Circolo dei Libri

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08febbraio
2013

Amos Oz

Feltrinelli

Alcune decine o al massimo centinaia di persone vivono in una struttura comune, lavorano, producono, cercano di essere autosufficienti e sono organizzate secondo una condivisione piena di lavoro e diritti, con una assemblea che decide a maggioranza e un comitato direttivo. Una specie di socialismo utopico in salsa ebraica, il sogno di un ugualitarismo dal volto umano cementato dall’identità ebraica. Negli anni l’illusione e le speranze si sono affievolite, i kibbutz hanno dovuto fare i conti con l’inesorabile insorgere della variante della pasta umana. Amos Oz narra la vita di un kibbutz proprio nel momento del fiorire speranzoso di queste comunità ma già in presenza delle nervature private e personali che rendono problematico l’ideale. Viene raccontata la vita giornaliera, minuziosamente descritta, di una umanità al lavoro fuori dal mondo e dentro il proprio piccolo mondo e anche alle prese con i propri sogni, delusioni, attrazioni, ideali e inquietudini. Il romanzo intreccia una serie di vicende che sono quasi dei racconti separati, non fosse che poi i personaggi ritornano tutti in modo circolare, entrando e uscendo dalle varie storie, incrociandosi. Emerge in pieno la contrapposizione fra l’ideale sociale e politico del kibbutz (l’ennesima tentazione della felicità costruita a tavolino, ideologicamente) e la non controllabile forza dei sentimenti, delle diversità personali, dei desideri, delle fragilità: la natura umana, insomma, il suo enigma, il suo mistero.. Amos Oz, in una intervista, ha descritto l’importanza del kibbutz come ispirazione della propria opera: “Il kibbutz è una sorta di laboratorio dove tutto è concentrato: amore, morte, solitudine, nostalgia, desiderio, desolazione. E mi dà spunti per raccontare l’umanità: quel continuo tendere gli uni verso gli altri…senza mai riuscire a toccarsi. E’ dal kibbutz che attinge la mia scrittura”. Un pregio di questo bel libro sta nella caratterizzazione dei personaggi, nella sapiente allure di commedia che varca spesso il confine malinconico delle piccole tristezze, delle incompiutezze esistenziali. Ci sono figure irresistibili. Come Zvi Provizor, giardiniere del kibbutz, la cui grande passione è quella di comunicare cattive notizie agli altri: non c’è sciagura nel mondo ascoltata alla radio o letta sul giornale che lui non si precipiti a raccontare a quelli che incontra. E’ un collezionista di disgrazie. Oppure l’adolescente Moshe, orfano di mamma con il padre all’ospedale e accolto nel kibbutz: solitario, timido, sensibile, innamorato di una ragazza senza osare mai dirglielo, oscilla fra un suo passato quasi perduto e un presente nuovo. Ma ci sono poi anche la moglie tradita e la non cattiva amante che cerca con lei una alleanza, oppure uno dei capi del kibbutz, David Dagan, tutto preso dalla propria certezza istituzionale e un po’ patetico. Ma il succo di fondo del romanzo alla fine è proprio quello che si diceva: il sogno idealistico e comunista della piccola cellula sociale deve fare i conti con l ‘insopprimibile realtà della libertà e dell’ unicità delle persone umane.