva della gente (...), fino a quando non apparvero i grandi edifici scuri della periferia che sembravano incombere sul treno con tutte le loro finestre illuminate (...) Ora il fumo della locomotiva, scorrendo lungo il convoglio, si attaccava ai finestrini, nascondendo a tratti il paesaggio, ma il selciato di un pezzo di strada che erano riuscite a intravedere era bagnato, e sui marciapiedi la gente teneva l'ombrello aperto. La stazione odorava di pioggia e di fuliggine. Le sagome erano più nere che altrove, le persone che si accalcavano verso l'uscita invisibile avevano un'aria miserevole, si muovevano in fretta, con lo sguardo vacuo, come senza meta, spinte da una forza misteriosa". Il grigio della sera, asfalti bagnati e lampioni, l’odore della pioggia. Perfetto. In quanto alla storia, fatta salva la regola di non rivelare lo sviluppo delle trame, basti qui l’avvio: due giovani ragazze, amiche strette ma anche diverse tra di loro e alternanti fra intimità e diffidenze, vanno “ a stagione” a fare le inservienti in una pensione turistica modesta in riva al mare, nella Francia rurale. Sylvie è bella e lo sa, compiaciuta della propria avvenenza, della propria sensualità che eccita gli animi maschili. Marie invece è bruttignaccola, perdipiù visibilmente strabica. Sylvie “alluma” gli uomini e ne approfitta, anzi cova in cuor suo il disegno di usare quel potere erotico e un po’ malefico per cercare di liberarsi dalla povertà e dalla mediocrità sociale da cui proviene. Marie lo intuisce, ne è irritata, restando tuttavia incollata all’amica come una sua coscienza rimproverante. Accadono cose, le due amiche decidono uno strappo e di azzardare il viaggio verso Parigi, verso un futuro. La bravura di Simenon nel narrare l’epopea fosca e femminile di queste due ragazze così diverse e allacciate nonostante tutto, è indiscutibile. Può nondimeno turbare un poco la cupa descrizione di una atona amoralità, nel senso della assenza di ogni pur labile impeto di bene. Quando vuole affondare il bisturi nel male “normale” degli essere umani, Simenon va giù forte. Persino ossessivo.

01novembre
2019

Mario Benedetti

Nottetempo

Nella narrativa sudamericana fioriscono anche nomi diciamo minori rispetto ai “grandi grandi” come Garcia Marquez o Vargas Llosa e altri ancora, ma di nitida, originale forza. E’ il caso di Mario Benedetti, voce notevole di un piccolissimo paese ricco di storia, di carattere e di cultura propria, l’Uruguay. Benedetti, morto dieci anni fa a 89 anni, è un narratore schietto, godibile, pieno di vitalità e di sentimenti e al tempo stesso attento, senza pesantezze, allo sfondo sociale e politico. Merita di essere conosciuto e letto e ha fatto bene l’editore Nottetempo a tradurre parecchi suoi romanzi. Questo, appena edito in Italia, fu scritto a metà degli anni ’90 e racconta la storia di Javier, che per dieci anni, al tempo della dittatura dei militari in Uruguay, era rimasto in esilio, in Spagna. E’ la storia del suo ritorno, come dice il sottotitolo stesso (“il romanzo del ritorno”). Il titolo, “Impalcature”, allude invece ai sostegni eretti attorno alle case in costruzione o in rifacimento, quei tralicci e tavolati che servono per salire e costruire (e dai quali talvolta si può anche malamente cadere). Diciamo che il titolo è metaforico, ecco. Javier dunque torna e trova un paese cambiato. Con timidezza e turbamento contatta a poco a poco i vecchi compagni dell’opposizione, alcuni dei quali fuggiti come lui in esilio ma altri incarcerati e spesso torturati. La dittatura ha lasciato segni di sgomento, paura, sconcerto. Ma la polpa della calda e viva società uruguaiana ha la sua pulsione e questo non è assolutamente un romanzo politico, anche se il male recato dalla dittatura è tutto palesato. E’, soprattutto, un romanzo di vita. Javier è un uomo normale, con la sua intensa avventura sentimentale in Spagna e la sua solitudine del ritorno e poi l’incontro con una donna di forte, bella e ferita femminilità. Lui ha in giro cocci amati o anche difficili di vita familiare (una figlia, una madre, fratello e sorella) e ha nel cuore parecchi amici solidi. Deve ricucire tutto. Mario Benedetti ci diverte, spesso ci commuove, ci rende stupiti per i fiotti di vita, per il carico dei ricordi e la forza della speranza. Le cicatrici lasciate dalla dittatura non sono allegre, molte vite risultano ammaccate ma il sangue vivo del “qui e ora” corre in vene ancora desiderose di giovinezza da recuperare. La modalità delle “impalcature” dei brani diversi tra di loro rende poco unitaria e un po’ disarmonica la narrazione, che ha sprazzi di diversissima fattura, quasi come una cronaca dettata dal battito dell’attualità. Benedetti diverte il lettore, spesso con vis comica palese, talvolta con il racconto delle goffe e intenerite vicende sentimentali e di coscienzae familiari del protagonista. Ma dentro la sua narrazione corre anche la crepa di una sofferenza privata e civile, di una lunga notte che aveva per dieci anni congelato il tempo e i sogni di una generazione. Si riprende a vivere, a incollare i frammenti rotti, a risentire il gusto della vita, ecco la rivoluzione non più tanto ideologica di un gruppo di uomini e di donne che semplicemente credono nell’esistenza e in una sua moralità. Sullo sfondo, una palpitante, bella Montevideo, affacciata sul Rio della Plata.

25ottobre
2019

Daniel Maggetti

Dadò Editore

Un uomo, nel mezzo del cammin di vita sua, fa la spola fra Losanna e le Centovalli, in Ticino, per visitare il vecchio padre contadino ormai malato nella sua camera 112, avvolto nelle nebbie della demenza e ravvicinato al tempo ultimo. In uno dei suoi viaggi di ritorno in treno, il protagonista – con un senso amaro di colpa per provare, assieme al dolore per la fragilità penosa del padre, anche un certo sollievo liberatorio per essersi rituffato nella vita - riflette fra se e rivede, per sprazzi frammentati, la vita del padre. C’è evidentemente dell’autobiografia in questo racconto che mescola memoria di infanzia e di vigore paterno, asprezze di vita contadina e balzi nel presente di malattia. Daniel Maggetti continua a sorprenderci, come fece con il suo ultimo libro e ora con questo, che invece è il suo primo romanzo, pubblicato in francese nel 1997. Daniel Maggetti è infatti uno scrittore provvisto di due lingue madri, quella italiana di nascita e infanzia e quella francese di adozione. Maggetti è nato e cresciuto fino agli studi secondari in Ticino, parlando dialetto a casa, nelle Centovalli, e poi imparando l’italiano a scuola. Per gli studi universitari ha scelto l’università di Losanna, appassionandosi a tal punto alla cultura e alla lingua francesi da diventare – e lo è tuttora - professore di letteratura francese nella stessa università. Se ”La vedova col bambino” (Dadò, 2017)è un romanzo che con libera invenzione si collega a un evento misterioso e banditesco di primo Ottocento nella sua valle ticinese, in questo primo romanzo la valle torna al presente con questo dolore filiale e questa rivisitazione di un “tempo perduto”. Maggetti, che naturalmente parla benissimo l’italiano, non vuole tradurre se stesso ma, coerente con la propria appartenenza espressiva al francese, si fa tradurre (qui da Carmela Rausa, prefazione di Pierre Lepori. Quel che stupisce è il fatto che questo romanzo del 1997 possiede un ardimento stilistico, un impeto espressivo innovatore che lo rendono sorprendente e convincente. In un certo senso più “moderno” di “La vedova col bambino”, di impianto molto più tradizionale. Il metodo di scrittura è quello del flusso narrativo continuo, della elaborazione interiore di tutto lo struggimento personale che nell’animo del protagonista mescola, mentre egli è in viaggio, memoria e presente. Questa colloquialità interiore si dipana per frasi lunghe, incise, ritmi distesi o sincopati. Un bel romanzo, che mette in scena con pathos ma senza sentimentalismi l’inesorabile rovesciamento dei rapporti fra genitori e figli quando i primi diventano fragili e se ne stanno andando. Qui poi c’è anche il passaggio dalla appartenenza contadina del padre alla “vita altra” del figlio, urbana e intellettuale. Daniel Maggetti scrive in francese ma nella sua nuova e cara lingua egli non fa che riandare alla propria radice esistenziale. Infatti i giornali romandi proprio in questi giorni danno notizia dell’uscita dell’ultimo romanzo dell’autore: in francese, egli racconta (molto bene, dicono le recensioni) la storia intensa di una grande figura femminile: la sua nonna centovallina.

18ottobre
2019

Claudio Magris

Garzanti

Cinque racconti di Claudio Magris, una prosa densa, sontuosa, stilisticamente raffinatissima. Una lettura anche difficile, come è giusto per la degustazione di una scrittura intensa, musicale, pensata con l’intelligenza del giudizio e i sensi della memoria. Magris mette in scena la vecchiaia e racconta cinque uomini anziani di testa colta e malinconia in agguato, dal vissuto intenso e anche dolente. Ognuno si sente un poco estraniato da un presente precario, sfilacciato. Il respiro silenzioso della memoria che gonfia i pensieri e mescola le carte del tempo sembra corteggiare la teoria della relatività di Einstein, “il tempo curvo”. Il racconto che dà il titolo al libro è il più difficile, filosofico, allusivo. Gli altri sono più afferrabili ma ovunque serpeggia, ineffabile, l’intreccio di detto e non detto, accaduto o non accaduto. E quante perle dentro i gusci perfetti della scrittura (“invecchiare diviene il simbolo del sopravvivere, grazie… a una tecnica di ritrosia e di ritirata in minimi spazi di libertà vigilata”). La prosa fluisce lenta, avvolta in flutti e spume, come un largo fiume maestoso. L’età anziana delle persone, a dispetto del salutismo e del tardivo giovanilismo d’abito, tecnologie e desideri, comporta inesorabilmente il passo lento, sereno o amaro che sia, verso i bordi della scena, verso le quinte in ombra, oltre la cara luce dei riflettori sul palcoscenico vivente. A parte chi muore giovane perché caro agli dèi, chi ha la fortuna e la fatica di diventare vecchio conosce questo trascolorare dei nitidi profili, delle robuste passioni, del vitalismo. I personaggi anziani di Magris, il quale ha lui stesso appena compiuto gli 80 anni, sono tutti sensibili, complessi, colti: scrittori molto noti o meno noti, un musicista, un uomo ricco e imprenditore. Il loro cammino di vita è giunto all’autunno della malinconia vespertina. Viene in mente la bellissima sintesi fulminante di Leonardo Sciascia nel suo “Il giorno della civetta ( “la lunga memoria e il breve futuro”: fra l’altro, per caso, un perfetto endecasillabo), per dire che c’è un punto della vita in cui il fieno in cascina della memoria è tantissimo mentre poco ancora, fuori, rimarrà erba nuova da tagliare, forse pochissima. E il ricordo di cose lontane si fa struggente e la profezia per il futuro si fa incerta, distaccata. Magris evoca l’estraneità psicologica e anche biologica dell’anziano nei confronti del rumore forte del mondo, dal quale lo separa un velo, una inesistente ma percepita lastra di vetro. Nell’animo dei personaggi canuti di Maris ci sono uno scetticismo dolente, una calma disillusione, un amaro, mite distacco dalle umane e accese baruffe delle ambizioni e delle passioni. Poi però la memoria è labile e ambigua e tuttavia presente ai sensi. E il “rimembrare “ leopardiano prende qui la forma di una narrazione interiore, con pochi dialoghi e molti pensieri. Riassumere qui qualcosa delle labili trame dei racconti significherebbe mancare di rispetto alla grande penna (o tastiera) di Claudio Magris, alla sua sontuosa scrittura allusiva.

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