Circolo dei Libri

Per condividere con altri il gusto della lettura, che per principio è individuale ma poi può anche farsi compagnia.

01dicembre
2017

Fabio Genovesi

Mondadori

Fabio Genovesi, scrittore toscano dalla prosa colloquiale, simpatica, colorata, si affida nel suo nuovo romanzo alla memoria della propria infanzia. Fabio è un bambino sensibile, singolare, diciamo pure strano. Ama raccontare storie perché ha udito molte storie. Ha il dono dell’affabulatore. Vive in una tribù familiare in Versilia, a due passi dal mare, nei primi anni ’80, quando l’Italia vinceva i mondiali di Spagna e dalle radio uscivano le canzoni di Julio Iglesias. E’ l’unico ragazzino del gruppo di consanguinei, tutti raccolti in un quartiere di campi, orti e case, appartato, chiamato Villaggio Mancini dal cognome del casato. Fabio ha una decina di nonni, non solo quattro come gli altri bambini: il fatto è che i molti fratelli di suo nonno sono rimasti scapoli, tutti. Morto il nonno vero, loro, che di fatto sono soltanto prozii, dicono a Fabio che loro sono i nonni suoi e lo adottano come amato nipotino, al quale insegnano a cacciare, a pescare, a bighellonare. E gli raccontano storie strane e balzane, strambe. Fabio sta molto con loro e poco con i compagni di scuola, di cui ignora i giochi e anche le malizie. Lui ama le storie, s’è detto. Al punto che quando l’unico televisore “del villaggio Mancini” si guasta (è quello della nonna vedova, che è la vera capa della famiglia) il parentado riunito mette Fabio seduto sul mobile del televisore, gambette a penzoloni, e gli dice di raccontare le sue storie. E lui si lancia, rievoca, ripete, inventa, colora. Fabio ama il suo papà, idraulico tuttofare, uomo silenzioso che assomiglia sputato al cantante Little Tony (forse è lui, sotto mentite spoglie). Il papà gli insegna a nuotare, ma non nell’acqua dove si tocca. No, più al largo, nel mare aperto, dove non si tocca e si ha il terrore di affondare. E così che si imparano le cose della vita, è così che quando ci sembra di sprofondare e perdersi, di non stare a galla, poi di colpo ce la facciamo, resistiamo, abbiamo imparato. Fabio è ingenuo, tardivo rispetto ai compagni nello scoprire le asprezze della vita e anche le prime pulsioni sessuali. E’ goffo, spesso candido. Ma possiede anche la geniale intuizione, che hanno certi bimbi, della traccia del bene e del male, del segno di una moralità autentica di cui ha il presentimento. Conosce l’incanto della meraviglia e la disillusione, la malinconia e i gonfi palpiti dell’affetto per il papà, per la mamma che cerca di risparmiargli, modificando un poco la verità, i gusti amari della vita. Quanto sia affabulatore anche il Fabio adulto –lo scrittore– lo scopriamo nella immaginazione vivida, con botti clamorosi e ilari o grotteschi o quasi surreali, da “realismo magico” sudamericano traslocato in Versilia, della sua narrazione, in una avvolgente tessitura di avvenimenti stupefacenti, sorprese, allegrie, esagerazioni. Il tutto nella scia picaresca dei ricordi (e della bufale) che i quasi nonni raccontano con dovizia carnosa di dettagli. Accadono cose divertenti e pasticciate (esilarante la costruzione del magnifico presepe nella chiesa da parte di tutta la comunità), fra tenerezza e comicità, piccoli dolori e sofferenza, cuori buoni in azione. Fabio si innamora anche di una strana ragazzina vestita da coccinella (“vado sempre in giro vestita così”, gli dice puntuta la ragazza, “salvo che a carnevale”). La prosa di Genovesi è scoppiettante, colloquiale, complice con il lettore, comica e commovente, piena di scintille orali e di riflessioni infantili ingenue e al tempo stesso profondissime. Nei tocchi di meraviglia, tristezza, incanto, curiosità e candore del ragazzino Fabio ritroviamo i tocchi della nostra infanzia. Un romanzo bello, che seduce. Che dà respiro al bene, seppure con qualche tentazione buonista. Ma raccontare il male è più facile, certe ferite brutte attirano da sole, raccontare il bene scansando la retorica è più difficile. Ecco, Fabio Genovesi, narrando l'infanzia di un ragazzino vivo e vero (lui stesso) ha raccontato bene il bene.

24novembre
2017

Antonio Manzini

Sellerio​

"Quando un solo cane si mette ad abbaiare a un'ombra, diecimila cani ne fanno una realtà" (Cioran). Questa frase è stata scelta quale introduzione da Antonio Manzini per il suo nuovo romanzo "Pulvis et umbra" (un titolo in latino, "polvere e ombra": bello), in cui ricompare il vicequestore Rocco Schiavone, romano spedito a fare il poliziotto nel freddo della Valle D'Aosta per una specie di punizione e lassù indagatore su delitti e soprattutto su storie e tormenti umani (uno poi, di tormento intimo, ne ha lui, doloroso nella memoria...). Schiavone è aspro di carattere, quasi rognoso, ma uomo vero. In questo ultimo romanzo ha a che fare con un doppio enigma da indagare, in valle d'Aosta e a Roma. E c'è ombra, e c'è polvere, metaforicamente. Conviene però, se si vuole conoscere il percorso esistenziale di questo vicequestore sbattuto dagli amati tepori romani su nelle fredde montagne valdostane a scontare un eccesso di generosa e illecita rabbia, cominciare dall’inizio. Infatti le avventure di Rocco Schiavone, poliziotto che ha cattivssimo carattere perché ha molto carattere, hanno una loro evoluzione da romanzo in romanzo. Sarebbe peccato, per chi ama i gialli (quelli di qualità, intendo: degli altri non curiamoci) entrare a metà nel cammino di vita di quest’uomo preso da inchieste poliziesche e da privati incubi di dolorosa nostalgia. E dunque ecco l’elenco cronologico dei libri, tutti editi da Sellerio, con cui chi ancora non conosce Schiavone scoprirà uno dei più riusciti personaggi (stliisticamente, nella sostanza e nella piacevolezza di lettura) del fin troppo affollato genere del poliziesco: “Pista nera”, “La costola di Adamo”, “Non è stagione”, “Era di maggio”, “7.07.2007”, “Pulvis et umbra”. A parte, “Cinque indagini romane per Rocco Schiavone”. La lettura progressiva aiuta anche a capire quanto la sicurezza di stile e la tensione del racconto siano andate crescendo di romanzo in romanzo (con una lieve diminuzione in “Era di maggio”, forse troppo abitato da episodi e personaggi). Rocco Schiavone, già commissario di polizia a Roma e ora vicequestore, un giorno ha malmenato per bene un giovane e torvo stupratore seriale, troppo protetto dal padre, un politico importante. Uno sdegno comprensibile, quello di Schiavone: ma un poliziotto certe cose non le deve fare. E dunque eccolo allora trasferito per punizione nella questura di Aosta, lontanissima dall’aria romana che sa di scirocco e odori di cucina verace e abitata da amici veri anche se di dubbia reputazione. Schiavone non si rassegna al freddo alpino, contro il quale, testardo, si difende soltanto indossando un loden e calzando scarpe Clarks: rifiuta di convertirsi ai goffi scarponcini impermeabilizzati che usano da quelle parti e così in meno di un anno ad Aosta ha gia’ fatto fuori una decina di paia di scarpe. Il vicequestore è strano, spesso silenzioso ma quando parla parla abbastanza sboccato e manda volentieri a quel paese la gente; fa vita da single introverso anche se assesta quache zampata arruffata e senza passione ad alcune donne locali provviste di bellezza e desiderio. Ma lui sembra anaffettivo. Il fatto è che cova da solo un suo segreto doloroso: nel chiuso del suo squallido appartamentino valdostano spesso dialoga con una donna, Marina, che è assente. Dietro la mancanza letale di quella donna così importante sta un episodio, un mistero che di romanzo in romanzo prende vagamente forma e si svela in “7.07.2007”. Diciamolo: Rocco Schiavo è un antpatico che piace, un polizotto onesto che tuttavia non esita a a compiere qualche furbata ai margini della legalità. Possiede un fiuto formidabile ed è schifato dalle scoperte del male umano in azione (lui ne sa qualcosa) fra delitti, corruzioni e ipocrisie sociali. Dietro il suo carattere impossibile – spesso da tirare schiaffi – batte un cuore ferito e vero, di forte tempra.

17novembre
2017

Giorgio Montefoschi

Mondadori

Il nuovo romanzo di Giorgio Montefoschi (“Il corpo”, Mondadori) riporta in libreria uno scrittore molto letto e molto fedele a una sua personalissima cifra narrativa. Parlando di lui, ripeterò cose già espresse perché l’autore le richiama. Giorgio Montefoschi divide: può piacere o non piacere, può intrigare oppure persino rendere diffidente o restìo il lettore che non voglia abbandonarsi alla modalità originale, riconoscibile, della sua scrittura. Io trovo che ci sia in essa un magnetismo avvolgente, quasi una musicalità morbida, fatta di motivi ripetuti, brevi passaggi e raccordi insistiti dentro un realismo puntiglioso di dettagli. Un vezzo singolare della sua prosa precisa è quello di darci tutti i dati topografici di ogni scena, in una minuziosa cadenza che si trasforma in un sottofondo melodico per la scansione dei gesti e dei dialoghi: di ogni spostamento dei protagonisti sappiamo gli orari, spesso addirittura le date, le strade percorse, gli angoli di vie e di piazze, i colori del cielo, la corsa delle nuvole, e poi i bar, i chioschi, i luoghi e gli interni delle case signorili dentro una Roma borghese (o talvolta, in questo e in un altro romanzo anche sulle montagne del Trentino). Sappiamo tutto, dei fondali narrativi: le luci soffuse e arancioni dei lampioni nel crepuscolo, i colori delle stagioni e la geografia cirostanziata dei quartieri ricchi e placidi, con tutta la nomenclatura precisa di strade e piazze e luoghi. In quello scenario dettagliato (volutamente ripetitivo: certi spostamenti abituali sono ridetti decine di volte creando una familiarità complice di gesti quotidiani). Anche i pranzi, le cene, le colazioni, i cibi, le bevande, sono descritti in un loro realismo minuto (stavolta si fa molto posto ai buoni vini e soprattutto alle marche giuste di whiskey…). Montefoschi, che ricorda per certi versi l’intimismo scabro di un Cassola, non dà corda ad enfasi o a colpi drammatici di trama ma è piuttosto il narratore quieto, in presa diretta, di una quotidianità minima che a colpi di dettagli, odori, suoni, voci, dialoghi, sentimenti, giorni, anni, scandisce il tempo. La vita. Può piacere o non piacere, Montefoschi. A me piace. In questo romanzo i protagonisti sono due fratelli adulti, maturi: anzi, il vero protagonista è Giovanni, il quale ha passato la sessantina. Avvocato importante, è sposato da molto tempo con una moglie sicura, attenta, trepida: un matrimonio quieto, con le sue ritualità ormai felpate. Hanno un figlio, sposato, sono già nonni. Andrea invece è un giornalista culturale più ansioso, spesso tormentato. Ha una relazione conn una donna di parecchi anni più giovane, provvista di bellezza e sensualità. La trama, nella sua normale quotidianità di borghesi colti e moderati, la lascio come sempre al gusto del lettore. Anticipo che Giovanni, giunto ormai al bordo delle stagioni ultime della vita (dopo i sessanta il tempo si fa implacabilmente breve) e con qualche preoccupazione cardiaca, forse per tentare di sospendere la caducità annunciata cade nella tensione e nel tormento di un innamoramento per la compagna del fratello… Questa botta di vitalismo violento e doloroso viene accentuata, per Giovanni. dalla malinconica persuasione che il tempo dell’allegrezza vitale sta per finire. Il “ corpo” del titolo è qello sensuale e vitale di Ilaria ma è anche quello quello fragile, vulnerabile di Giovanni, assediato dall’infarto in agguato e dlalla precarietà delle vacchiaia in agguato. La storia ha la sua drammaturgia che si sviluppa nel tempo, con ma qui voglio dire che in questo romanzo Montefoschi, come in altri ma ancora di più, traccia un ritratto intenerito e anche impietoso di una generazione borghese e estenuata, nata nel boom speranzoso del dopoguerra e affaticata da questi tempi slabbrati, vaghi. Ha piu mordente morale, paradossalmente, la generazione del figlio e della nuora del protagonista, più vitalistici. Un bel romanzo, di aura malinconica, che non fa sconti ai limiti esistenziali di un ceto borghese abitudinario e disilluso.

27ottobre
2017

Elizabeth Strout

Einaudi

Non è che in “Tutto è possibile” di Elizabeth Strout non succeda niente. Anzi, succedono cose, cose della vita, strappi, dolori, disillusioni, colpi anche duri del destino, quiete riconciliazioni. Ma succede, soprattutto, la vita stessa, con i suoi piccoli accadimenti che nondimeno investono e plasmano e mutano e feriscono oppure consolano le esistenze private. Nel tessere questo filo che a poco a poco trama le vite è bravissima Elizabeth Strout, scrittrice statunitense che il pubblico di lingua italiana ha cominciato a conoscere e ad apprezzare con “Olive Kitteridge” (premio Pulitzer 2009), dal qual è stata tratta una fortunata serie televisiva di qualità. Prima di allora Strout aveva pubblicato (tradotto anche in italiano: da leggere) “Amy e Isabelle”. Dopo “Olive Kitteridge” seguirono “Resta con me “ e “I ragazzi Burgess”. Un anno fa uscì, sempre da Einaudi, “Mi chiamo Lucy Barton” (che qui presentammo). Bello, intenso. Vi si narravano, con un andirivieni ben modulato fra presente e passato, sprazzi di vita di Lucy Barton, appunto, che aveva auto una infanzia un po’ difficile, strana, nel cuore dell’America profonda e rurale, prima di approdare a New York, dove diventerà una scrittrice. Allora, in filigrana, conoscemmo parecchio della vita di Lucy e, di rimando, del suo mondo provinciale da cui era partita (fuggita?). Adesso è appena uscito questo nuovo romanzo, “Tutto è possibile”, che in qualche modo è la continuazione dell’altro. C’è ancora Lucy Barton, questa volta evocata (dapprima) da lontano: morti il padre e la madre, i fratelli rimasti al “paese” non vedono Lucy da anni ma sanno che lei è diventata una scrittrice affermata. Un giorno appare, nella vetrina dell’unica libreria della cittadina, l’ultimo suo libro, dove lei racconta cose di lì, delle sue radici. E i fratelli e le persone che hanno conosciuto Lucy in gioventù si ritrovano un poco, riannodano storie, avvenimenti, ferite, incontri. e f Queste tipiche saghe personali e familiari si intrecciano nel flusso narrativo di Elizabeth Strout, la quale racconta le “storie di vita” di uomini e donne (mariti e mogli, padri e madri, figli e figlie, gente) sgranate lungo il corso degli anni, che lasciano i loro segni e i loro rimpianti e riaccendono memorie. Un giorno poi la stessa Lucy Barton torna a casa per una toccata e fuga, rivede i luoghi, i fratelli. Ma il tempo non torna mai indietro, il presente è sempre diverso rispetto a un “allora” da rielaborare. E, come dice un bel titolo di Gianrico Carofiglio, si sa che “il passato è una terra straniera”. Elizabeth Strout si conferma narratrice di scrittura densa, avvolgente. Si appassiona alle vite degli altri, le fruga, le racconta, le distende lungo il flusso del tempo. Talvolta le mescola, come già era accaduto con “Olive Kitterdige”. Lo sfondo di queste storie è un paesaggio piatto e rurale del Midwest americano, con ampie, sconfinate distese di campi di soia e di mais, le sue luci crudi o dolci nei cieli alti dei giorni afosi d’estate o freddi d’inverno. I personaggi vengono seguiti spesso quasi con una attenzione da telecamera: “ Patty stava viaggiando con l’aria condizionata accesa al massimo; i chili di troppo le facevano sentire il caldo facilmente, e comunque era già fine maggio e la giornata era bella – lo dicevano tutti quanti, ma che bella giornata, oggi – anche se per Patty voleva dire troppo calda. Costeggiò un campo di mais alto solo qualche centimetro e uno di soia verdissima appena spuntata dal terreno. Poi attraversò il centro e seguì la strada che girava attorno a certe case fiancheggiate da esplosioni di peonie – Patty adorava le peonie – e poi la scuola presso la quale lavorava come tutor psicologico del liceo. Parcheggiò e si diede un’occhiata al rossetto nel retrovisore, si aggiustò i capelli con la mano e infine uscì faticosamente dalla macchina”. Presa diretta, come si vede.

04agosto
2017

Deborah Lévy-Bertherat

Einaudi

Ecco un romanzo francese provvisto di lievità e gravità al tempo stesso. Ci sono dei misteri, degli enigmi legati a un personaggio intenso ma sfuggente, c’è in sottofondo la lontana ferita non cicatrizzata degli ebrei perseguitati (in questo caso in Francia) negli anni della Guerra. E c’è l’ariosa curiosità di una giovane donna d’oggi che ha voglia di vivere ma anche di sapere. La trama, svelta e densa, viene raccontata con grande delicatezza e grazia, senza cupezza ma con i rintocchi della nostalgia, dello struggimento per un passato doloroso pur dentro la letizia del tempo nuovo, presente. “I viaggi di Daniel Asher” ,appena tradotto da Einaudi, è il primo romanzo di Déborah Lévy-Bertherat , docente di letteratura comparata all’Ecole Nationale Supérieure di Parigi e traduttrice dal russo, che porta nel suo nome la radice della propria ebraicità. Il suo romanzo è costruito come un mistero, un’indagine, un percorso dell’anima sia nel presente, sia nel passato. Il presente è quello di una giovane studentessa di archeologia che dalla provincia si trasferisce a Parigi, di un ragazzo che le piace, della sua curiosità per i segreti di un prozio giramondo. Il passato si presenta come una archeologia in due sensi: quella sperimentata con gli scavi sul terreno dalla studentessa e l’archeologia della memoria alla ricerca di brandelli di storia (piena di zone d’ombra) della propria famiglia. Spicca la figura del prozio Daniel, fratello della nonna ma forse provvisto di una sua identità più recondita, nascosta, forse drammatica. Il racconto è ben congegnato, con qualche rimando quasi favolistico. L’autrice sa esplorare con grande finezza espressiva le ferite di una storia familiare e civile (il dramma degli ebrei francesi negli anni ’40) e al tempo stesso sa dare il respiro vitalistico e aggraziato lieve di una giovane studentessa che sbarca a Parigi iena di stupore per la città e per l’esistenza. E scopre che la memoria può essere labile, immaginosa, ambigua, rivelatrice e depistatrice. L’intreccio è palpitante: una detective story dell’anima e della memoria, con l’innesto anche della componete dell’invenzione letteraria: c’è uno scrittore che sotto pseudonimo manda “messaggi in bottiglia” dentro le trame dei suoi libri d’avventura per ragazzi. A colpire, di questo romanzo, è soprattutto lo stile fresco, minuzioso, pulito: una limpidezza che sa dire la grazia del presente e l’ineluttabile morso del passato.


21luglio
2017

Tchingis Aitmatov

Marcos y Marcos

Ecco un racconto esile, struggente, sensibile come una musica delicata: una storia d’amore nella steppa. Marcos y Marcos, nelle raffinate edizioni tascabili miniMARCOS, ha ripubblicato un romanzo che compie 60 anni: “Melodia della terra (Giamilja il titolo originale in russo, usato anche per la prima edizione italiana di anni fa e messo ora come sottotitolo). Un racconto intenso, dipinto con i colori forti di un post-romanticismo trasmigrato nella steppa kirgisa della Russia asiatica in epoca sovietica. Di questo libro Louis Aragon scrisse che “è la più bella storia d’amore del mondo”. Giamilja è una ragazza della Kirghisia, sposata in fretta da pochi mesi a un giovane che è dovuto partire soldato in guerra contro i tedeschi. Vive dentro un complesso di dimore contadine assieme ai suoceri e ai parenti, in attesa del ritorno del marito e degli altri giovanotti sotto le armi. Giamilja è vivace, diligente, delicatamente ribelle e orgogliosa, bella. Arriva al villaggio, reduce dal fronte e zoppicante per una ferita di guerra, Danijar, giovane silenzioso, malinconico, strano, che sembra portare nel cuore una nostalgia segreta, un suo rovello. La dolcezza d’amore (insidia, languore, tentazione, richiamo?) è in agguato… La trama ha il suo percorso, appassionato e incantato, soprattutto se visto dagli occhi del ragazzo narratore, cognato adolescente di Giamilja e inconsciamente innamorato pure lui della ragazza. Sontuoso il paesaggio kirghiso, con le sue luci di tramonti infuocati e albe fresche, l’orizzonte ondulato di colline remote, la polvere e la vastità sacrale della steppa. Aitmatov, di cui è più noto il capolavoro “Il battello bianco” (Mondadori), morto a 80 anni nel 2008, è scrittore di grande forza, tutto proteso al canto della sua terra antica e carica di bellezza sua, indomita: di cultura islamica e rurale, ha saputo mantenersi una fisonomia propria nonostante l’arrivo del potere sovietico. Pacifista ed ecologista in anticipo sui tempi, riuscì ad avere un rapporto di tranquilla convivenza con il governo sovietico (presiedette anche, ai tempi del disgelo, l’Accademia sovietica degli scrittori) forse perché di fatto fu sempre il cantore della ricchezza lirica della sua terra e dei trasalimenti interiori dei sentimenti, senza affondi di critica politica. Questo libretto, ha ragione Aragon, è una bellissima storia d’amore.

14luglio
2017

Teresa Ciabatti

Mondadori

Data per favorita e classificatasi al secondo posto al premio Strega 2017 dietro a Paolo Cognetti (i due hanno surclassato gli altri scrittori della cinquina) Teresa Ciabatti sorprende e intriga con il suo romanzo “La più amata” (Mondadori). Si può restare un po’ sconcertati, di fronte alla spregiudicata rivelazione dei privatissimi segreti di famiglia dell’autrice, ma si è anche conquistati dalla sua scrittura nervosa, chiara, quasi complice con il lettore. Fa i conti con la propria infanzia vera, e lo fa in modo spregiudicato e urticante, Teresa Ciabatti, scrittrice irriverente e originale, che aveva tentato diverse vie narrative prima di lasciarsi andare in libertà al racconto autobiografico della sua convulsa infanzia, della sua incerta giovinezza e della sua voglia, a quarant’anni suonati, di fare chiarezza. Il suo libro è sconcertante e avvincente al tempo stesso. La scrittrice non ha nessun pudore nell’evocare, con una voglia di sapere ma anche con risentimento, le figure vere della sua famiglia che fu: la madre e soprattutto il padre, celebre medico chirurgo e padre-padrone nell’ospedale di Orbetello, in Maremma, amato, stimato e omaggiato dalla comunità, più egoista e forse cinico e millantatore nel cerchio familiare. Teresa vuole sapere chi fosse davvero suo padre per sapere chi sia lei, oggi, a quarant’anni superati. E non fa sconti, non ha ritegno svelando scene, segreti, fragilità, vezzi patetici e manie di grandezza (anche proprie) della sua ricca famiglia andata un po’ in pezzetti. Poi la verità, si sa, quando viene resuscitata dalla memoria si presenta con i contorni ambigui dell’indefinitezza. Sarà proprio stato cosi, oppure all’incirca cosi, o pochissimo così? Importante è scavare. Opera aspra, corrosiva, il romanzo è scritto con grande forza fluente e con un grande impeto stilistico (colloquiale, monologante, vivace). E’ la scoperta di una felice scrittura e di una trama quasi imbarazzante, come se l’autrice avesse voluto farci guardare dal buco della serratura nelle stanze disordinate della sua infanzia e giovinezza vere.

26maggio
2017

Alexander McCall Smith

Guanda

Chi si rivede: il nostro Alexander Mc Call Smith, scrittore di lievità e grazia, che sa iniettare perle di pensieri curiosi e spesso profondi in un clima di commedia. Per fortuna dei suoi milioni di lettori sparsi nel mondo, lo scrittore scozzese, nato in Africa, professore di diritto a Edimburgo e suonatore di fagotto, sforna libri con facilità e con eleganza di scrittura: si capisce subito che è molto intelligente, molto spiritoso, molto osservatore. E che si diverte a scrivere (e, quel che più conta, diverte noi). Chi mi segue sa che lo Smith coltiva tre filoni: quello della detective nera del Botswana (di taglia robusta e di formidabile intuizioni), quello della bella filosofa di Edimburgo alle prese con gli enigmi delle vite altrui (e della propria) e infine quello del caseggiato al numero 44 di Scotland Street, a Edimburgo.

Guanda ha appena tradotto l’ultimo romanzo dedicato alla filosofa Isabel Dalushie, donna bella, single e ricca di Edimburgo che si permette il lusso di dirigere una rivista di filosofia senza preoccupazioni di vendite e di bilanci. Curiosa delle storie altrui, Isabel si imbatte in casi misteriosi, nodi esistenziali sui quali, usando la speculazione filosofica come una lente, indaga discretamente. Il primo libro della serie (che vale la pena leggere dall’inizio, perché la storia personale di Isabel cresce e cambia) è “Il club dei filosofi dilettanti” (Guanda). Cominciate da lì, se potete. Gli altri libri, a seguire.

La narrazione di Mc Call Smith attorno a questa giovane donna borghese di mezza età con il pallino della filosofia combina una allure di giallo quieto e alcune piste di riflessioni apparentemente semplici ma che investono di fatto gli enigmi della vita. Chi già conosce la serie potrà balzare subito su quest’ultimo romanzo: stavolta Isabel Dalushie si ritrova a compiere una specie di indagine poliziesca: spunta dall’Australia una collega filosofa che vuole rintracciare in Scozia i suoi veri genitori. Isabel non se lo fa dire due volte… Nel frattempo accadono tante altre piccole cose. Accade la vita. Vi do appena qui un assaggio dei pensieri che turbinano ogni tanto nella testa di Isabel. Un giorno, per esempio, mentre sta in cucina per prepararsi il pranzo, rimugina sull’arte: “L’arte può ancora rammentarci la bellezza, può ancora salvarci dalla desolazione che stiamo creando. Ma c’è chi, nell’ambiente artistico, rifiuta l’idea che l’arte debba edificare ed elevare; chi pensa che non debba aspirare ad essere altro che un obiettivo puntato su una realtà sempre più sordida. Allora la creazione di qualcosa di armonioso è considerata superficiale; l’oscuro, il discordante, l’irrisolto: questo sarebbe il campo dell’arte, del cinema, della letteratura”. Bene, siamo quasi d’accordo con lei. La qual però subito viene tentata da una riflessione contraria: “Forse il ruolo dell’arte è davvero quello di contrapporsi e disturbare, di pungolarci a uscier dagli schemi che troviamo rassicuranti, di sfatare le convinzioni con cui ci proteggiamo, di farci inorridire, di farci digrignare i denti. Forse avrebbe dovuto pensarla così anche lei, pur tentata di persistere nella sua fede nella bellezza e nelle sue opere. Ecco il problema di essere una filosofa: non era facile. Come filosofa non poteva semplicemente credere in una cosa e basta: doveva esplorare le possibilità che il proprio pensiero fosse erroneo; che quello che voleva creder non fosse quello che doveva ritenere vero. Eccola, la vita di ricerca: poteva rivelarsi davvero scomoda. Perlomeno, però, sapeva bene cosa voleva per pranzo”.

28aprile
2017

Sandro Campani

Einaudi

Che stia fiorendo in qualche modo un ciclo di “romanzi italiani di montagna”? Di recente abbiamo goduto la rivelazione di Paolo Cognetti, autore di “Le otto montagne” (Einaudi): un romanzo di montagna senza la retorica della montagna, vero e lucido, essenziale come le rocce, i prati verticali e le nevi delle alpi (chi cammina in altura sa bene che lassù non si accettano sentimentalismi ma solo asprezza e bellezza, ebbrezza o dolore). Adesso ecco un nuovo romanzo di montagna, a modo suo. Con meno vette e più paese. Questa volta siamo in mezzo ai monti dell’Appennino tosco-emiliano, dove è nato e vive Sandro Campani, scrittore 43enne al suo quarto romanzo (i primi non li ho letti, cercherò di recuperare, verificare). C’è stoffa, qui, c’è novità espressiva. C’è una storia intensa. Due uomini, uno più anziano, l’altro più giovane, in una sera d’inverno stanno in cucina, davanti al camino. Parlano, parlano. Sono davanti al fuoco, bevono adagio della grappa. Il più anziano, Giampiero, segna con la matita una riga sulla bottiglia: è il limite oltre il quale la grappa non andrebbe più toccata, tanto più che Davide, il più giovane, ha il vizio di alzare troppo il gomito. Di tanto in tanto uno dei due si alza e mette un ciocco di legno sul fuoco per ravvivarlo. Fuori fischia un vento forte e freddo. I due devono dirsi tante cose, sciogliere molti nodi che si erano raggrumati nel corso degli anni attorno alla loro amicizia. È come una confessione, che si fa sempre più intensa, al punto che occorrerà tracciare una nuova linea, verso il basso, sulla bottiglia. Fuori, nel buio gelido, dentro il fitto del bosco, si pensa che la lince dagli occhi gialli (intravista da qualcuno) stia vigilando: è mistero notturno, attesa, simbolo della parte in ombra della vita? Quella della lince (forse mito ancestrale) è comunque soltanto una piccola, vaga, presenza nel romanzo. Che invece svolge a pieno ritmo narrativo la sua trama di rapporti umani, affettivi, familiari, sentimentali. Due mestieri abbracciano la storia: quello dell’apicoltore e quello del falegname: due materie vive, calde. Le api sono operose, dal nettare creano il miele, il legno è odoroso e venato, come vivo sotto la sega e la pialla e la creazione dell’uomo falegname. Miele e legno, natura. Poi c’è il paesaggio vivido, fatto di boschi e villaggi, resti di civiltà contadina e capannoni industriali, bar abituali e stradine in salita. Lasciando l’intreccio al lettore, dico soltanto che nella rievocazione raccontata a più voci vanno in scena le storie lunghe (negli anni) di complessi rapporti padre-figlio e uomo-donna, amore, amicizia, vocazioni e delusioni, desideri e fallimenti sentimentali La drammaticità privata, non violenta, quasi quotidiana e silenziosa, di nervature difficili, si allarga poi verso una pacificazione più persuasa, un “farsi bastare” le ferite cicatrizzate per salvare , nonostante le ammaccature, il buono della vita. Giampiero e Davide, quasi una paternità. Uliano e Davide, una paternità bloccata. Davide e Silvia, un amore forte e dissipato. Giampiero e Ida, un legame per sempre. E la libertaria Guliana, che ha intravisto di notte la lince….: leggendo il romanzo imparerete a conoscere quella gente radicata con i propri grovigli e scioglimenti lassù in un luogo, sulla dolce, ma anche aspra montagna dell’Appennino.

20aprile
2017

Edna O’Brien

Einaudi

Edna O’Brien ha 87 anni, questo suo ultimo romanzo l’ha scritto due anni fa, a 85: non finisce di stupire, mostrando la sua stoffa narrativa di trama ruvida, senza nessun cedimento di fragilità. Aveva conquistato molti anni fa lettori e critica con “Ragazza di campagna”, una autobiografia romanzata ma non troppo in cui raccontava lo strappo ribelle e doloroso, salvifico e malinconico dal proprio mondo rurale irlandese degli anni ’40 e ’50, permeato da una forte educazione cattolica e, vista l’epoca, da una conseguente rigidità morale. A seguire, negli anni, altri romanzi. In questo nuovo libro O’Brien cambia argomento e pulsione drammatica, si inoltra in realtà nuove. Ma lo sfondo è sempre la sua Irlanda di provincia, quel suo mondo appartato, apparentemente quieto, con ritmi rassicuranti. Protagonista, una donna: Fidelma è sensibile e inquieta, è sposata a un uomo parecchio più anziano di lei che la venera in abitudine. Ama leggere, fuggire via con lo sguardo dell’immaginazione. Un giorno nella sua contrada arriva un personaggio strano, quasi ieratico, con capelli e barba grigi; dice di essere un guaritore, si stabilisce nei dintorni, afferma di essere addirittura un sessuologo curatore. Immaginatevi le preoccupate reazioni. Può Fidelma sottrarsi del tutto all’imperio carismatico e potenzialmente amoroso di quell’uomo così diverso e così magnetico? Qui, si sa, non ci si addentra mai nelle trame, lasciate al piacere dei lettori. Oso appena dire che quel personaggio nasconde, dietro il fascino di enigmatico guaritore, un passato più fosco e addirittura crudele. C’è di mezzo la tragedia della appena finita e sanguinosa guerra nell’ex Jugoslavia. Amore e inganno, passione ed etica, caduta di sé e ritrovamento di sé, tutto si impasta nella narrazione ora vivida e sensibile, ora cruda e tagliente come una lama. Ne viene fuori un personaggio femminile complesso, arruffato, mendicante d’amore e di senso della vita. La storia viene raccontata in pagine lucidissime e pregnanti (altre magari un poco dispersive). Comincia adagio, il romanzo, poi si impenna, con pennellate ambientali felici e accelerazioni drammatiche e poi ancora oasi di quiete. Dentro c’è anche il faticoso riscatto di una dignità esistenziale, di una speranza quieta. Fidelma, ferita con durezza e investita dal drammatico avviluppo dell’amore e dell’inganno, del senso di colpa e della superstite fierezza di donna e di persona, vuole continuare a camminare.

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