Circolo dei Libri

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22marzo
2019

Margaret Mitchell

Mondadori

Moriva 70 anni fa ad Atlanta Margaret Mitchell, travolta a soli 49 anni da un tassista ubriaco. Nel 1936 aveva pubblicato “Via col vento”, che sarebbe diventato uno dei libri più letti al mondo: un’opera unica, uno di quei romanzi che senza toccare vette letterarie altissime sanno segnare un’epoca e affascinare generazioni di lettori. Già dall’avvio: “Rossella O’ Hara non era una bellezza, ma raramente gli uomini se ne accorgevano”. E’ uno degli incipit più celebri della letteratura mondiale, cui si aggiunge il memorabile finale: “Dopotutto, domani è un altro giorno”; e dunque tutto è possibile, nulla è mai veramente perduto. “Via col vento” ebbe nel 1939 una clamorosa conferma mondiale con il celebre film interpretato da Clark Gable e Vivien Leigh. Togliamo pure lo strato aggiuntivo di gloria cinematografica riflessa, togliamo la predilezione del pubblico per la sentimentalità a tinte forti, togliamo certa serialità emotiva alla Dumas con quasi un secolo di ritardo. Resta il fatto che Margareth Mitchell ha scritto un romanzo fluviale e appassionante, abilmente teso su avvenimenti imprevisti, drammatici, emotivi. C’è una storia sullo sfondo della Storia, come in un “Guerra e pace “ americano senza il genio tolstoiano ma con sicuro talento. C’è la vicenda di amore, egoismo, sacrifici e maturazione di Rossella O’Hara, la deliziosa e cocciuta protagonista, alle prese con un uomo ideale ed etereo e uno virile e ruvido. I personaggi, sbozzati con grande abilità narrativa, rimangono nella memoria dei lettori: il biondo e spossato Ashley, il cinico e fascinoso Retth Butler, la mite Melania, la irresistibile vecchia nutrice nera Mammy, il generoso padre sanguigno, la dolce madre-padrona. Lo sfondo è quello della Guerra americana di Secessione, che dal 1861 al ‘65 lacerò e insanguinò gli Stati Uniti, vista dalla parte degli sconfitti, i Confederati del sud, che fra l’altro non volevano l’emancipazione libera dei neri, contro i nordisti, favorevoli all’abolizionismo. La Mitichell non dà giudizi storico-politici ma presenta le reazioni partigiane, esasperate e dignitose dei vinti con il loro attaccamento viscerale alla terra, alle tradizioni, a un codice d’onore non privo spesso di nobiltà e umanità anche nel rapporto con i neri, nonostante la grande stortura etico-storica della schiavitù. La pacificazione civile della società americana richiese decenni e decenni di elaborazione e ad essa concorse anche, negli anni ’30 e ’40, il romanzo della Mitchell: tempo fa Pierluigi Battista ricordava che “con quel romanzo l’America rielaborò simbolicamente il proprio passato, comprese le ragioni dei vinti”. Il romanzo ti prende alla gola e al cuore, ti rapisce nei punti veramente belli e si fa perdonare qualche passaggio meno nitido. Eccezionale è il respiro sempre presente, anche nella lontananza, di Tara, la fattoria-piantagione nella “terramadre” georgiana, la vecchia casa bianca dell’infanzia felice con i profumi dei lunghi crepuscoli estivi fra voci piane di persone care, grida di ragazzini negri, rumore di zoccoli di cavalli, giovanotti corteggiatori a dire alla fascinosa e capricciosa Rossella che lei era la più bella del reame. La vita insegnerà il resto alla piccola O’Hara dagli occhi verdi.