Circolo dei Libri

Per condividere con altri il gusto della lettura, che per principio è individuale ma poi può anche farsi compagnia.

04agosto
2017

Deborah Lévy-Bertherat

Einaudi

Ecco un romanzo francese provvisto di lievità e gravità al tempo stesso. Ci sono dei misteri, degli enigmi legati a un personaggio intenso ma sfuggente, c’è in sottofondo la lontana ferita non cicatrizzata degli ebrei perseguitati (in questo caso in Francia) negli anni della Guerra. E c’è l’ariosa curiosità di una giovane donna d’oggi che ha voglia di vivere ma anche di sapere. La trama, svelta e densa, viene raccontata con grande delicatezza e grazia, senza cupezza ma con i rintocchi della nostalgia, dello struggimento per un passato doloroso pur dentro la letizia del tempo nuovo, presente. “I viaggi di Daniel Asher” ,appena tradotto da Einaudi, è il primo romanzo di Déborah Lévy-Bertherat , docente di letteratura comparata all’Ecole Nationale Supérieure di Parigi e traduttrice dal russo, che porta nel suo nome la radice della propria ebraicità. Il suo romanzo è costruito come un mistero, un’indagine, un percorso dell’anima sia nel presente, sia nel passato. Il presente è quello di una giovane studentessa di archeologia che dalla provincia si trasferisce a Parigi, di un ragazzo che le piace, della sua curiosità per i segreti di un prozio giramondo. Il passato si presenta come una archeologia in due sensi: quella sperimentata con gli scavi sul terreno dalla studentessa e l’archeologia della memoria alla ricerca di brandelli di storia (piena di zone d’ombra) della propria famiglia. Spicca la figura del prozio Daniel, fratello della nonna ma forse provvisto di una sua identità più recondita, nascosta, forse drammatica. Il racconto è ben congegnato, con qualche rimando quasi favolistico. L’autrice sa esplorare con grande finezza espressiva le ferite di una storia familiare e civile (il dramma degli ebrei francesi negli anni ’40) e al tempo stesso sa dare il respiro vitalistico e aggraziato lieve di una giovane studentessa che sbarca a Parigi iena di stupore per la città e per l’esistenza. E scopre che la memoria può essere labile, immaginosa, ambigua, rivelatrice e depistatrice. L’intreccio è palpitante: una detective story dell’anima e della memoria, con l’innesto anche della componete dell’invenzione letteraria: c’è uno scrittore che sotto pseudonimo manda “messaggi in bottiglia” dentro le trame dei suoi libri d’avventura per ragazzi. A colpire, di questo romanzo, è soprattutto lo stile fresco, minuzioso, pulito: una limpidezza che sa dire la grazia del presente e l’ineluttabile morso del passato.


21luglio
2017

Tchingis Aitmatov

Marcos y Marcos

Ecco un racconto esile, struggente, sensibile come una musica delicata: una storia d’amore nella steppa. Marcos y Marcos, nelle raffinate edizioni tascabili miniMARCOS, ha ripubblicato un romanzo che compie 60 anni: “Melodia della terra (Giamilja il titolo originale in russo, usato anche per la prima edizione italiana di anni fa e messo ora come sottotitolo). Un racconto intenso, dipinto con i colori forti di un post-romanticismo trasmigrato nella steppa kirgisa della Russia asiatica in epoca sovietica. Di questo libro Louis Aragon scrisse che “è la più bella storia d’amore del mondo”. Giamilja è una ragazza della Kirghisia, sposata in fretta da pochi mesi a un giovane che è dovuto partire soldato in guerra contro i tedeschi. Vive dentro un complesso di dimore contadine assieme ai suoceri e ai parenti, in attesa del ritorno del marito e degli altri giovanotti sotto le armi. Giamilja è vivace, diligente, delicatamente ribelle e orgogliosa, bella. Arriva al villaggio, reduce dal fronte e zoppicante per una ferita di guerra, Danijar, giovane silenzioso, malinconico, strano, che sembra portare nel cuore una nostalgia segreta, un suo rovello. La dolcezza d’amore (insidia, languore, tentazione, richiamo?) è in agguato… La trama ha il suo percorso, appassionato e incantato, soprattutto se visto dagli occhi del ragazzo narratore, cognato adolescente di Giamilja e inconsciamente innamorato pure lui della ragazza. Sontuoso il paesaggio kirghiso, con le sue luci di tramonti infuocati e albe fresche, l’orizzonte ondulato di colline remote, la polvere e la vastità sacrale della steppa. Aitmatov, di cui è più noto il capolavoro “Il battello bianco” (Mondadori), morto a 80 anni nel 2008, è scrittore di grande forza, tutto proteso al canto della sua terra antica e carica di bellezza sua, indomita: di cultura islamica e rurale, ha saputo mantenersi una fisonomia propria nonostante l’arrivo del potere sovietico. Pacifista ed ecologista in anticipo sui tempi, riuscì ad avere un rapporto di tranquilla convivenza con il governo sovietico (presiedette anche, ai tempi del disgelo, l’Accademia sovietica degli scrittori) forse perché di fatto fu sempre il cantore della ricchezza lirica della sua terra e dei trasalimenti interiori dei sentimenti, senza affondi di critica politica. Questo libretto, ha ragione Aragon, è una bellissima storia d’amore.

14luglio
2017

Teresa Ciabatti

Mondadori

Data per favorita e classificatasi al secondo posto al premio Strega 2017 dietro a Paolo Cognetti (i due hanno surclassato gli altri scrittori della cinquina) Teresa Ciabatti sorprende e intriga con il suo romanzo “La più amata” (Mondadori). Si può restare un po’ sconcertati, di fronte alla spregiudicata rivelazione dei privatissimi segreti di famiglia dell’autrice, ma si è anche conquistati dalla sua scrittura nervosa, chiara, quasi complice con il lettore. Fa i conti con la propria infanzia vera, e lo fa in modo spregiudicato e urticante, Teresa Ciabatti, scrittrice irriverente e originale, che aveva tentato diverse vie narrative prima di lasciarsi andare in libertà al racconto autobiografico della sua convulsa infanzia, della sua incerta giovinezza e della sua voglia, a quarant’anni suonati, di fare chiarezza. Il suo libro è sconcertante e avvincente al tempo stesso. La scrittrice non ha nessun pudore nell’evocare, con una voglia di sapere ma anche con risentimento, le figure vere della sua famiglia che fu: la madre e soprattutto il padre, celebre medico chirurgo e padre-padrone nell’ospedale di Orbetello, in Maremma, amato, stimato e omaggiato dalla comunità, più egoista e forse cinico e millantatore nel cerchio familiare. Teresa vuole sapere chi fosse davvero suo padre per sapere chi sia lei, oggi, a quarant’anni superati. E non fa sconti, non ha ritegno svelando scene, segreti, fragilità, vezzi patetici e manie di grandezza (anche proprie) della sua ricca famiglia andata un po’ in pezzetti. Poi la verità, si sa, quando viene resuscitata dalla memoria si presenta con i contorni ambigui dell’indefinitezza. Sarà proprio stato cosi, oppure all’incirca cosi, o pochissimo così? Importante è scavare. Opera aspra, corrosiva, il romanzo è scritto con grande forza fluente e con un grande impeto stilistico (colloquiale, monologante, vivace). E’ la scoperta di una felice scrittura e di una trama quasi imbarazzante, come se l’autrice avesse voluto farci guardare dal buco della serratura nelle stanze disordinate della sua infanzia e giovinezza vere.

26maggio
2017

Alexander McCall Smith

Guanda

Chi si rivede: il nostro Alexander Mc Call Smith, scrittore di lievità e grazia, che sa iniettare perle di pensieri curiosi e spesso profondi in un clima di commedia. Per fortuna dei suoi milioni di lettori sparsi nel mondo, lo scrittore scozzese, nato in Africa, professore di diritto a Edimburgo e suonatore di fagotto, sforna libri con facilità e con eleganza di scrittura: si capisce subito che è molto intelligente, molto spiritoso, molto osservatore. E che si diverte a scrivere (e, quel che più conta, diverte noi). Chi mi segue sa che lo Smith coltiva tre filoni: quello della detective nera del Botswana (di taglia robusta e di formidabile intuizioni), quello della bella filosofa di Edimburgo alle prese con gli enigmi delle vite altrui (e della propria) e infine quello del caseggiato al numero 44 di Scotland Street, a Edimburgo.

Guanda ha appena tradotto l’ultimo romanzo dedicato alla filosofa Isabel Dalushie, donna bella, single e ricca di Edimburgo che si permette il lusso di dirigere una rivista di filosofia senza preoccupazioni di vendite e di bilanci. Curiosa delle storie altrui, Isabel si imbatte in casi misteriosi, nodi esistenziali sui quali, usando la speculazione filosofica come una lente, indaga discretamente. Il primo libro della serie (che vale la pena leggere dall’inizio, perché la storia personale di Isabel cresce e cambia) è “Il club dei filosofi dilettanti” (Guanda). Cominciate da lì, se potete. Gli altri libri, a seguire.

La narrazione di Mc Call Smith attorno a questa giovane donna borghese di mezza età con il pallino della filosofia combina una allure di giallo quieto e alcune piste di riflessioni apparentemente semplici ma che investono di fatto gli enigmi della vita. Chi già conosce la serie potrà balzare subito su quest’ultimo romanzo: stavolta Isabel Dalushie si ritrova a compiere una specie di indagine poliziesca: spunta dall’Australia una collega filosofa che vuole rintracciare in Scozia i suoi veri genitori. Isabel non se lo fa dire due volte… Nel frattempo accadono tante altre piccole cose. Accade la vita. Vi do appena qui un assaggio dei pensieri che turbinano ogni tanto nella testa di Isabel. Un giorno, per esempio, mentre sta in cucina per prepararsi il pranzo, rimugina sull’arte: “L’arte può ancora rammentarci la bellezza, può ancora salvarci dalla desolazione che stiamo creando. Ma c’è chi, nell’ambiente artistico, rifiuta l’idea che l’arte debba edificare ed elevare; chi pensa che non debba aspirare ad essere altro che un obiettivo puntato su una realtà sempre più sordida. Allora la creazione di qualcosa di armonioso è considerata superficiale; l’oscuro, il discordante, l’irrisolto: questo sarebbe il campo dell’arte, del cinema, della letteratura”. Bene, siamo quasi d’accordo con lei. La qual però subito viene tentata da una riflessione contraria: “Forse il ruolo dell’arte è davvero quello di contrapporsi e disturbare, di pungolarci a uscier dagli schemi che troviamo rassicuranti, di sfatare le convinzioni con cui ci proteggiamo, di farci inorridire, di farci digrignare i denti. Forse avrebbe dovuto pensarla così anche lei, pur tentata di persistere nella sua fede nella bellezza e nelle sue opere. Ecco il problema di essere una filosofa: non era facile. Come filosofa non poteva semplicemente credere in una cosa e basta: doveva esplorare le possibilità che il proprio pensiero fosse erroneo; che quello che voleva creder non fosse quello che doveva ritenere vero. Eccola, la vita di ricerca: poteva rivelarsi davvero scomoda. Perlomeno, però, sapeva bene cosa voleva per pranzo”.

28aprile
2017

Sandro Campani

Einaudi

Che stia fiorendo in qualche modo un ciclo di “romanzi italiani di montagna”? Di recente abbiamo goduto la rivelazione di Paolo Cognetti, autore di “Le otto montagne” (Einaudi): un romanzo di montagna senza la retorica della montagna, vero e lucido, essenziale come le rocce, i prati verticali e le nevi delle alpi (chi cammina in altura sa bene che lassù non si accettano sentimentalismi ma solo asprezza e bellezza, ebbrezza o dolore). Adesso ecco un nuovo romanzo di montagna, a modo suo. Con meno vette e più paese. Questa volta siamo in mezzo ai monti dell’Appennino tosco-emiliano, dove è nato e vive Sandro Campani, scrittore 43enne al suo quarto romanzo (i primi non li ho letti, cercherò di recuperare, verificare). C’è stoffa, qui, c’è novità espressiva. C’è una storia intensa. Due uomini, uno più anziano, l’altro più giovane, in una sera d’inverno stanno in cucina, davanti al camino. Parlano, parlano. Sono davanti al fuoco, bevono adagio della grappa. Il più anziano, Giampiero, segna con la matita una riga sulla bottiglia: è il limite oltre il quale la grappa non andrebbe più toccata, tanto più che Davide, il più giovane, ha il vizio di alzare troppo il gomito. Di tanto in tanto uno dei due si alza e mette un ciocco di legno sul fuoco per ravvivarlo. Fuori fischia un vento forte e freddo. I due devono dirsi tante cose, sciogliere molti nodi che si erano raggrumati nel corso degli anni attorno alla loro amicizia. È come una confessione, che si fa sempre più intensa, al punto che occorrerà tracciare una nuova linea, verso il basso, sulla bottiglia. Fuori, nel buio gelido, dentro il fitto del bosco, si pensa che la lince dagli occhi gialli (intravista da qualcuno) stia vigilando: è mistero notturno, attesa, simbolo della parte in ombra della vita? Quella della lince (forse mito ancestrale) è comunque soltanto una piccola, vaga, presenza nel romanzo. Che invece svolge a pieno ritmo narrativo la sua trama di rapporti umani, affettivi, familiari, sentimentali. Due mestieri abbracciano la storia: quello dell’apicoltore e quello del falegname: due materie vive, calde. Le api sono operose, dal nettare creano il miele, il legno è odoroso e venato, come vivo sotto la sega e la pialla e la creazione dell’uomo falegname. Miele e legno, natura. Poi c’è il paesaggio vivido, fatto di boschi e villaggi, resti di civiltà contadina e capannoni industriali, bar abituali e stradine in salita. Lasciando l’intreccio al lettore, dico soltanto che nella rievocazione raccontata a più voci vanno in scena le storie lunghe (negli anni) di complessi rapporti padre-figlio e uomo-donna, amore, amicizia, vocazioni e delusioni, desideri e fallimenti sentimentali La drammaticità privata, non violenta, quasi quotidiana e silenziosa, di nervature difficili, si allarga poi verso una pacificazione più persuasa, un “farsi bastare” le ferite cicatrizzate per salvare , nonostante le ammaccature, il buono della vita. Giampiero e Davide, quasi una paternità. Uliano e Davide, una paternità bloccata. Davide e Silvia, un amore forte e dissipato. Giampiero e Ida, un legame per sempre. E la libertaria Guliana, che ha intravisto di notte la lince….: leggendo il romanzo imparerete a conoscere quella gente radicata con i propri grovigli e scioglimenti lassù in un luogo, sulla dolce, ma anche aspra montagna dell’Appennino.

20aprile
2017

Edna O’Brien

Einaudi

Edna O’Brien ha 87 anni, questo suo ultimo romanzo l’ha scritto due anni fa, a 85: non finisce di stupire, mostrando la sua stoffa narrativa di trama ruvida, senza nessun cedimento di fragilità. Aveva conquistato molti anni fa lettori e critica con “Ragazza di campagna”, una autobiografia romanzata ma non troppo in cui raccontava lo strappo ribelle e doloroso, salvifico e malinconico dal proprio mondo rurale irlandese degli anni ’40 e ’50, permeato da una forte educazione cattolica e, vista l’epoca, da una conseguente rigidità morale. A seguire, negli anni, altri romanzi. In questo nuovo libro O’Brien cambia argomento e pulsione drammatica, si inoltra in realtà nuove. Ma lo sfondo è sempre la sua Irlanda di provincia, quel suo mondo appartato, apparentemente quieto, con ritmi rassicuranti. Protagonista, una donna: Fidelma è sensibile e inquieta, è sposata a un uomo parecchio più anziano di lei che la venera in abitudine. Ama leggere, fuggire via con lo sguardo dell’immaginazione. Un giorno nella sua contrada arriva un personaggio strano, quasi ieratico, con capelli e barba grigi; dice di essere un guaritore, si stabilisce nei dintorni, afferma di essere addirittura un sessuologo curatore. Immaginatevi le preoccupate reazioni. Può Fidelma sottrarsi del tutto all’imperio carismatico e potenzialmente amoroso di quell’uomo così diverso e così magnetico? Qui, si sa, non ci si addentra mai nelle trame, lasciate al piacere dei lettori. Oso appena dire che quel personaggio nasconde, dietro il fascino di enigmatico guaritore, un passato più fosco e addirittura crudele. C’è di mezzo la tragedia della appena finita e sanguinosa guerra nell’ex Jugoslavia. Amore e inganno, passione ed etica, caduta di sé e ritrovamento di sé, tutto si impasta nella narrazione ora vivida e sensibile, ora cruda e tagliente come una lama. Ne viene fuori un personaggio femminile complesso, arruffato, mendicante d’amore e di senso della vita. La storia viene raccontata in pagine lucidissime e pregnanti (altre magari un poco dispersive). Comincia adagio, il romanzo, poi si impenna, con pennellate ambientali felici e accelerazioni drammatiche e poi ancora oasi di quiete. Dentro c’è anche il faticoso riscatto di una dignità esistenziale, di una speranza quieta. Fidelma, ferita con durezza e investita dal drammatico avviluppo dell’amore e dell’inganno, del senso di colpa e della superstite fierezza di donna e di persona, vuole continuare a camminare.

13aprile
2017

Eshkol Nevo

Neri Pozza

Tre piani. Tre piani di un caseggiato in una cittadina della provincia israeliana, non lontano da Tel Aviv. Eshkol Nevo, scrittore israeliano di sicura forza narrativa (lo apprezziamo fin dal suo primo romanzo, “Nostalgia”, passando dal memorabile “La simmetria dei desideri”, fino al più ambizioso “Neuland” e a un intermezzo , “Soli e perduti”, forse meno nitido) scruta con appassionata, minuziosa curiosità le vite private che abitano quei tre piani. E’ bravo, Nevo; bravissimo nel darci tutti gli elementi che contano per farci interessare davvero alle persone di cui parla: i sentimenti, i timori, le segrete paure, i balzi dell’inconscio e l’estroversione delle parole dette. “Tre piani” è un romanzo esistenziale, privato. Ci racconta di vite, di donne e di uomini nella società israeliana di oggi ma potremmo essere ovunque, ovunque là dove pulsa il battito della vita quotidiana sempre uguale, sempre diversa, universale e personale. Tre piani, tre “interni di famiglia” diversi tra di loro. Di ognuno di essi Eshkol Nevo racconta antefatti e turbamenti, ritmi quotidiani svogliati e accelerazioni emotive. Ci sono per esempio, al primo piano, i segni premonitori di un Alzheimer tristemente in arrivo in un vecchio signore immigrato dalla Germania, c’è l’ipotesi che una bambina abbia subito uno choc di cui non parla, c’è un papà amoroso e instabile. Sali di un piano e c’è una giovane moglie e mamma che non sta bene nella sua pelle e ne scrive alla sua cara amica che sta in America: le dice di sentirsi sola, il marito le è caro ma molto assente, un giorno lei ha ricevuto la visita di un cognato introverso, emarginato, sofferente… Al terzo piano scopriamo che per incontrare la storia vera, il filo narrativo forte del romanzo, bisognava passare dai piani precedenti. E qui c’è il rimando alla teoria freudiana dei tre stati dell’animo, Es, Io, Super-Io: peraltro Freud viene poi abbastanza relativizzato, messo in dubbio e persino irriso: la vita vera non si fa inchiodare su un lettino di psicanalista per essere teorizzata… Al terzo piano sta Dvora, una giudice appena pensionata, vedova da poco. Le manca moltissimo il marito perduto. Un giorno scopre che nella segreteria telefonica di casa è rimasta la voce di Michael, il marito, il quale dice: “Al momento non siamo in casa. Lasciate un messaggio, eccetera”. Dvora, colpita, ascolta e riascolta quella voce cara e perduta e all’improvviso si mette a parlare dentro il telefono: lascia un messaggio. E così sempre farà, per giorni: parlerà con Michael defunto, amandolo molto e rimpiangendolo con profondissima tristezza, agganciandosi alle parole di lui sulla segreteria: un dialogo fra la voce registrata di un uomo amato e morto e quella di una donna viva, piena di accorata nostalgia ma che vuole nondimeno continuare a vivere. Dvora alza la cornetta, sente la voce di Michael, che in vita era giudice anche lui, e gli racconta, gli dice tutto, il dolore e i desideri: ”Sento che questa casa è un vuoto dove prima c’eravamo noi….Morirò comunque, naturalmente. La sentenza è già stata emessa. Ma vorrei rimandare l’esecuzione del verdetto, riuscire a vivere ancora un poco, se possibile. Ho solo sessantasei anni, vostro onore, lo può capire?”. Il lettore a questo punto intuisce che il vero romanzo è la storia di Dvora, con il suo passato, con le passioni e le ferite, con il presente doloroso e l’attesa vitale di un dolce futuro, ancora. I due piani di sotto preparavano la storia del terzo piano. Eshkol Nevo si conferma uno scrittore di vena felice, sensibile. Non ancora cinquantenne, si aggiunge ai nomi celebri della vivida vena narrativa israeliana: Abraham Yehoshua, Amos Oz, David Grossman hanno certezza di eredi. Nevo, appunto, e altri ancora.

07aprile
2017

Ian McEwan

Einaudi

“Nel guscio”, pubblicato in Inghilterra nel 2016 e subito tradotto da Einaudi, ci riconsegna un McEwan in forma splendida. Il romanzo, come si capisce subito sin dall’inizio, si regge su una invenzione singolare (cosi immaginosa da apparire persino sfiziosa; comunque felice): l’io narrante è un bambino non ancora nato, un feto che sta nella pancia della sua mamma e da lì percepisce suoni e sensazioni del mondo. Naturalmente l’invenzione di McEwan va allegramente oltre la scienza ed è puramente e giocosamente fantasiosa, letteraria, divertita: forte di un misterioso codice genetico, di un DNA che trasmetterebbe pre-cognizioni, il bimbo non ancora nato di McEwan osserva, azzarda giudizi, pensa. Per dirne una: se la mamma beve un buon vino, lui ne riceve il sapore e azzarda che si tratti di retrogusto di frutti di bosco. Il rapporto fra il nascituro e la sua mamma è complesso: c’è un forte legame d’amore ma anche sospetti e diffidenza. Il fatto è che la bella e giovane mamma ha una sua spregiudicata malizia, con malversazioni affettive: tradisce il padre legittimo del bambino, per esempio. E così nella storia spunta un secondo uomo. Le cose si complicano quando la trama diventa “gialla”, con presagio di un delitto perfetto. Di più non dico perché davvero McEwan come un prestigiatore regala al lettore colpi di scena e suspense raffinatissima. Il romanzo è dunque un “giallo” ma anche un divertito e nondimeno serio percorso di riflessioni sulla vita, sul mondo. E sul battito della contemporaneità. Nel filo narrativo del nascituro irrompono scene e dialoghi serrati ma anche affondi improvvisi di pensieri dietro cui si nasconde il romanziere. Per esempio da pagina 24 a pagina 27 ci sono due punti di vista opposti ed efficacissimi: da una parte qualcuno dice che il nostro mondo occidentale e anzi tutto il pianeta stanno andando a catafascio, dall’altra c’è chi risponde che non siamo mai andati così bene come ora… In un altro punto c’è una splendida sintesi sul polso attuale della nostra Europa: “L’abbinata di guerra e povertà, con la minaccia del mutamento climatico tenuta in panchina, snida milioni di essere umani dalle loro case, antichi flussi epici in forma nuova, immensi spostamenti di persone, come fiumi ingorgati dalle piene in primavera, Danubi, Reni, Rodani di gente furibonda, disperata, speranzosa ammassata ai confini, accalcata ai cancelli di filo spinato, gente che annega a migliaia per condividere le fortune dell’Occidente. La Vecchia Europa si gioca a testa o croce i propri sogni, incerta fra paura e compassione, fra accoglienza e rifiuto. Commossa e generosa questa settimana, ruvida e pragmatica la prossima, vorrebbe essere d’aiuto ma detesta condividere o rinunciare a ciò che ha”. A parte queste belle fiondate sui massimi sistemi, la narrazione è tesa intorno alla trama vivida e ai sussulti pre-esistenziali del nascituro. Il quale almanacca ipotesi sul proprio futuro e si immagina al culmine della giovinezza: “diciamo a un ventotto anni da adesso. Jeans attillati e stinti, addominali asciutti e disegnati, un’andatura sciolta, da pantera: provvisoriamente immortale”. Quel “provvisoriamente immortale” per dire l’incosciente e allegra sospensione del tempo nelle stagioni di giovinezza è puro Mc Ewan, ovvero l’arte della sintesi felice. “Nel guscio” è un romanzo giallo, infine. Raccontato da un bimbo che sta per nascere, è anche un inno alla vita nonostante tutto.


04marzo
2017

Luigi Ballerini

San Paolo

Guardate che questo romanzo è stato scritto pensando a dei lettori ragazzi ma può essere letto – anzi deve, direi – anche dai lettori adulti. Vedrete che sarà una esperienza arricchente. Il bel film “La lista di Schindler”, tratto da fatti reali, ci ha insegnato (se ancora ce ne fosse bisogno) che al tempo dell’orrore del nazismo e dell’Olocausto ci furono anche eroi buoni e coraggiosi che si opposero come poterono e con ingegno alla barbarie. Ci sono stati molti Schindler, personaggi spesso sconosciuti, anonimi, i quali, non ebrei, furono davvero degli eroi nel cercare di salvare vite di ebrei perseguitati. Fra costoro ci fu anche Guelfo Zamboni, console italiano a Salonicco fra il 1942 e il 1943. Salvò 350 ebrei dalla deportazione nei campi di sterminio, anche falsificando documenti e rischiando non solo la propria carriera ma anche la vita. Questa storia di solidarietà umanissima nelle tenebre è raccontata, in una fiction che narra anche la realtà, dallo scrittore Luigi Ballerini, medico psicanalista e scrittore per ragazzi. Questo suo romanzo, più ancora degli altri suoi libri di successo (che piacciono ai ragazzi ma anche agli educatori, docenti e genitori, per il richiamo avvincente e i contenuti delle storie raccontate) è davvero un libro “per tutti”: la sua prosa è chiara ma anche – come dire? – “adulta”, senza miniature o sentimentalismi. E soprattutto impasta la finzione romanzesca con la forza di una realtà accaduta e drammatica. Siamo a Salonicco, l’antica Tessalonica, dove prima della guerra vivevano 56.000 ebrei, radicati in una presenza millenaria. Alla fine della guerra gli ebrei di Salonicco erano rimasti 2000, gli altri erano stati tutti deportati e i sopravissuti ai lager furono soltanto un migliaio. Guelfo Zamboni fu nominato console d’Italia nel 1942, proprio quando cominciò la persecuzione dei nazisti (occupanti della Grecia assieme agli italiani) contro gli ebrei. L’11 luglio 9.000 uomini ebrei di Salonicco furono radunati in piazza della Libertà e vennero sottoposti a umiliazioni e pestaggi prima di essere deportati. Cominciava il drammatico calvario di un pezzo vitale e incolpevole di popolo. Il console Zamboni capì la tragedia, la sua coscienza reagì contro la protervia dei tedeschi (seppure alleati con il regime fascista di cui lui era rappresentante nella città greca), e in segreto si mise in gioco, rischiano e agendo. Riuscì a salvare 350 ebrei, 281 dei quali erano cittadini greci ma lui falsificò i documenti e rilasciò a tutti una fittizia cittadinanza italiana provvisoria che permise loro di scampare al rastrellamento nazista e di sopravvivere, seppure chiusi nel ghetto di Kalamaria che accoglieva gli ebrei italiani. Zamboni fu aiutato nella sua rischiosa azione dal fedele capitano Merci. Poi rientrò in Italia, la guerra finì e soltanto nel 1992, a 95 anni, Zamboni ricostruì, documenti alla mano, tutta la vicenda, quando si era saputo che lo Stato di Israele gli aveva conferito il titolo di “Giusto fra le Nazioni” e il suo nome era stato iscritto nello Yad Vashem di Gersualemme, il museo della Shoa. E il romanzo, vi chiederete a questo punto? Ballerini, in modo magistrale, mescola questa storia vera con quella romanzata (ma desunta da personaggi veri) di due ragazzi, Hanna e Yosef: nella realtà Ester Saporta e Alberto Modiano, alunni ebraici della scuola media “Umberto I” di Salonicco. I due quindicenni si ritrovano nello stesso ghetto di Kalamaria e nel romanzo di Ballerini essi vivono, condividono, guardano, si sostengono a vicenda per sopportare la visione del male (che non riescono a capire) e per riuscire a non sprofondarvi. Nell’orrore li riscatta, assieme alla giovinezza e all’affetto tenero e bello, la speranza vera che accende gli animi veri. Un bel romanzo che avvince e fa riflettere e che ha vinto il premio Andersen e il premio La Fenice Europa. Un modo, quello escogitato dallo psicanalista- scrittore italiano, per non cessare di ricordare.

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