Circolo dei Libri

Per condividere con altri il gusto della lettura, che per principio è individuale ma poi può anche farsi compagnia.

06dicembre
2012

Barbara Pym

La Tartaruga

In questo romanzo la protagonista in prima persona è Wilmet, elegante donna sulla quarantina sposata senza figli a un signorile funzionario ministeriale. I due vivono con la mamma di lui (una suocera benevola, originale e chiacchierina) a poche centinaia di metri dalla chiesa tipicamente londinese di St. Luke con annessa casa parrocchiale. E lì dentro ronza il piccolo alveare di parroci e viceparroci anglicani (perlopiù votati a un celibato non obbligatorio, salvo eccezioni) e di riunioni nei saloni parrocchiali con l’immancabile tè (il romanzo abbonda di tazze di tè), le torte, i pettegolezzi, le gerarchie tacite delle varie funzioni (da chi si occupa dei fiori in chiesa e delle liturgie a chi deve cucinare per i preti della canonica il merluzzo in tempo di Quaresima). Ma poi c’è anche la Londra degli anni ‘50, i ristorantini, i parchi, le rive del Tamigi. E soprattutto c’è Wilmet, con la sua tranquilla inquietudine ben controllata, la sua condizione di moglie benestante sposata a un marito gentiluomo e tuttavia pervasa, nei trasalimenti di una primavera inglese bizzarra, da enigmatiche tentazioni di amorosa evasione. Non dico di più, anche perché poi nel romanzo succede poco. Le cose accadono senza baccano, per piccoli passi intermittenti. La vita, dopotutto, si svolge nella realtà, non su un palcoscenico. A un certo punto del romanzo, di fronte all’ipotesi che sia successo qualcosa a una persona, il saggio marito di Wilmet dice: “Quel tipo di tragedia può anche capitare, certamente, ma è meglio che accada nei romanzi”. Questa ironia sottile, allusiva, pervade tutto il romanzo, con continui affondi delicati sulle minuscole contraddizioni, divertenti o amarognole, di vite normali e di piccole storie di ordinaria esistenza urbana. Eccezionale per finezza è la perspicacia psicologica di Barbara Pym, rispettosamente spietata nel descrivere sogni segreti, vaghe insoddisfazioni, egoismi spiccioli, trame sommesse, controllate paturnie affettive, pedanti atmosfere parrocchiali non prive di una loro mitezza buona. Il piglio narrativo è scintillante, divertente. Barbara Pym è impareggiabile nel mescolare il suo humor raffinato (si sorride molto, nel leggerla) con la presenza di una patina di malinconia, nella percezione del tempo che inesorabilmente passa. Certo bisogna amare il genere e voglio scomodare Piliph Roth, grande autore contemporaneo di tutt’altra sfera, il quale nel suo romanzo “La controvita” a un certo punto fa dire al suo alter ego: “All’università ho mollato la letteratura vittoriana perché non riuscivo mai a capire la differenza tra un vicario e un parroco”. Barbara Pym più che ai colori vittoriani del romanticismo cupo o degli affollamenti dickensiani sembra però rifarsi al genere precursore della magistrale Jane Austen, seppure con voluto tono minimalista. Sempre Roth del resto nello steso romanzo fa dire a una ragazza inglese che scrive racconti: “Io non scrivo con feroce energia. Nessuno potrebbe usare ciò che scrivo come una clava. La mia è una narrativa che mostra tutte le virtù inglesi del tatto, del buonsenso, dell’ironia e della moderazione: fatalmente retrograda. Dovrei firmare questi racconti così: di una persona che appartiene a un’epoca passata.” Descrizione adattissima alla Pym. E il genere può piacere moltissimo anche a chi vive nell’epoca presente.