Circolo dei Libri

Per condividere con altri il gusto della lettura, che per principio è individuale ma poi può anche farsi compagnia.

12giugno
2020

Leggere non allunga la vita. Ma allunga le ore. Leggere un buon libro non ferma il tempo ma cambia il nostro rapporto con il tempo. Senza nessuna tentazione di snobismo da lettura, vale la pena ogni tanto partecipare al dialogo fra chi crede che leggere libri aggiunga tempo al tempo e chi pensa che invece sottragga tempo alla vita. Tenendo sempre ben presente, in ogni caso, che leggere e scrivere storie si apparenta alla millenaria vocazione umana (da molto prima che nascesse la scrittura, e per sempre) di ascoltare e raccontare storie. Cliccate su "continua" e trovate due riflessioni del titolare del Circolo dei libri. Uno solo dei molti punti di vista possibili.

(mf) Leggere storie è bello; ma occorre dire che c'è pure chi, sapendo che i romanzi raccontano vite,diffida della lettura come supplente del vivere, droga consolatoria: "con tutti i libri che leggi, non guadagnerai un centimetro di vita vera, riponi quei volumi e lasciati vivere". Questa apparente frattura fra il leggere e il vivere ha abitato anche lo spirito di parecchi scrittori, i quali si sono chiesti se le migliaia di libri letti avessero davvero a che fare con la vita vera; se, a dispetto di tutte le storie inventate, l'essenza vera dell'esistenza non sia un'altra, non corra fuori dai libri. Si tormentava su questo Thomas Mann, che ha fatto balenare più volte (e in modo specifico nel racconto "Tonio Kröger") nella sua narrativa la possibile inadeguatezza fra arte e vita autentica. Hermann Hesse in "L'uomo con molti libri" presenta al bibliofilo il conto della vita vera: "Aveva letto, voltato le pagine, divorato carta; ah, e là dietro, dietro l'infame muro di libri c'era stata la vita, cuori erano bruciati, passioni si erano scatenate, sangue e vino erano corsi, erano accaduti l'amore e il delitto". Raymond Carver dice di non perdere di vista la vita: "Se siamo fortunati, finiremo l'ultimo paio di righe di un racconto e ce ne resteremo seduti un momento o due in silenzio. Idealmente, ci metteremo a riflettere su quello che abbiamo appena scritto o letto; magari il nostro cuore e la nostra mente avranno fatto un piccolo passo in avanti rispetto a dove erano prima. La temperatura del corpo sarà salita, o scesa, di un grado. Poi, dopo aver ripreso a respirare regolarmente, ci ricomporremo, non importa se scrittori o lettori, ci alzeremo e, 'creature di sangue caldo e nervi', come dice un personaggio di Cechov, passeremo alla nostra prossima occupazione: la vita. Sempre la vita."

Visto che amo leggere e mi piace molto anche la vita, visto che non percepisco questa presunta dissonanza fra il rifugiarsi nei romanzi e la sostanza della vita concreta, preferisco credere che quegli struggimenti degli scrittori citati abbiano piuttosto a che fare con una loro problematicità, talvolta un loro « mal di vivere », come può accadere a tutti, anche a chi né scrive né legge. Sto dalla parte di chi crede che la lettura arricchisca la vita: è come il denaro, di cui è stato detto che non basta per essere felici ma un po' serve. La lettura ti apre squarci impensati: come diceva Salgari, scrivere e leggere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli.

Nella narrativa c'è il riflesso (divertente, triste, commovente, drammatico, talvolta geniale) della vita. «Chi legge vive due volte», diceva l'editore Valentino Bompiani. E in effetti uno si tuffa in un romanzo ed entra in una vita altra, in una realtà immaginata ma vivida come se fosse vera (nutrita peraltro dall'esperienza del vissuto). E d'altra parte quando chiudi il libro e rialzi lo sguardo sulla realtà, ci ritrovi accenti e rimandi di quelle storie appena lette. Perché in fondo, a guardar bene, la narrativa non è altro che la trasformazione in scrittura di uno dei bisogni profondi del cuore umano, che è quello di conservare il tempo, di non lasciarselo sfuggire per sempre. E allora l'uomo, se ne ha il talento, inventa tempo, inventa vite. Ricrea, immagina, plasma nell'argilla delle parole le raffigurazioni di esistenze, storie, misteri, amori e dolori. Naturalmente poi il senso vero della vita, il mistero ineffabile del destino non stanno nei libri ma nell'esistenza stessa, nella realtà da incontrare e decifrare. Ma questa è un'altra storia. Da vivere, non da leggere. E dopotutto le due cose saranno sempre un po' mescolate. Gustave Flaubert l'aveva intuito: «Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come gli ambiziosi, per istruirvi. Leggete per vivere.»

Nell'immagine: Carl Spitzweg, "Il topo di biblioteca", 1857