Circolo dei Libri

Per condividere con altri il gusto della lettura, che per principio è individuale ma poi può anche farsi compagnia.

15febbraio
2019

Antonio Manzini

Sellerio

Se volete leggere questo romanzo giallo dovete prima leggerne altri sette, o quantomeno quello che lo precede, una prima puntata. Ma per affezionarsi davvero allo scorbutico vicequestore Rocco Schiavone (il quale ha anche spopolato sui teleschermi della RAI), inventato dall’ottimo scrittore Antonio Manzini, vale la pena di cominciare dall’inizio, per arrivare bene allenati a quest’ultima vicenda: sarà l’atto conclusivo? Il finale del romanzo, misterioso, persino inquietante e tuttavia aperto in modo enigmatico, lascia spiragli speranzosi… Ecco i titoli, tutti editi da Sellerio: “Pista nera”, “La costola di Adamo”, Non è stagione”, “Era di maggio”, “7.-7-2007”, “Pulvis et umbra” , “Fate il vostro gioco”, che è di fatto la prima parte di quest’ultimo romanzo, “Rien ne va plus” ( non entra nella fila una raccolta di racconti). Il vicequestore Rocco Schiavone è un romano verace spedito a fare il poliziotto nel freddo della Valle D'Aosta e lassù indagatore su delitti e soprattutto su storie e tormenti umani (uno poi, di tormento intimo, ne ha lui, doloroso nella memoria...). Schiavone è aspro di carattere, quasi rognoso, ma uomo vero: un poliziotto che ha cattivissimo carattere perché ha molto carattere. La lettura progressiva aiuta anche a capire quanto la sicurezza di stile e la tensione della narrazione di Manzini siano andate crescendo di romanzo in romanzo. Schiavone, già commissario di polizia a Roma e ora vicequestore, un giorno ha malmenato per bene un giovane e torvo stupratore seriale, troppo protetto dal padre, un politico importante. Uno sdegno comprensibile, quello di Schiavone: ma un poliziotto certe cose non le deve fare. E dunque eccolo allora trasferito per punizione nella questura di Aosta, lontanissima dall’aria romana che sa di scirocco e odori di cucina “de noantri” e abitata da amici veri anche se di dubbia reputazione. Il vicequestore non si rassegna al freddo alpino, contro il quale, testardo, si difende soltanto indossando un loden e calzando scarpe Clarks: rifiuta di convertirsi ai goffi scarponcini impermeabilizzati che usano da quelle parti e così ogni anno ad Aosta riesce a fuori una quindicina di paia di scarpe. Il vicequestore è strano, spesso silenzioso ma quando parla lo fa in modo abbastanza sboccato e manda volentieri a quel paese la gente; fa vita da single introverso anche se assesta qualche zampata arruffata e senza passione ad alcune donne locali. Ma lui sembra anaffettivo. Il fatto è che cova da solo un suo segreto doloroso: nel chiuso del suo squallido appartamentino valdostano spesso dialoga con una donna, Marina, che è assente. Dietro la mancanza letale di quella donna così importante sta un episodio, un mistero che di romanzo in romanzo prende vagamente forma e si svela in “7.07.2007”. Rocco Schiavo è un antipatico che piace, un polizotto onesto che tuttavia non esita a compiere qualche furbata ai margini della legalità. Possiede un fiuto formidabile ed è schifato dalle scoperte del male umano in azione (lui ne sa qualcosa) fra delitti, corruzioni e ipocrisie sociali. Dietro il suo carattere impossibile – spesso da tirare schiaffi – batte un cuore ferito e vero, di forte tempra.

25gennaio
2019

Abraham B. Yehoshua

Einaudi

Nell’ultimo romanzo di Abraham Yehoshua il lettore riscopre subito lo stile inconfondibile e la forza narrativa dello scrittore israeliano, il quale prende di petto, in modo malinconico ma anche divertito, l’avvisaglia di un principio di demenza nel cervello di un autorevole ingegnere settantaduenne in pensione. Zvi Luria, questo il suo nome, si reca dal neurologo con la moglie Dina (una pediatra più giovane di lui e ancora in attività) per avere un responso davanti alle lastre con le risonanze. Il verdetto non lascia dubbi, quella macchiolina strana che appare nella galassia delle immagini del cervello annuncia l’inizio di un appannamento che vuol dire, seppure in tempi che ci si augura lunghi, un cammino lento verso la demenza. I due se ne tornano a casa un po’ sgomenti ma anche realisti e cominciano ad architettare strategie, misure, piccoli provvedimenti, anche perché il dottore ha detto che contro questa realtà dettata da un cervello che si ammala, la mente (volontà, spirito, morale, esercizio) può lottare e ottenere molto. Zvi Luria, che per decenni, quale ingegnere capo delle strade nazionali israeliane aveva progettato autostrade, ponti e gallerie, accetta di tornare ad occuparsi cautamente di progetti igegneristici quale consulente non pagato di un suo giovane successore, come gli ha suggerito la pragmatica moglie Dina. E così nel romanzo si intrecciano due fili narrativi. Da una parte il lettore segue con trepidazione, commozione e compassione ( e un po’ anche divertendosi) i piccoli impacci, le dimenticanze, i timori di questa brutta cosa e parola, la “demenza”, in agguato. Dall’altra c’è anche la perlustrazione, nel deserto del Negev, del tracciato di una progettata strada militare segreta, per la quale l’ingegnere capo in pensione e in pre-demenza viene chiamato a consulto. In quella zona desertica, dentro la vastissima area di un cratere naturale, spunta anche un’altra trama, un po’ misteriosa, che lasciamo al piacere di chi legge. Yehoshua non si smentisce, offrendoci la sua consueta forza espressiva, declinata in uno stile sobrio, attentamente descrittivo della realtà. La sua narrazione afferra anche emotivamente il lettore soprattutto nell’osservazione, intenerita e sensibile, della confusione insorta nel cervello del protagonista. Per il resto, lo scrittore continua a frequentare anche l’approccio simbolico e psicanalitico che avevamo conosciuto nel suoi ultimi romanzi: ed ecco allora che il progetto di una strada segreta di cui si sa dove parte ma non si sa bene dove arriverà e che scopo preciso avrà, può diventare anche la metafora di ogni interiore percorso esistenziale. Ci sono parti più coinvolgenti ed empatiche (scandite da piccoli tocchi di umanissima quotidianità e di bellezza affettiva) e parti più strane, enigmatiche, da leggere in filigrana sovrapposta. E’ bello comunque ritrovare la “razza” di uno scrittore vero. E per chi ha letto e apprezzato l’ultimo romanzo di Yehoshua, “La comparsa”, sarà piacevole re-incontrare, in una “comparsata” a sorpresa, Noga, la suonatrice d’arpa che non voleva diventare madre…

11gennaio
2019

Gaetano Savatteri

Sellerio

Gaetano Savatteri è un giallista che possiede “vis comica” e graffio di satira. Ha inventato un bel personaggio seriale, il giornalista e scrittore sfaccendato e impigrito Saverio Lamanna, siciliano verace con scorribande su al nord (vedi video e recensione su “La fabbrica delle stelle”). Come ogni buon investigatore (suo malgrado) Lamanna ha un suo “secondo”, il ruspante conterraneo Peppe Piccionello (un nome, un programma), personaggio semplicistico con punte di sapienza, ricco di spropositi e ingenue cafonate. Il dialogo fra i due è a dir poco spassoso. Ecco ora un altro romanzo condito di bollicine di humor con filigrana di intelligenza. Kolymbetra è il nome del lussureggiante giardino millenario che sta nella sontuosa valle dei templi di Agrigento. E lì che viene trovato un mattino il corpo di un uomo: “Di sicuro c’è solo che è morto”, ironizza Lamanna. Morto ammazzato. Il morto è, anzi era, un famoso professore di archeologia, che amava “sentire il canto” delle pietre gialle e porose delle maestose rovine agrigentine. Al mistero del delitto si aggiunge quello della scomparsa di alcuni parenti siculi di Piccionello: la trama è tutta da scoprire. Il valore aggiunto della scrittura di Savatteri sta nel piglio divertito, nell’umorismo acceso, nei dialoghi comici. C’è, sottesa, anche un nervatura di rimandi e citazioni che costituisce una specie di gioco ulteriore per il lettore. Il quale può oppure no riconoscere tutti gli indizi (integrati armoniosamente nel testo), dipende dai suoi saperi sedimentati, dall’età, dalle rimembranze scolastiche. Con registri volutamente alti e bassi. A pagina 34 : “A occhi chiusi ancora penso come può uno scoglio arginare il mare, questione tuttora irrisolta dopo mezzo secolo”. Lucio Battisti... Appena più sotto, il rimando è colto, sottile. A Piccionello che gli dice da siciliano esausto: “Sono fatto vecchio”, Lamanna risponde: “E’ vero, siamo vecchi, Chevalley, vecchissimi”. E qui si acciuffa il ricordo del Gattopardo, del quasi monologo in cui il principe Fabrizio spiega al piemontese Chevalley, conquistatore sabaudo ospitato con magnanima accoglienza nella magione gattopardesca, quanto sia antica la stanchezza siciliana… A pagina 73: ”Il navigatore mi conduce giù verso il mare, poi lungo la strada che costeggia la collina dei templi segnata da pini mediterranei in duplice filar, quasi in corsa giganti giovinetti, fino alla rotatoria sotto il Tempio di Giunone”. Per chi ha mandato a memoria a scuola “Davanti San Guido” di Carducci, l’evocazione è facile. Due righe più sotto: “E’ una giornata di sole, la primavera d’intorno brilla nell’aria, stasera arriva Suleima…”. La citazione qui è leopardiana. C’è insomma tutto un gioco di indizi culturali, dal pop alla grande poesia, che intriga il piacere di lettura. Dove si hanno dei vuoti, soccorrono Google e Wikipedia… Affiorano anche pennellate più dense: “All’ombra dei ficus magnolie del bar Patti a Porta di Ponte, all’inizio di via Atenea, da dove prima o poi passano tutti gli agrigentini, c’è fresco e la lentezza di una città antica e decadente: è il bello della provincia meridionale, tutto sembra già avvenuto e passato, sia il meglio che il peggio. E ciò dà un certo conforto”. Savatteri finge di fare il comico ma in realtà è uno scrittore serio.

04gennaio
2019

Maurizio Maggiani

Feltrinelli

Risulta tentatore e furbesco il richiamo dell’ultimo romanzo di Maurizio Maggiani. Già il titolo ha la sua pretesa,con quella parola, “amore”, oggi così abusata ma che resta pur sempre la “grande parola” (“Amor che muove il sole e l’altre stelle”). E poi la copertina, con quel bacio ventoso e rapinoso per strada. La sensazione continua quando si comincia a leggere e ci si imbatte nel protagonista, che viene chiamato ”lo sposo” ( e naturalmente, a specchio, c’è “la sposa”). Ce ne sarebbe abbastanza per fiutare una forzata storia sentimentale. Eppure, procedendo con la lettura, ci si accorge che Maurizio Maggiani è davvero lo scrittore di forte tempra che avevamo conosciuto nei precedenti romanzi. Il racconto è tessuto con una scrittura fluida, fatta di lunghe frasi colloquiali, con risonanze di un ritmo “pensato/parlato”e con la vivida evocazione di ricordi impastati con la fisicità del presente. E una musicalità narrativa, un flusso espressivo. Il tutto per dire la quieta, sicura solidità di un amore, in età abbastanza matura. Sarebbe un amore coniugale ma Maggiani ci tiene a precisare che il suo protagonista non è un marito ma uno sposo. Il marito, sostiene lo scrittore,è uno dei due termini di un rapporto coniugale, magari sfibrato. Lo sposo invece è l’uomo dello “sposalizio”, dell’incontro amoroso per eccellenza, non logorato.La storia ècontenuta nel tempo. Un giorno, un giorno e mezzo di vacanza, di libertà piena, per lo sposo. Il quale decide di usarlo per preparare e offrire alla sua sposa un proprio piatto “forte”: lo stoccafisso. Lo sposo ricorda come, quand’era bambino, lui avesse intuito che il cibo può diventare vero atto d’amore, quasi una incarnazione (“prendete e mangiate, questo è il mio corpo”). Lo scrittore si ricorda di una antica cucina da primi anni Cinquanta, pavimento di pietra, focolare acceso, la figura nera e minuta di una matriarca che religiosamente cuoce dei grandi ravioli fatti da lei e poi porta il grande piatto fumante in tavola e così facendo compie un atto d’amore, una donazione di sé. E lo sposo, da grande, anzi da quasi vecchio, vuole ripetere quell’atto d’amore con il suo stoccafisso per la sposa. E intanto pensa, ricorda gli antichi amorini giovanili (quelli che hanno preceduto l’amore per la sposa) ricapitola, rivive. Al di là del filo della trama questo è un romanzo sull’amore di un uomo per una donna al tempo della maturità, quando le cose sono bene in chiaro e uno sa quello che conta davvero. Maggiani svolge questa ballata amorosa (con tanto di contorno di lontana e un po’ patetica giovinezza rivoluzionaria) con il ritmo di un cantico popolare e raffinato al tempo stesso.

16novembre
2018

Nadia Terranova

Einaudi

(Pierluigi Battista, da “Corriere delle Sera).Non si dà possibilità di superare il lutto se non si dà una degna sepoltura a chi ci ha lasciati. Non ci si affranca da uno stato di dolorosa sospensione, da un vagare tormentoso e irrequieto attorno alle vestigia del passato che non passa mai, fino a che la terra o l’acqua non custodiscano i resti di chi ci ha abbandonato in questo mondo. Ida «sta in mezzo a due terre», da quando era bambina. La sua casa «non è nessuna delle due». C’è la casa che aspetta, nel continente: un marito, una storia senza figli perché da figli si è stati troppo male ed è un cruccio perenne perpetuare la sofferenza in un altro essere umano. E poi, il cuore di questo romanzo, c’è la casa di Messina «che mi dice addio», piena di oggetti che parlano e di cui ci si dovrà disfare. Invece: né qui, né lì, ma dappertutto, davvero dappertutto, nel cuore, nei ricordi, nelle ossessioni, nella vita che rimane, c’è il fantasma inquieto che non avrà pace. L’«addio fantasmi» che compare nel titolo è un’invocazione, una sfida, un’insofferenza. Oppure lo svanire di uno spettro il cui ricordo doloroso avvelena l’esistenza. Ora quel fantasma è lì, in fondo al mare, in uno Stretto che non conosce ponti, nemmeno simbolici. Addio, fantasma del padre che esce di scena, finalmente (…)

A Messina Ida viene chiamata dalla madre che vuole vendere la casa. Deve raccogliere le sue cose, selezionare ciò che deve buttare nella camera che era il suo rifugio quando era ragazza, sorvegliare i lavori sul terrazzo, con un ragazzo greco che le confesserà una storia atroce, ma piena di pathos. Però ogni oggetto, ogni fotografia, ogni frammento, ogni respiro di quella casa racconta di un abbandono, di una disperazione, di un padre che un giorno è sparito nel nulla. È morto? È vivo? (…).

Sono pagine che non inducono alla serenità, queste di Nadia Terranova, ma che caricano i dolori dell’esistenza di risonanze filosofiche sull’assenza, la scomparsa, l’abbandono, la perdita. Non il lutto come normalmente si conosce, un corpo che muore, un funerale, una cerimonia degli addii, un rito funebre: tutti gli atti che scandiscono nel mondo il passaggio di un essere umano da qui all’aldilà. Ma il rimuginare eterno sul «non più». Anzi, non eterno: ma concluso quando una scatola di ferro rosso viene gettata in un meraviglioso stretto di mare. Non la pace interiore raggiunta, perché quella non si raggiunge mai. Ma un ordine ristabilito, la fine di uno smarrimento senza confini. Quando il fantasma, dopo l’addio, esce di scena (p.b.)

02novembre
2018

Anne Tyler

Guanda

Torna in libreria Anne Tyler, 76 anni e 22 romanzi, 10 milioni di copie vendute in tutto il mondo, con assoluto rigore di scrittura. Chi ne ha amato i libri inconfondibili (uno stile minimalista, una attenzione minuziosa per i dettagli, i piccoli scarti di umori, gesti, luci) ritrova il solito “gusto” tyleriano e la sua lezione narrativa: il battito sommesso della quotidianità snoda adagio adagio le enigmatiche piste dei destini e la complessità sfuggente dell’esistenza. Qui, tuttavia, assieme alla conferma di uno smalto ormai classico di scrittura affiorano, da guardare nondimeno con indulgente simpatia, alcune debolezze. La danza dell’orologio, uscito quest’anno in originale e subito tradotto da Guanda, che negli anni è andato pubblicando tutti i romanzi della scrittrice di Baltimora, si costruisce su un ingegno narrativo-temporale. All’inizio scopriamo Willa, Willa Drake, la protagonista del romanzo, nel 1967, quando è una bambina di undici anni, con una sorellina, un padre buono, mite professore con gli occhiali, e una madre difficile, di carattere instabile, in alternanze umorali di affetto e irritazione. Poi, ecco un salto di dieci anni, Willa sta al college e un week end torna a casa per presentare alla famiglia il suo boy friend: imbarazzi, gentilezze, diffidenze, nervosismi. E poi, dopo il 1967 e il 1977, ecco un altro salto, questa volta di vent’anni, nel 1997, e infine un altro balzo di altri vent’anni, siamo al 2017, ai nostri giorni (e qui si tace sul cammino della trama, come sempre). Si capisce bene quindi come Willa sia inquadrata e quasi sorpresa dalla narrazione di Tyler in fasi della sua vita, quasi come affondi di un assaggiatore esistenziale. E allora si compie una commistione singolare di narrazione: i piccoli gesti, gli umori, i dialoghi, il sapore dei minimi riti della quotidianità in presa diretta si sommano adagio e alla fine vanno a comporre il quadro complessivo di una esistenza, con i suoi snodi ed epiloghi ma anche con i suoi enigmi irrisolti. Qui voglio solo dire che Willa, sin da bambina e poi da grande, conduce una vita in sommessa, fiduciosa accettazione di quello che le pare che gli altri vogliono da lei: si rimette a un compito affettivo, femminile. Poi però la vita, quando meno te l’aspetti, apre squarci, spiragli inattesi di accadimenti, e Willa guarda, si sorprende, azzarda, forse cambia. Di grandissima abilità, nel romanzo, è il passaggio da un brusio narrativo di “bassa cottura”, minimalista appunto, a improvvise accelerazioni quasi da “suspense”. La classe non è acqua, come si usa dire. Questa volta però in alcuni punti del romanzo affiora la tentazione (o la cosa è voluta? Se sì, appare forzata) di un bozzettismo di vita provinciale di quartiere, con la sua generosa razione di tipologie marginali, diverse, buone, a fronte della controparte “middle class” digitale e stressata e alienata. Che l’età abbia portato ad Anne Tyler un’ondata di tenerezza solidale? Sarebbe un bene per lei, per questa autrice così intensa e originale, un po’ meno per la lucidità anche un po’ misteriosa, amara e enigmatica della sua scrittura, cui lei ci aveva abituati, se non in tutti, in alcuni suoi memorabili romanzi. Ma Tyler resta Tyler, anche questo romanzo, come tutti ambientato nella placida realtà suburbana di Baltimora, va letto. E gustato.

12ottobre
2018

Richard Ford

Feltrinelli

Un uomo, divorziato, risposato, pensionato, ammaccato da malanni, verso i settant’anni vede un uragano abbattersi sulla costa di mare americano dove un tempo ha abitato felice. La rovina di case e luoghi è come un avvertimento, uno sgomento, un invito a ripensare la propria vita, i propri rapporti. Lui è amaro, incasinato, ha molta storia alle spalle, affetti difficili ma anche qualcuno vero… Cosi si potrebbe tentare una sintesi dell’ultimo romanzo di Richard Ford, 74 anni, uno dei maggiori scrittori statunitensi, di oggi. Ford è un po’ un Philip Roth alla sua maniera: ironico, disilluso, qua e là feroce, incerto sui valori veri e su quelli fasulli, infine per fortuna provvisto di un tocco di residua, compassionevole umanità. Nel frattempo è uscito anche un libro di narrazione ma che non è un romanzo bensì una rievocazione autobiografica dei propri genitori(“Tra loro”: video e recensione nel nostro sito). Ma “Tutto potrebbe andare molto peggio” è di fatto il più recente (e si spera non l’ultimo) romanzo di Ford e compone la quadrilogia avente quale protagonista Frank Bascombe (il primo, “Sportswriter” era uscito trent’anni fa, sono seguiti “Il giorno dell’indipendenza” e “Lo stato delle cose”. Ci sono poi altri suoi titoli, il più celebre dei quali resta “Canada”). Frank Bascombe, come abbiamo detto, viene colto questa volta nello scricchiolare malinconico e umorale di corpo e anima, sul far della sera della vita, quando l’uragano diventa occasione e simbolo di rivisitazione di una esistenza senza troppa gloria, un po’ tormentata e un po’ fiacca, non priva di slanci e di delusioni. La vita, insomma. Bascombe riflette sul vivere e il morire, sulla malattia e la decadenza del corpo. Quando il fieno in cascina degli anni è tanto, per forza di cose tutta quella memoria contiene anche pagine difficili, ammaccature anche pesanti. Il tempo crea piccoli disfacimenti, talvolta drammi seri. Come la perdita per malattia del figlio Teddy, o il rapporto non facile, intermittente, con due figli adulti, che vivono lontano. Frank, accasato con una nuova donna, torna a far visita, con qualche regolarità, all’ex moglie Anne (con la quale ha concepito e avuto il figliolo morto) la quale, in una casa di riposo elegante e agghiacciante, è malata del morbo di Parkinson: la vita davvero non riluce qui di grande brillantezza, per il povero Bascombe. Per fortuna da qualche incontro umano sprizza ancora, in modo flebile, una scintilla buona. Che sia questo tutto ciò cui possiamo ambire, nei tempi supplementari dell’esistenza? Poi c’è il tempo, il tempo che passa e lenisce. Riflette Frank Bascombe: “Una ferita che non senti non è una ferita. Il tempo aggiusta le cose, quasi sempre”. La scrittura di Ford è amara e comica, accesa, irrispettosa, ilare e drammatica, nitida nelle descrizioni di umanità e luoghi.


20luglio
2018

Fernando Aramburu

Guanda

Uscito nel 2016 in Spagna (subito un enorme successo), tradotto in molte lingue e ora in italiano da Guanda, “Patria” di Fernando Aramburu è uno di quei libri che abbracciano il pubblico dei lettori e convincono la critica letteraria: un en plein che succede raramente. “Patria” si legge quasi correndo, conquistati e commossi, trascinati dentro una storia vivida di persone alle prese con le speranze, i rovesci, la normalità quotidiana, le impennate del destino e di una drammatica tensione civile e sociale. I protagonisti di questa storia avvincente, che non concede tregua d’attenzione, sono i membri di due famiglie: padri, madri, figli dentro la vita locale, minuta, di un piccolo paese basco. Ma intorno respira uno sfondo, reale e drammatico, complesso e talvolta fatale. Come accade sempre in letteratura, e nella vita, nessuna trama privata (sentimenti, innamoramenti, rapporti generazionali) può muoversi senza risentire dello sfondo sociale e culturale, della storia grande e minuta che accade, del respiro dei tempi e del tempo. Questa volta siamo in terra basca, dalle parti di San Sebastian, anni Ottanta e seguenti. La lotta indipendentista del separatismo si incarna anche nella violenza del terrorismo dell’ETA. In questi rivolgimenti di ideali e di lotta, di fierezza etnica e di ribellismo rivoluzionario, vengono trascinati i destini di quelle due famiglie, strettamente legate fra loro, amiche da sempre, intrecciate in saldi rapporti affettivi. Eppure la lama dell’ideologia e dell’assolutismo, della lotta oltranzista e del terrorismo taglia il tessuto buono di quella pacifica quotidianità. Una intera comunità viene lacerata dalla contaminazione politica. Saltano rapporti di lealtà, amicizie. Il tremendo assioma per cui “il fine giustifica i mezzi” colpisce gente pacifica, seduce giovani dal cuore acceso e ingenuo, avvelena l’aria morale di un paese. Ma non si spaventi chi teme un romanzone sociale, morale e didascalico. Macché. Qui si leggono vicende private, personali, tenerissime o drammatiche, declinate secondo il solito battito dell’esistenza: vite domestiche, madri che preparano le cene e trepidano per i figli, rapporti coniugali annosi, affaticati ma profondi, innamoramenti giovanili disordinati, fallimenti sentimentali. L’imprevisto irrompere di un dramma civile (non sto a dire nulla della trama: basti dire che un attentato terroristico uccide un uomo, e la scia emotiva di quel fatto è enorme) sconvolge ma non sommerge quel flusso di esistenze tra loro intrecciate. L’espediente narrativo di Aramburu è abbastanza eccezionale: egli mescola i tempi, corre avanti e indietro negli anni, dando la sensazione che tutto ciò che è accaduto può essere poi ripensato e narrato come un fatale, o inesorabile intreccio di destini dentro il filo del tempo. Lo stile è diretto, incalzante, con continue mescolanze colloquiali fra terza persona e prima persona armoniosamente intrecciate, una prosa quasi sensitiva, molto parlata, trepida, emotiva. Si possono trarre lezioni civili e morali, da questo romanzo (come da tutti i grandi romanzi). Ma lo si può soprattutto godere, scoprendo la ricchezza di personaggi ai quali, come succede nei grandi libri, ci si affeziona moltissimo. Nella narrazione di Aramburu affiorano molte parole lasciate in lingua basca, con la loro secca spigolosità musicale: il lettore non si preoccupi, alla fine del libro c’è un ricco glossario a sua disposizione che gli servirà per entrare in atmosfera; poi camminerà da solo.

06luglio
2018

Javier Marìas

Einaudi

E’ l'ultimo romanzo di Javier Marìas, 67 anni, importante e forte autore spagnolo. Claudio Magirs ha definito “un capolavoro” questo romanzo. Che è davvero bello, intenso, leggibile su più piani, fra realismo concreto e appassionante e una sottile simbologia allusiva che parla del tempo che passa e sfugge, della vita che accade, ineffabile, delle lontananze e delle vicinanze, dell’ambiguità di un “io” frantumato, diviso… E’ di fatto un doppio genere: storia sentimentale e spy story, fra Spagna e Inghilterra, fra Madrid e Londra. Ricorda il miglior John Le Carré , qua e là addirittura superandolo. Protagonisti due personaggi: il primo, che dà il titolo al romanzo, è una donna, Berta Isla, figura femminile forte, fedele, intelligente, alle prese con un destino non facile, trascinata dentro un lunghissimo tempo di attesa e di struggimento impotente e tuttavia legata sempre alla radice di un amore . E poi c’è il il suo uomo, a sua volta scaraventato dal destino e dall’imprevisto dentro una storia aggrovigliata e clandestina, nei fitti misteri della vita parallela dei servizi segreti, dove tutto quello che accade, di fatto non accade…. Doppia vita, doppia o plurima identità, “io” e coscienza separati, re-incollati. Marìas racconta questa densa e a tratti appassionante, addirittura struggente vicenda con una narrazione forte, vitale, in presa diretta ma anche con incursioni fra passato e presente, e poi affondi di riflessione alta. Ogni accenno alla trama toglierebbe tensione e fascino alla lettura di questo romanzo, che è davvero un’avventura avvolgente. Di Marìas Einaudi ha pubblicato negli anni anche altri importanti romanzi, fra cui “Domani nella battaglia pensa a me”, la trilogia “Il tuo volto domani” (in cui appaiono anche alcuni personaggi che si ritrovano in quest’ultimo libro che qui presentiamo), “Innamoramenti”.

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