Circolo dei Libri

Per condividere con altri il gusto della lettura, che per principio è individuale ma poi può anche farsi compagnia.

20luglio
2018

Fernando Aramburu

Guanda

Uscito nel 2016 in Spagna (subito un enorme successo), tradotto in molte lingue e ora in italiano da Einaudi, “Patria” di Fernando Aramburu è uno di quei libri che abbracciano il pubblico dei lettori e convincono la critica letteraria: un en plein che succede raramente. “Patria” si legge quasi correndo, conquistati e commossi, trascinati dentro una storia vivida di persone alle prese con le speranze, i rovesci, la normalità quotidiana, le impennate del destino e di una drammatica tensione civile e sociale. I protagonisti di questa storia avvincente, che non concede tregua d’attenzione, sono i membri di due famiglie: padri, madri, figli dentro la vita locale, minuta, di un piccolo paese basco. Ma intorno respira uno sfondo, reale e drammatico, complesso e talvolta fatale. Come accade sempre in letteratura, e nella vita, nessuna trama privata (sentimenti, innamoramenti, rapporti generazionali) può muoversi senza risentire dello sfondo sociale e culturale, della storia grande e minuta che accade, del respiro dei tempi e del tempo. Questa volta siamo in terra basca, dalle parti di San Sebastian, anni Ottanta e seguenti. La lotta indipendentista del separatismo si incarna anche nella violenza del terrorismo dell’ETA. In questi rivolgimenti di ideali e di lotta, di fierezza etnica e di ribellismo rivoluzionario, vengono trascinati i destini di quelle due famiglie, strettamente legate fra loro, amiche da sempre, intrecciate in saldi rapporti affettivi. Eppure la lama dell’ideologia e dell’assolutismo, della lotta oltranzista e del terrorismo taglia il tessuto buono di quella pacifica quotidianità. Una intera comunità viene lacerata dalla contaminazione politica. Saltano rapporti di lealtà, amicizie. Il tremendo assioma per cui “il fine giustifica i mezzi” colpisce gente pacifica, seduce giovani dal cuore acceso e ingenuo, avvelena l’aria morale di un paese. Ma non si spaventi chi teme un romanzone sociale, morale e didascalico. Macché. Qui si leggono vicende private, personali, tenerissime o drammatiche, declinate secondo il solito battito dell’esistenza: vite domestiche, madri che preparano le cene e trepidano per i figli, rapporti coniugali annosi, affaticati ma profondi, innamoramenti giovanili disordinati, fallimenti sentimentali. L’imprevisto irrompere di un dramma civile (non sto a dire nulla della trama: basti dire che un attentato terroristico uccide un uomo, e la scia emotiva di quel fatto è enorme) sconvolge ma non sommerge quel flusso di esistenze tra loro intrecciate. L’espediente narrativo di Aramburu è abbastanza eccezionale: egli mescola i tempi, corre avanti e indietro negli anni, dando la sensazione che tutto ciò che è accaduto può essere poi ripensato e narrato come un fatale, o inesorabile intreccio di destini dentro il filo del tempo. Lo stile è diretto, incalzante, con continue mescolanze colloquiali fra terza persona e prima persona armoniosamente intrecciate, una prosa quasi sensitiva, molto parlata, trepida, emotiva. Si possono trarre lezioni civili e morali, da questo romanzo (come da tutti i grandi romanzi). Ma lo si può soprattutto godere, scoprendo la ricchezza di personaggi ai quali, come succede nei grandi libri, ci si affeziona moltissimo. Nella narrazione di Aramburu affiorano molte parole lasciate in lingua basca, con la loro secca spigolosità musicale: il lettore non si preoccupi, alla fine del libro c’è un ricco glossario a sua disposizione che gli servirà per entrare in atmosfera; poi camminerà da solo.