Circolo dei Libri

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Non dire notte

23marzo
2014

Amos Oz

Feltrinelli

Compie vent’anni uno dei migliori romanzi di Amos Oz, “Non dire notte”. Venti anni dalla pubblicazione, quindi, e cinque dalla traduzione in italiano di Feltrinelli. Amos Oz è, con David Grossman e Abraham Yehoshua, il maggior scrittore israeliano vivente, anche se altri, più giovani, incalzano felicemente: non mi stancherò di ripetere quanto sia feconda la vena narrativa di autori dentro un Paese, Israele, che ha lo stesso, esatto numero di abitanti della Svizzera ( 7 milioni e 900 mila) e occupa il mondo della letteratura contemporanea mondiale con una forza eccezionale. Cause e anche casualità, circostanze culturali e storiche sarebbero una volta da indagare bene. Ma rieccoci a questo romanzo che è prodigioso soprattutto per tutta l’atmosfera di minuto, perfetto realismo che lo regge: luoghi, persone, fatti, dettagli. Siamo ai bordi del deserto del Negev, nella parte meridionale di Israele, in una cittadina nuova che è come un avamposto di giudiziosa civiltà ebraica prima delle rocce e sabbie sterminate e vuote. E’ una agglomerazione urbanistica disegnata con grandi viali e pochi alberi stentati, frustati spesso da vento e tempeste di sabbia. A sera si accendono file di lampioni giallo arancione, ci sono gradi caseggiati bianchi con balconi, luci al neon, serate afose e polverose, notti calde sotto la luna oltre le dune, una vita da microcosmo di provincia sola. Chi conosce quelle cittadine israeliane chiare e nuove (niente a che fare con Gerusalemme e gli antichi strati millenari di storia) ritrova un’atmosfera geometrica, pensata, un po’ malinconica. In quel bordo di vita al confine della non-vita si muove il rapporto interno e verso l’esterno di una coppia. Theo è sulla sessantina e forse oltre, saggio e corpulento, una lunga vita e qualche ferita esistenziale alle spalle; con lui vive Noa, molto più giovane, insegnante di letteratura al liceo locale. Anche lei viene da storie sue. Stanno insieme da qualche anno, gettati lì nella cittadina dal loro desiderio di cercare un bandolo di vita quieta e vera. Fra loro ci sono trame di profondo affetto e di autonomia, lui ha una sua estenuata calma silenziosa (insonne, passa notti intere sul balcone a respirare nel buio il vento caldo), lei proclama brandelli di una sua indomita indipendenza, ha voglia di fare cose. Naturalmente accadono fatti, intorno a loro: e non li dirò (detesto le recensioni che raccontano gli avvenimenti). Si innestano piccole storie, talvolta dolorose, talaltra comiche, o tenere. C’è anche un progetto sociale da mettere in piedi, ci sono complicazioni burocratiche, incomprensioni sociali, con una tipologia di personaggi primari e secondari splendidamente raccontati. Ma a tremare dentro tutto il romanzo è il filo del rapporto far Theo e Noa, così fragile e forte al tempo stesso. Loro due si conobbero lontano, in America del sud, e quando crebbe fra loro l’impeto affettivo dopo la simbiosi intellettuale, lui le disse: “ora che forse sta accadendo tra di noi l’amore, mi aiuti a cercare di non distruggere ma di salvare la nostra amicizia?” Si tratta, come si vede, di una acutissima intuizione sui miseri dell’amore, che se preso da solo – il cuore senza la testa – può deragliare in sentimentalismo mentre invece, abbracciando l’interezza delle persone, si fa più saldo e alto. Infine cosa cercano Theo e Noa? Una mite pace tra loro, un bella, affettuosa, non clamorosa comunione. E di fuori, intanto, c’è il respiro vastissimo e enigmatico del deserto: una realtà sperduta, sabbiosa; una metafora.