2025
Compie 100 anni un gan bel romanzo, forse il migliore della copiosa produzione del suo autore:
W. Somerset Maugham, “Il velo dipinto” , Adelphi
Pubblicato appunto un secolo fa, nel 1925, “Il velo dipinto” di William Somerset Maugham (1874-1965) è un piccolo classico del Novecento, bello e febbrile, che mette in scena i fili di destini difficili ma infine anche pacificati sullo sfondo della vita coloniale inglese a Hong Kong. C’è un adulterio (lo si annuncia subito) consumato da Kitty Fane, una giovane signora inglese traslocata in Cina al seguito del marito, un medico biologo un po’ noioso, dentro una società britannica in via di estinzione ma ancora legata ai privilegi di casta. La relazione dura pochissimo e viene scoperta ma lascia una cicatrice profonda, un percorso di castigo ottuso ma anche di purificazione interiore. Al contrario di Emma Bovary o di Anna Karenina, Kitty Fane non finisce né avvelenata né sotto un treno… Ma c’è tutto un cammino di smarrimento, di solitudine. E poi la risalita nel cambiamento profondo, nel ritrovamento di un proprio “Io” più consapevole. Il tessuto psicologico e morale è soltanto uno degli aspetti rilevanti del romanzo. Sontuosamente descritti sono gli sfondi: quello della Hong Kong britannica, con i suoi tè e i portatori cinesi con il risciò e i ricevimenti pettegoli e raffinati ma soprattutto quello della Cina dell’interno, ancora imperscrutabile e paurosa, dove il rancoroso Walter, il marito tradito, trascina la moglie in una autopunizione di coppia sul fronte di una epidemia spaventata di colera. La trasformazione di Kitty in donna consapevole è aiutata dall’incontro decisivo con un piccolo convento di suore cattoliche francesi che si spendono in totale carità dentro una situazione devastante. La Madre Superiora, che ha abbandonato il suo casato nobiliare di Francia per farsi umile suora fra povertà ed epidemia, è una grande figura, una espressione di umanità vera e profonda in azione.
In un angolo di un povero bar urbano, una specie di mensa popolare, Simon Tanner, protagonista del romanzo “I fratelli Tanner” (1907) dello scrittore svizzero Robert Walser (1878-1956) dedica un breve monologo riflessivo a una sua singolare teoria della sobrietà, lì intesa come sobrietà nel mangiare e bere. Ma può valere anche per molte altre scene della vita.
“Simon era seduto in un angolino, una specie di bovindo, e mangiava burro e miele spalmati su un pezzo di pane, bevendo insieme una tazza di caffè: ‘Cosa mi serve mangiare di più in una così bella giornata? Il cielo azzurro di primavera non lascia forse cadere il suo sguardo benevolo, attraverso la finestra, sul mio cibo dorato? Certo, il mio cibo è dorato. Guardiamo soltanto il miele: non ha forse un colore giallo chiaro, dolcemente dorato? Quest’oro scivola così piacevolmente sul piccolo piattino bianco, e quando col coltello appuntito ne tolgo un poco mi sembra d’essere un cercatore d’oro che ha scoperto una pepita. Il bianco del burro lì vicino è incantevole, poi viene il colore bruno del pane saporito, e bello più di tutto è il marrone scuro del caffè nella graziosa tazza pulita. C’è al mondo un cibo che possa apparire più bello e appetitoso? E con questo io sazio magnificamente la mia fame, e di cosa altro ho bisogno se non di saziare la mia fame per poter dire: ho mangiato? Devono esserci persone che del mangiare fanno una cultura, un’arte; ebbene, non posso dire lo stesso anche di me? Certamente! Solo che la mia arte è discreta e la mia cultura più delicata, perché godo del poco con maggiore passione e più sontuosamente di quanto quelli non godano del molto e di ciò che non vuole aver fine. Inoltre non mi piace tirare tanto in lungo i pasti, altrimenti potrebbe più facilmente passarmi l’appetito…“
Robert Walser, da “I fratelli Tanner”, Adelphi
(m.f.) Questo è tempo di Quaresima: al di fuori del suo senso di silenzio interiore fra l’ultimo bagliore dei carnevali e la nuova luce della Pasqua e il rinascere della primavera, in questo periodo si parla spesso più in generale di buoni propositi, di una tensione per una sobrietà almeno temporanea, un esercizio di stile per una vita più attenta al profondo delle cose e meno alle eccedenze eccitate. Poi c’è anche chi in questo “tempo forte” si crea dei buoni stimoli e alibi per farsi piacere ferree diete dimagranti, tentativi di ridurre il giro di vita invece di cambiare un po’ la vita. Simon Tanner a un certo punto della vicenda del romanzo, proprio parlando del rapporto con il cibo, afferma la propria vocazione laica, esistenziale e persino lirica a una sobrietà come felice “istruzione per l’uso” del mangiare. Poi naturalmente il pensiero di Walser è anche allusivo, simbolico, delicatamente bizzarro. E sappiamo benissimo che si può anche mangiare indagando altri gusti, scoprendo invenzioni e tradizioni: la tastiera delle papille gustative suona musiche complesse. Ma, ne converrete, resta bellissimo, pittorico, il passaggio che vi abbiamo qui presentato del romanzo di Robert Walser, grande, umile, mite e agitato scrittore, girovago e camminatore, smarrito spesso in se stesso, creatore di scrittura ingenua e profonda, curiosa. Un cercatore di bellezza minima e di enigmi interiori, senza piombo nelle ali, senza ambizione invelenita. Simon è un candido, febbrile, appassionato e semplice protagonista del romanzo, in cui Robet Walser mette molto se stesso, anche evocando il richiamo e le inquietudini della fratellanza (e la copertina dell’edizione italiana di Adelphi, riprodotta qui sopra, mostra una bella acquaforte del fratello artista dello scrittore, Karl Walser, realizzata nel 1909). Proprio di Simon Tanner, creato da Walser, il suo grande estimatore Franz Kafka ha scritto: “Simon corre dappertutto, felice sino alla punta dei capelli, e alla fine non diventa nulla, se non una gioia del lettore”. Simon possiede dunque una sua sobrietà innata in tutto, e perciò anche quando si siede a tavola. Gli viene naturale, sempre: pensa quello che vive e vive quello che pensa, e dunque anche mangiando lui vive e crea una propria incantata sobrietà.
Per Simon (per Walser) il misurato gusto del cibo si impasta con i suoi colori, che vanno oltre il colore, e con la chiarità dell’aria e del cielo che avvolgono il piatto, il pane, burro e miele, l’osservazione minuziosa del mangiatore……
Robert Walser, dopo una vita inquieta intensa, punteggiata di dimore, viaggi, mestieri, sofferenze, dopo essere stato liberamente vagabondo ed essersi tuffato in una scrittura attentissima e sensitiva (una specie di calligrafia esistenziale) finirà i suoi giorni in una clinica psichiatrica del cantone Appenzello. A 78 anni, il 25 dicembre del 1956, nella mattina di Natale silenziosa e piena di neve, esce dalla clinica per una passeggiata e non fa più ritorno. Lo cercheranno, e seguendo le sue orme nella neve scopriranno infine la sagoma nera e immobile del suo corpo sul bianco, con le braccia spalancate. Morto per un infarto. “Sembrava un angelo caduto dal cielo”, dirà uno di quelli che erano accorsi sul posto.
Basterebbe da sola, per cogliere un lampo di bellezza, già la copertina della edizione italiana di “La donna giusta” di Sándor Márai (1900-1989) con il bellissimo ritratto di Rosabianca Skira, del 1949, opera del pittore Balthus (1908-2001): il sublime e il mistero in un volto pensoso di donna. Ma poi naturalmente c’è il romanzo, corposo e sontuoso, un prisma luccicante di cui ogni lato proietta uno sguardo proprio su una identica vicenda di amore, disamore, illusione, ambiguità, solitudini; e l’inadeguatezza ad amare ma soprattutto ad essere amato sperimentata da un uomo fine, signorile, onesto, incompiuto, triste. Con due figure complesse di donne, realistiche e desiderose. E un enigmatico amico… Ma qui, in attesa di riparlare in futuro di questo libro, ci interessa cogliere una piccola perla, un pensiero profondo dedicato alla lettura: una passione che per accendere l’animo di chi vi si tuffa dentro deve essere un corpo a corpo, uno splendido duello, non già un passatempo elegante per innaffiare il proprio deposito culturale e ingannare la propria noia. La lettura, par di capire, è una cosa troppo seria per lasciarla in mano ai tiepidi….
“Leggevo molto. Ma anche riguardo alla lettura, sai com’è…, riesci ad avere davvero qualcosa dai libri solo se sei capace di mettere qualcosa di tuo in ciò che stai leggendo. Voglio dire, solo se ti accosti alla lettura come a un duello, con lo stato d’animo di chi è disposto a ferire e a essere ferito, a polemizzare, a convincere e a essere convinto, e poi, dopo aver fatto tesoro di quanto hai imparato, lo impiegherai per costruire qualcosa nella vita o nel lavoro…Un giorno mi sono accorto che nelle mie letture di mio non mettevo più niente. Che ormai mi dedicavo alla lettura come chi si trova in una città straniera e, per passare il tempo, si rifugia in un museo a contemplare, con sguardo cortese e annoiato, gli oggetti esposti. Leggevo quasi per senso del dovere: è uscito un nuovo libro, se ne sente parlare, bisogna leggerlo. Oppure: non ho ancora letto questo classico, sento il bisogno di colmare una lacuna così grave nella mia cultura, e allora decido di dedicarvi un’ora ogni mattina e ogni sera. C’era stato un tempo in cui per me la lettura era un’autentica esperienza, il cuore mi batteva quando tenevo tra le mani i libri appena usciti degli autori che conoscevo, un nuovo libro era come un incontro, una compagnia rischiosa dalla quale potevano scaturire emozioni felici, ma anche conseguenze inquietanti e dolorose. Ormai adesso leggevo così come andavo in fabbrica a fare il direttore, partecipavo a eventi mondani o mi recavo a teatro…” (Sándor Márai, da “La donna giusta”, Adelphi).
Buon Natale a tutte e tutti gli amici del Circolo dei libri. I giorni natalizi possono diventare anche tempo più quieto e raccolto per sostare, oltre che tra gli affetti più cari, anche fra buoni libri in quella che noi chiamiamo "l'avventura della lettura". Nel frattempo ecco, per chi ci segue anche nei Circoli di lettura in presenza, le prime indicazioni per la ripesa degli incontri nel nuovo anno che arriva (per ulteriori informazioni scrivere a info@circolodeilibri.ch)
CIRCOLI DI LETTURA INVERNO-PRIMAVERA 2025
Lunedì 10 febbraio a Bellinzona (M Space, viale Stazione) alle ore 20.00;
Martedì 11 febbraio a Lugano (in “VIA ECCEZIONALE all’Albergo SPLENDIDE) alle ore 16.30 e alle 20.00.
Lavoreremo su un racconto di Joseph Conrad contenuto nella raccolta di tre racconti (così voluta e titolata dall’autore):
Jospeh Conrad, “Fra terra e mare”, Einaudi
Ci dedicheremo al racconto di mezzo, intitolato “Il compagno segreto”.
Chi vuole può leggere anche gli altri due (anzi, sarebbe interessante) ma cerchiamo almeno di concentrarci bene su quello di mezzo. Si tratta di un racconto apparentemente semplice ma anche molto complesso, questa volta tutto di mare, come quasi tutta la narrativa di Conrad (che ha navigato come comandante di bastimenti per vent’anni nei mari del mondo). Il racconto si presta a plurime percezioni e interpretazioni, ognuno si abbandoni alla lettura senza porsi troppi problemi, ci sarà tempo per ripensarci dopo. Non leggete assolutamente la prefazione prima di aver letto il o i racconti (semmai fatelo dopo, ma si può anche saltare).
A marzo evitiamo i primi lunedì e martedì del mese perché sono giorni di vacanze di carnevale. Ci incontriamo dunque
Lunedì 10 marzo a Bellinzona, sempre presso M Space, alle ore 20.00;
Martedì 11 marzo a Lugano all’Albergo Villa Castagnola alle ore 16.30 e alle ore 20.00;
lavoreremo su un romanzo inglese dell’Ottocento:
Wilkie Collins, “La donna in bianco”, Fazi.
È un romanzone, lungo quasi ottocento pagine. Tranquilli, si beve a garganella, tanto risulta avvincente, pieno di suspense ma anche ironico, commovente e patetico ma anche asprigno su molti difetti della natura umana e per fortuna contento di parteggiare per chi invece ha cuore buono e generoso... Ha un intreccio teso e misterioso, con colpi di scena, ritratti gustosi e momenti drammatici, destini stupefacenti e incrociati. Wilkie Collins, che era molto ammirato come scrittore e stimato da Charles Dickens, è considerato oggi dalla critica un autore classico dell’Ottocento britannico e, di fatto, l’inventore del genere letterario cosiddetto poliziesco, o investigativo (ma i suoi romanzi vanno ben oltre il “giallo”).
Per aprile, saremo a cavallo sul passaggio di mese:
Lunedì 31 marzo a Bellinzona e martedì primo aprile a Lugano (stessi luoghi, stessi orari), il titolo seguirà.
Maggio:
Lunedì 5 maggio a Bellinzona e martedì 6 maggio a Lugano (stessi luoghi e stessi orari), il titolo seguirà.
Leggete questa bella frase, quasi pittorica, di Charles Baudelaire (1821-1867):
«La carrozza porta via al gran trotto, in un viale zebrato d'ombra e di luce, le bellezze adagiate come in una navicella, indolenti, mentre ascoltano vagamente le galanterie che cadono nel loro orecchio e si abbandonano al vento della passeggiata».
Scritta nella prima metà dell' Ottocento, sembra prefigurare l'arte impressionista che stava per nascere. Baudelaire era un appassionato d'arte: «Sin da giovanissimo, i miei occhi colmi di immagini dipinte o incise non avevano mai potuto saziarsi e credo che i mondi potrebbero finire prima che io diventi iconoclasta. Glorificare il culto delle immagini: la mia grande, la mia unica, la mia primitiva passione». Parafrasando Stendhal, aveva scritto: "Il Bello non è che la promessa della felicità". Salvo che Stendhal in quel caso si riferiva alla bellezza femminile, dopo una notte milanese passata a veder danzare in una festa delle donne molto belle. Baudelaire, invece, si riferiva all'arte, in generale. Osservava per le vie di Parigi scene, luci, colori, gente, amava guardare nei quadri la vita e la vita nei quadri. E scriveva…
Immagine: Edgar Degas (1834-1917), "Carrozza alle corse"
"Come faccio a spiegare a mia moglie che quando sto davanti alla finestra e guardo fuori senza fare niente io sto lavorando?". Questa frase l’ha scritta Joseph Conrad, grande autore anglo-polacco, per dire in modo paradossale che lo scrittore spesso deve rimanere in un silenzio fisicamente inattivo per ruminare la genesi della propria scrittura a venire. Pierpaolo Pasolini in un suo verso scrisse: "Per essere poeti, bisogna avere molto tempo". Sono cose che si sanno, o quantomeno si intuiscono. Però adesso ecco la conferma in un libretto curioso di Francesco Piccolo: "Scrivere è un tic: i metodi degli scrittori", appena edito da Einaudi. L’autore, con cura e acume, è andato raccogliendo testimonianze dirette e indirette sui modi, le manie, i gesti, le scaramanzie, gli ambienti, i vezzi compositivi dei maggiori scrittori. Ne nasce un gioco divertente di informazioni interessanti, talvolta bizzarre. Senza esagerare, tuttavia: alla fine a contare non è come un autore scriva, ma quello che scrive. E così, fra le molte curiosità, ritroviamo il bisogno di tempo, molto tempo, apparentemente vuoto, di cui uno scrittore necessita per generare le proprie parole su carta. E troviamo per esempio un pensiero di Raffaele La Capria: "la mia giornata è una continua perdita di tempo in cui cerco di includere qualcosa di creativo. Ma questo qualcosa di creativo che io includo nella perdita di tempo non sarebbe possibile se non perdessi tempo, perché per inventare qualcosa uno deve essere distratto, non essere troppo concentrato. Così faccio". E Claudio Magris: "C’è bisogno di avere pomeriggi interi da buttare via".
Bene. Concediamo dunque agli scrittori tutto il tempo che vogliono per guardare fuori dalla finestra e buttare via le ore. Poi però, per favore, scrivano qualcosa. Di buono. Li aspettiamo. È per questo che esistono gli scrittori.
Per una volta ci ricolleghiamo direttamente all’attività dei nostri incontri dei Circoli di lettura. Lunedì e martedì 4 e 5 novembre scorsi abbiamo lavorato su due romanzi brevi di Lev Tolstoj: entrambi incentrati sulla realtà complessa, quieta o drammatica, dei rapporti coniugali di coppia, essi sono tuttavia diversissimi fra loro, quasi fossero stati scritti da due autori differenti e non dallo stesso e unico scrittore, il grande e inquieto Tolstoj. Distanziati nel tempo (“Felicità familiare” è del 1856,“Sonata Kreutzer” è del 1889) i due romanzi sono quasi diametralmente opposti per contrasto di drammaticità, contesto e stile, e tuttavia posseggono, a ben vedere, anche alcuni punti di raccordo e di consonanze. Per tutti coloro i quali amano Tolstoj e volessero leggere o rileggere queste sue due opere e per chi ha partecipato ai nostri incontri, crediamo di fare cosa utile pubblicare qui di seguito un commento interessante e approfondito che una nostra fedele partecipante e forte lettrice (Francesca Battistella, redattrice culturale) ci ha inviato.
La letteratura, la scrittura creativa servono (anche, e non solo) a non disperdere del tutto la vita che passa, il tempo perduto, e a far rivivere in un certo senso ciò che era svanito. Per confermarlo citiamo, da un bel libro fresco fresco, un passaggio eloquente. Il libro è “I titoli di coda di una vita insieme”, appena pubblicato per Einaudi da Diego De Silva. Di quel romanzo riparleremo. Per ora ecco un lampo di dialogo fra una sorella e un fratello scrittore affermato, al quale lei rimprovera di struggersi eccessivamente di pentimento per avere in un momento di debolezza venduto la vecchia, cara casa delle felici vacanze infantili e giovanili in montagna:
• E poi scusami, a che ti serve possedere una casa?-
• Non ho capito-
• Hai perso una casa, e allora? Tu ci campi, di questo. Non si scrive forse per raccontare quello che si è perso?-
Aveva ragione, ovviamente. Uno scrittore non colleziona cimeli. Tiene le cose che ha perduto in una stanza interiore dove nessuno può entrare. É, per così dire, più interessato alla morte, che è un dramma, che alla vecchiaia, che è accanimento della vita. Cosa se ne fa di una cosa che invecchia con lui, che gli sopravviverà e cambierà proprietario?”
Com’è vero. In fondo, a guardar bene, la letteratura non è altro che la trasformazione in scrittura di uno dei bisogni profondi del cuore umano, che è quello di conservare il tempo, di non lasciarselo sfuggire per sempre. E allora l’essere umano, se ne ha il talento, inventa tempo, inventa vite. Racconta storie. Che talvolta sono solo da gustare con piacere puro, per divertimento o emozione, come una musica. Qualche altra volta dentro un romanzo battono anche le domande inesorabili e struggenti della vita, le inquietudini di senso, il desiderio di impegno civile e di tensione morale. Ma sempre storie, sono: tempo passato e ricreato.
L’estate sta finendo…Ricominciamo ad incontraci per rivivere insieme la lettura di libri. Infatti, come dice un nostro motto, “si legge da soli, se ne parla in compagnia”. Riprendiamo a ogni inizio mese il lunedì a Bellinzona alle ore 20:00 e il martedì a Lugano alle 16:30 e alle 20:00. Ecco le date e i titoli di settembre, ottobre, novembre e dicembre: PROGRAMMA CIRCOLO DEI LIBRI
"Mia madre mi raccontò che le prime cose che io scrissi furono continuazioni delle storie che leggevo, perché mi dispiaceva che finissero, oppure volevo cambiare il finale. E forse è ciò che ho fatto per tutta la vita senza saperlo."
Mario Vargas Llosa, dal discorso tenuto a Stoccolma il 7 dicembre 2010 in occasione dell’assegnazione del Premio Nobel per la letteratura
“In un’epoca di divisioni che crescono pericolosamente, è necessario che ci mettiamo in ascolto. La buona scrittura e i buoni lettori abbatteranno le barriere”.
Kazuo Ishiguro, dal discorso tenuto a Stoccolma il 7 dicembre 2017 in occasione del conferimento del Premio Nobel per la Letteratura 2017
“Quando scrivo, devo sentire tutto dentro di me. Devo passare attraverso tutti gli esseri e gli oggetti presenti nel libro. Ecco a cosa mi serve la tenerezza: la tenerezza è l’arte della personificazione e della compassione."
Olga Tokarczuk, dal discorso tenuto a Stoccolma il 7 dicembre 2019 in occasione del conferimento del Premio Nobel per la letteratura 2018
immagine: Un ragazzo siede tra le rovine di una libreria londinese dopo un raid aereo l'8 ottobre 1940