Circolo dei Libri

Per condividere con altri il gusto della lettura, che per principio è individuale ma poi può anche farsi compagnia.

04luglio
2013

John Williams

Fazi

Lo scrittore Peter Cameron firma la postfazione dell’edizione italiana di questo romanzo che, uscito negli Stati Uni nel 1965, ha avuto una riedizione in America diventando un caso letterario. Proprio Cameron si chiede cosa abbia determinato il grande richiamo di questo libro. E afferma che “esso affronta ed esplora gli interrogativi più imprescindibili e sconcertanti che ci è dato di conoscere: perché viviamo? Che cosa conferisce valore e significato alla vita? Che cosa vuol dire amare?”. Cameron ha ragione nella misura in cui queste domande risuonano come una tensione, un basso grido impotente dentro il tessuto di tutto il romanzo. Ma il libro non dà risposte, la radice della domanda fondamentale (cos è mai la vita, chi è l’uomo?, a che vale il mio piccolo esistere?) resta inevasa, è la musica drammatica di un anelito che in questa storia non trova rispondenza se non nella percezione di un mistero insondabile, muto. Vorrei quasi dire che alla fine di questo libro viene voglia di affrontare davvero e sul serio la questione, di andare oltre e, se già lo si è fatto con qualche approdo, di approfondire quell’esperienza. Naturalmente questo è l’avvolgimento di fondo del romanzo, che poi, in più, ha una sua tensione di vicende (non clamorose, ma sensibilmente espresse, dolorosamente percepite), un suo fascino narrativo. John Williams, (1922-1994), lui stesso insegnante universitario di letteratura, ha saputo costruire una storia avvincente, totalmente coinvolgente (si legge, si legge, si vuole andare avanti, avanti…) su un fondale di enigma esistenziale, di dolorosa crisi (o domanda) di senso. In queste mie recensioni io non racconto mai la trama (trovo insopportabile chi per consigliare un libro ne svela la storia rovinando la festa al lettore). E dunque non voglio dire nulla su Stoner. Accenno soltanto al fatto che egli, figlio unico di due contadini che nella loro fattoria si sono rotti la schiena di fatica per tutta la vita, scopre quasi per caso la sua vocazione allo studio della letteratura.

Diventerà insegnante, lo sarà per tutta la vita (nella pima metà del ‘900), incontrerà l’amore, pochi amici, delle ostilità. Lo accompagnerà per sempre una sorta di estraniazione, talvolta egli vedrà sé stesso come dall’esterno, talaltra dovrò cercare di posizionarsi esistenzialmente, di darsi la fisionomia di una personalità ( di un “essere” ) che sembra venire meno. Accadono molte cose (ferite del cuore, incomprensioni sentimentali, desiderio, sorprendente scoperta d’amore, incomunicabilità, altro). Il lettore ne viene trascinato ma poi scopre anche che su molti punti permangono interrogativi, persino ambiguità, piccoli misteri non risolti, sentieri aperti di interpretazione. Lo stile narrativo è chiaro, piano, minuzioso, persino scontato in certi punti, comune come il personaggio stesso. A venir fuori con portentosa forza è la quieta, spesso sofferta, mite, incurvata figura di Stoner, tra anafettività e stupore amoroso, uomo “normale”, medio, svagato. Noi lo scrutiamo, impariamo ad avere affetto e compassione per lui, a trepidare per lui. Anche se ci sconcerta, gli vogliamo bene.