Circolo dei Libri

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02ottobre
2020

Henry James

Garzanti

Questo romanzo ha la tensione di una scena teatrale e possiede in prima battuta i timbri della commedia con severi affondi e graffi nella paludata e occhiuta società aristocratica americana della seconda meta dell’800; al tempo stesso il romanzo assume i toni del dramma, raccontando una guerra affettiva e sentimentale, elegantemente recitata ma serrata, dentro il singolare triangolo di tre persone cocciute, un padre, una figlia e l’innamorato della figlia. La figlia è apparentemente banale, insignificante, ricca e non bella. Il padre è un medico celebre, ricco, testardo, intelligente e presuntuoso. Ed egoista. L’innamorato, secondo il sospetto dei lettori e secondo la certezza del padre, ama soprattutto il patrimonio della ragazza più che la ragazza. E la ragazza? Catherine, così si chiama, ama profondamente il padre ma si lascia anche investire dal vento impetuoso del sentimento amoroso che irrompe nella sua vita sotto le spoglie del bel giovanotto sfaccendato, Morris Townsend, che la corteggia. Il resto è tutto da scoprire, adagio ma anche con trepidazione, seguendo la narrazione sottile, accurata, psicologicamente attentissima di Henry James, diligente ed ambizioso erede americano della tradizione narrativa inglese di primo ‘800 (e del resto lui diventerà poi cittadino britannico e morirà in Inghilterra nel 1916). Gli echi austeniani e inglesissimi lo terranno del resto al riparo da troppe contaminazioni con il romanticismo letterario residuo dell’epoca.
Si può aggiungere, senza anticipare nulla della trama, che Catherine porta il nome della madre, morta dandola alla luce, dopo che un primo bambino bello e promettente era morto all’età di tre anni. Il dottor Sloper, il padre, orbato prima del bimbo e poi della bellissima moglie, battezza con il nome dell’amata consorte la figlia. Ma egli, che già inconsciamente vede nella bambina la causa della morte della moglie, si accorge con gli anni che la figlia non ha la bellezza della madre, né la sua intelligenza vivace. È discreta, mite, banale, ubbidiente: persino, lui pensa, un po’ ottusa. Il resto lo scoprirà il lettore, il quale conoscerà anche una petulante zia sognatrice e imbevuta di tentazioni romantiche, Lavinia Pennimann, una specie di connivente ma anche fastidiosa matrigna. E pochissimi altri personaggi. Il gioco, felpato ma serrato, si svolge di fatto fra padre, figlia e pretendente. A parte una parentesi europea, la scena è quasi sempre in Washington Square o nei dintorni. Il tutto è cucito con il finissimo filo della narrativa di Henry James, attentissimo ai grovigli psicologici e alle grandi recite sociali della società aristocratica e danarosa di fine ‘800. Scrive nella prefazione interessante ma un po’ troppo dotta (da leggere dopo, non prima di aver delibato il romanzo!) Franco Cordelli: “In ‘Washington Square’ predomina, soprattutto nelle memorabili pagine retrospettive, quelle dei ‘bilanci’ e degli addii. Un tono crepuscolare, quasi di mestizia, e comunque di acuto, lancinante raccoglimento”.