Circolo dei Libri

Per condividere con altri il gusto della lettura, che per principio è individuale ma poi può anche farsi compagnia.

07maggio
2021

Edith Bruck

La nave di Teseo

Siamo nel 1944, in un villaggio ungherese una ragazzina di 13 anni, di famiglia ebraica, viene con tutti i suoi cari trascinata di forza via da casa. Lei e la sua famiglia e migliaia di altri ebrei vengono ammassati su un treno merci e portati nei campi di concentramento nazisti. I ragazzi vengono brutalmente strappati ai genitori, i quali andranno ben presto a morire nelle camere a gas. La bambina, Edith, comincia con la sorella maggiore una peregrinazione terribile nei campi di Auschwitz, Dachau, Birkenau, Bergen-Belsen. La sofferenza è atroce: le ragazze sono denutrite, affamate, umiliate: vedono una loro amica, antica compagna di giochi al villaggio, suicidarsi disperata gettandosi contro la recinzione elettrificata. Edith vede in azione il male: lei e gli altri prigionieri devono anche assistere da vicino alle impiccagioni di giovani compagni di prigionia, colpevoli di tentate ribellioni. Questa tragedia viene narrata, 75 anni dopo, con precisione lucida, da quella ragazzina: perché Edith quasi per miracolo alla fine ce la fa a scampare con la sorella. Per Edith è dura ricominciare a vivere con dignità e pienezza dopo quella terribile esperienza: viaggerà in molti paesi e finalmente trova in Italia una nuova patria anche perché lì incontra il poeta (e regista) Nelo Risi, che sarà il grande amore della sua vita. I due si sposano e vivranno assieme il resto delle loro due esistenze. Risi muore nel 2015, malato di Alzheimer, e la moglie l’ha accudito personalmente sino alla fine. Edith oggi ha 90 anni e vive a Roma. Nel frattempo e nel corso dei decenni è diventata scrittrice in lingua italiana, autrice di parecchi romanzi. Ora ha deciso di scrivere questo libro per dire un’altra volta meglio e fino in fondo quel che ha già detto molte volte e perché vuole obbedire alla esortazione che un ebreo morente (mentre lei ragazza era costretta a trasportare cadaveri di prigionieri e ammonticchiarli per farli bruciare, ma alcuni detenuti erano ancora flebilmente in vita!) le aveva mormorato: “Racconta. Non ci crederanno, racconta, se sopravvivi, anche per noi”. Poche settimane fa a Edith Bruck è successa una cosa che l’ha commossa. Il Papa aveva letto il suo libro e ne era stato colpito. E così, saputo che la Bruck vive a Roma, Papa Francesco decide improvvisamente di farle visita, senza ufficialità. Telefona ad annunciare il suo arrivo, si fa portare con discrezione nella via dove la scrittrice abita, sale, Edith Bruck apre la porta e dirà poi che quando il Papa le ha preso le mani (i due sono vaccinati, niente mascherine…) si è messa a piangere, e più volte durante il lungo colloquio nel salotto di casa lei ha pianto ancora. Perché il Papa le ha manifestato la propria emozione solidale, le ha fatto domande trepide e ha voluto in particolare che gli raccontasse bene alcuni episodi che nel libro Bruck chiama “le piccole luci”, i pochissimi spiragli di bontà dentro la voragine del male (come quando un soldato tedesco lancia, a lei affamata e denutrita, una gavetta ordinandole di lavargliela ma dentro le ha lasciato uno strato di marmellata, per aiutarla). Il Papa, settant’anni dopo, ha voluto sentirsi ripetere quegli episodi che riescono a non cancellare del tutto la speranza dell’uomo, il desiderio di bene. Un libro, quello di Edith Bruck, che deve essere letto, così come deve essere letto il bellissimo e tremendo piccolo libro “La notte”, in cui il premio Nobel Elie Wiesel racconta la propria esperienza di quindicenne ad Auschwitz, unico scampato di tutta la sua famiglia. La testimonianza di chi c’era e ha visto (ed è ancora vivo come Bruck, oppure già morto come Wiesel: ma la scrittura non muore, rimane), è per noi un dovere: civile e morale prima che letterario.

23aprile
2021

​Marco Balzano

Einaudi

“ - Tu non dovevi nascere -. Questa frase Moma me la ripete da sedici anni. Moma è mia madre, la chiamo così fin da bambino. Qualche tempo dopo la prima gravidanza l’avevano operata all’utero e le avevano detto che poteva scordarsi di avere altri figli (…). Forse per questo Moma mi ha sempre amato come una pazza, perché da desiderio senza speranza sono diventato carne ed ossa”. Comincia così, con questa confessione del ragazzo Manuel, la storia sua e di sua madre Daniela, e anche dell’altra figlia, sua sorella Angelica, il nuovo romanzo di Marco Balzano che i tre personaggi narrano, alternandosi, ognuno in prima persona. Loro stanno in Romania e faticano a farcela economicamente. E allora capita che questo amore assoluto di sua madre Manuel lo sente come tradito, o quantomeno interrotto, mutilato, quando la mamma decide di partire per Milano, dove vuole fare la badante e diventare una pendolare periodica (tornerà, quando potrà, una volta all’anno, forse). I figli vengono affidati ai nonni, perché poi il padre, già sfaccendato di suo, colpito da quella che ritiene una fuga da parte della moglie finirà per andarsene via di casa, girovagando in Romania come autista di camion. I nonni sono una sicurezza affettiva e di radice forte, di robusta sapienza contadina e antica. Ma la mamma manca, la sua assenza è una amputazione, Manuel ne soffre e a poco servono i regali che la madre manda da Milano oppure porta con se le poche vote che torna, peraltro per ripartire presto. Il lettore vive su due scene: da una parte segue il travaglio di Manuel e Angelica e percepisce i paesaggi, le stagioni, gli odori, le usanze della provincia rumena, e coglie la preziosa vena umana e ben radicata dei nonni); dall’altra parte si vivono i giorni milanesi di Daniela, la sua esperienza difficile, la sua nostalgia aspra, i piccoli palpiti di umanità e persino di affetto che lei riesce a stabilire con quelle persone fragili, invecchiate, totalmente sconosciute che le vengono affidate e che lei deve curare fin nei bisogni più intimi (c’è poi anche una esperienza come bambinaia, con esiti d’altro genere). Poi succede che la vita riservi fatti inattesi e Daniela deve fare i conti con una emergenza di una sua presenza a casa, accanto a Manuel: non sveliamo nulla, qui, della trama, se non dicendo che Daniela dovrà capire se riuscirà a riannodare davvero il filo affettivo, biologico, di pancia e di cuore che la lega al figlio abbandonato a intermittenza, e se lui saprà riacciuffare quell’amore “da pazza” per lui che aveva percepito in sua mamma. Daniela, Angelica e Manuel cercano di farcela, di tener vivo il laccio prezioso, non eliminabile, del loro rapporto primigenio, nonostante gli strappi della migrazione, della “fuga”. Il romanzo di Balzano, raccontato con linguaggio trepido, partecipe, di immedesimazione attenta con i personaggi, narra una storia di sentimenti privati ma tocca anche un tema sociale sensibile: noi le badanti le giudichiamo in genere a metà, in base alla loro sola funzionalità che ci interessa (sapranno curare bene i nostri cari che affidiamo loro? Saranno efficienti?). Invece quelle donne hanno una identità completa e complessa, possiedono una loro storia personale profonda, hanno lasciato in patria affetti e memoria, rimpianti e ansie, legami di sangue: vita. Vale la pena non dimenticarlo mai. Il libro di Balzano è un romanzo che tocca corde sociali ed è anche un romanzo di struggimento e di nostalgia. Belllissimi i due versi di Mario Luzi che l’autore (il quale non a caso dedica il libro alla propria madre) ha posto in capo al proprio romanzo: “Passa sotto la nostra casa qualche volta,/volgi un pensiero al tempo ch’eravamo ancora uniti”.

26marzo
2021

L’Ora Nona

Einaudi

Una Brooklyn brulicante di gente a inizio Novecento, nel melting pot di immigrazione fresca, uno sguardo irlandese e cattolico, una storia di grazia, vocazione, sentimenti amorosi, drammi interiori. La scrive Alice McDermott, di cui abbiamo apprezzato in passato parecchi romanzi (e su “Il nostro caro Billy”, molto bello, abbiamo lavorato). Non è un romanzo sulle suore cattoliche, questo, ma certo dentro di esso ronzano molte suore e suorine piene di fervore e carità, infaticabili. Alcune di queste suore, nella tenacia e nel candore della loro fede, risultano figure di fresca bellezza, testimoni di grande forza. Poi “lo spirito soffia dove vuole”, la vocazione religiosa può fiorire ma anche sfiorire, il groviglio dei sentimenti, delle pulsioni, dei legami familiari e affettivi costituisce il percorso complesso, intenso e sofferto di ogni vita. Il nucleo della storia parte da una giovane coppia di immigrati irlandesi, in cui subito viene a mancare, in modo drammatico, l’uomo, che sarebbe dovuto diventare il padre della creatura di cui la sua compagna era incinta. E così Annie resta sola con il suo figlio in pancia e senza denaro e lavoro. E’ qui che interviene la fervorosa rete delle suorine di carità, che alternano preghiere claustrali a continue scorribande nella affollata e povera realtà urbana di Brooklyn a soccorrere malati e sventurati. Annie viene accolta in convento, lavorerà nella lavanderia e stireria, metterà al mondo la piccola Sally e anche la bambina crescerà fra lenzuola, vapori di bucato, odore di sapone e chiacchiere di suore. Sembrerebbe che Sally, la quale fra le suorine alacri si trova benissimo, senta il soffio di una vocazione. E lo prende sul serio. Ma Sally prende sul serio anche la realtà che le accade intorno. Il romanzo segue la vita di Annie e Sally (che diventa grande) e ci racconta la loro storia sentimentale e affettiva, i loro incontri, la drammaticità della loro esperienza. Fino ad esiti complessi. La forza di questo romanzo sta in una grazia narrativa tutta intessuta attorno a un realismo di piccole cose, povera gente, bisogni primari, urgenze di vita quotidiana e al tempo stesso spalancata su due versanti: da una parte la carità vera, concreta, toccabile con mano, delle piccole suore di carità (il romanzo è anche, senza nasconderlo, un cantico intenerito alla bellezza delle vocazioni religiose vere, c’è in Alice McDermott come una profonda nostalgia per una fede che forse lei ha perduto, chissà); dall’altra parte (tutta intessuta con la prima) sta il cammino di vita di Annie e Sally e di alcune persone da esse incontrate e la cui esistenza si intreccia con la loro. Grazia e fede, libertà, responsabilità, senso di colpa, tutto si mescola in una narrazione dove riluce la bellezza del bene e al tempo stesso non si nasconde la drammaticità del vivere e il costo della libertà, il travaglio delle scelte. L’Ora Nona, titolo del romanzo, è una delle ore fisse delle preghiere quotidiane di monaci e monache (“ora et labora”, prega e lavora, è il motto di San Benedetto, fondatore del monachesimo conventuale) e definisce la preghiera delle tre del pomeriggio, che è anche, per i cristiani, l’ora della sofferenza e della morte. Tanto per capire che nel romanzo c’è tutto, dalla freschezza alla tristezza.

19marzo
2021

Nathan Englander

Einaudi

Se amate le storie molto ebraiche, con molta fede ortodossa, molte ritualità ossessive ma anche molta irrisione mordace, fra incupita serietà e comica leggerezza, allora potete metter mano a questo romanzo di uno scrittore ebreo cinquantenne, pendolare nella sua vita fra Stati Uniti e Israele. Bisogna aver gusto per il genere, ecco. Detto questo, apriamo appena un poco il sipario sulla scena di questo romanzo uscito due anni fa negli Stai Uniti e tradotto ora da Einaudi. Larry è un giovane ebreo che vive a Brooklyn e si è smarcato in modo un po’ libertario e un po’ indifferente dalle varie costrizioni di fede e di riti della propria religione. Però quando il suo amato padre (che invece è ebreo osservante tutto d’un pezzo) muore, egli deve correre a Memphis, dove la religiosissima sorella, con marito e figli e amici e rabbini vari, ha convocato il fratello ribelle perché egli osservi con loro i sette giorni rituali di lutto stretto. Lui controvoglia partecipa con insofferenza e piccoli gesti ribelli a quella che gli sembra una recita di usanze remote. Però poi la sorella e i rabbini non demordono: lui, in quanto figlio maschio, dovrà, una volta tornato a Brooklyn, recitare il “Kaddish del lutto”, ogni giorno per undici mesi, alla presenza di almeno dieci ebrei maschi, così da poter assicurare al padre spirato una pacifica collocazione nell’aldilà. Larry promette che cercherà di farlo ma si capisce subito che non avrà la costanza di farlo e la sorella e compagnia gli fanno una testa così. Lui sarà anche spregiudicato e agnostico ma un minimo barlume di coscienza se lo conserva e capisce che per rispetto di chi crede e della stessa figura del padre deve pur fare qualcosa. E su suggerimento altrui scopre una cosa curiosa: esiste un sito (kaddish.com) che rimanda a solerti giovani studiosi ortodossi ebraici. I quali a Gerusalemme, su ordinazione e dietro compenso finanziario, assicurano ogni giorno per undici mesi la regolare recita del kaddish. Larry respira, clicca, contatta, paga e affida il compito pio a un giovane studioso ortodosso di Gerusalemme che si chiama Chemi; e si mette il cuore in pace per la pace della sorella viva e di quella del padre morto. Poi però succede che passano alcuni anni e Larry, per inquietudini sue, torna alla sua antica fede e ridiventa ebreo osservante ed ortodosso e dunque gli rode dentro il senso di colpa per aver comperato un servizio religioso da delegare a terzi e aver così ceduto a un’altra persona il dovere-diritto di pregare per l’anima di suo padre. Del giovane Chemi egli conosce solo il nome, assieme all’indirizzo mail del sito. Larry vuole ricontattare l’orante a distanza per “farsi ridare indietro” la delega e rifare lui stesso l’esercizio religioso del kaddish, mettendosi in regola come ebreo e come figlio. Senonché risulta difficilissimo risalire al giovane studente che aveva pregato parecchi anni prima su incarico, e anche il sito kaddish.com appare un po’ fumoso e vago. Comincia insomma un travaglio doloroso e comico, ossessivo e grottesco del Larry ravveduto alla ricerca di chi gli deve restituire la delega religiosa e morale. La vicenda è tutta da scoprire, seguendo l’affannoso cammino di Larry fra Brooklyn e Gerusalemme. Ci si diverte come leggendo un giallo e al tempo stesso si capisce, al di là della sdrammatizzazione comica, quanto possa essere profondamente radicata nel cuore di un ebreo molto osservante la responsabilità, rituale e di sostanza, della propria fede. Nathan Englander non prende posizione. Racconta, e basta. E lo fa molto bene.

12marzo
2021

L'altra donna

Einaudi

Pare (almeno così sostiene una delle protagoniste del nuovo romanzo di Cristina Comencini) che ogni donna custodisca nel proprio organismo interiore il DNA di ogni uomo con cui ha avuto una relazione. E può dunque succedere che se, poniamo, una donna diventa la compagna di un uomo che per per lei ha lasciato la moglie, lei si trovi a condividere, con quella moglie lasciata, un DNA in comune. Due donne, insomma, possono condividere dentro se stesse le tracce del passaggio (diciamo così) di uno stesso uomo. E quindi per ogni donna che viva un sentimento forte con un uomo ci può essere l’evocazione di una “altra donna”, con cui si devono fare i conti, anche se quell’altra donna sta ai margini della vita attuale, consegnata a un tempo precedente. È questa la chiave d’avvio del romanzo, in cui troviamo una giovane donna, Elena, laureata fresca in economia, che si innamora di un suo professore molto più vecchio di lei e che per lei lascia la moglie Maria (che a dire il vero lui aveva già un po’ tradito in precedenza, e insomma il matrimonio sembrava già un po’ traballante). Fatto sta che Elena e Pietro inaugurano un ménage amoroso bello e dinamico (lei economista, lui pendolare fra Italia e Bruxelles, dove è eurodeputato). Ma dalle retrovie degli anni rispunta Maria, la moglie, la quale, in piena era di social-media, escogita uno spregiudicato artificio (una amicizia su Facebook richiesta sotto falso nome) per entrare in confidenza con la “nuova donna” dell’ex marito: con grande abilità Maria si confida un poco (rivela di essere separata da un marito che l’ha lasciata per una compagna più giovane ma cambia nomi e dettagli, depista i particolari) e soprattutto riesce a cavare da Elena moltissime indiscrezioni poiché la giovane donna, ingenuamente, rivela molte cose della sua bella storia con l’uomo più vecchio di lei di trent’anni. Infine Maria, non contenta dell’imbroglio via Facebook, si presenterà di persona, per vedere dal vivo la sua sostituta. La storia poi cammina lungo il filo di una trama abbastanza animata, ci sono di mezzo una amica in comune e anche la comparsa di un giovane figlio adulto di Pietro, pressoché coetaneo della fresca compagna del padre. Gli sviluppi narrativi sono un po’ troppi ma Cristina Comencini riesce lo stesso, con lo stile nitido di una scrittura di indagine interiore (soprattutto nell’animo e nel cuore di Elena) a raccontare il cammino di una giovane donna verso la maturità completa di una età adulta, consapevole e libera. L’artificio iniziale dell’amicizia camuffata su Facebook è solo una furba invenzione di gusto contemporaneo che permette nondimeno di evocare l’eterna questione, in campo sentimentale, delle ombre (benevole, o ingombranti, o maligne) degli ex dentro le “nuove storie”. Mi è venuta in mente, quasi a suggello di questa tesi centrale della Comencini, una frase densa che avevo annotato leggendo “La città e la casa” di Natalia Ginzburg: “… pensavo che i matrimoni è ben difficili disfarli, ne rimangono sempre dei pezzetti sparsi, che ogni tanto sussultano e buttano sangue”.

05marzo
2021

Donatella Di Pietrantonio

Einaudi

«L’Arminuta è diventata grande», dice la fascetta che avvolge “Borgo Sud”. In effetti Donatella Di Pietrantonio, che ci aveva colpiti e commossi con lo struggimento della ragazzina Arminuta (la “ritornata”, in dialetto abruzzese), “data via” a sei mesi dai suoi genitori a parenti lontani e da questi ultimi ridata indietro a tredici anni alla madre al padre originali, non senza stordimento affettivo e profondo travaglio, qui continua quella “storia”. E la continua con un balzo nel tempo, perché intanto l’Arminuta è diventata donna, è diventata grande, ha studiato e ora è insegnante in Francia, a Grenoble. Il nuovo romanzo è costruito con tessere di mosaico che viaggiano nel tempo (sulle prima bisogna raccapezzarsi bene): e così ritroviamo accanto all’Arminuta, in diverse stagioni, la sorella Adriana (che bambina si era legata profondamente alla nuova sorella di colpo apparsa nella sua vita). L’Arminuta grande, prima di andare a Grenoble a cambiar vita, si era ritrovata a Pescara, adulta e sposata con Piero, e un giorno Adriana, sino a lì molto latitante e sfuggente, si presenta a casa sua con il fagottino di un bimbo neonato… Il filo della storia ondeggia fra tempi diversi, fra passato e presente, e un giorno qualcosa di importante deve essere successo, se l’Arminuta da Grenoble si precipita a Pescara, mollando l’insegnamento, il gatto e l’intermittente compagno cui lascia in custodia la nuova storia affettiva e il felino. Le due sorelle, entrambe ferite da un rapporto difficile e quasi anaffettivo con i genitori, ricercano nella loro difficile, spesso aspra e conflittuale “sorellanza”, nonostante tutto, il senso di una appartenenza familiare, di una radice comune che le definisca. Entrambe avranno un amore importante per un uomo (a ciascuna il proprio), entrambe conosceranno, di questi due rapporti sentimentali, stranezze, contraddizioni, rovesci. Forse in questa ultima parte del romanzo la scrittura di Di Pietrantonio, che nella prima parte del libro conferma tutta la vena felice di “L’Arminuta”, sembra quasi meno sicura, fa accadere un po’ troppe cose e si avventura in espressioni meno sorvegliate, che in “Arminuta” non c’erano. Tre soli esempi: “Era innamorata del sogno di Rafael, vivere in mare senza altri padroni che il vento”. Via col vento. Oppure quando si sta cuocendo la minestrina: “Le stelline si sono cotte nel silenzio e nel fragore esterno del mare.” Pastina vista mare. Oppure ancora, un uomo si ricorda quando da adolescente si era sentito premere il corpo da dietro, da un altro ragazzo che aveva cercato di baciarlo e lui era sfuggito, “turbato più di tutto dalla rivoluzione che gli scoppiava dentro i pantaloni”. La rivoluzione nelle mutande? No, per favore. A parte ciò, chi ha amato, giustamente, L’Arminuta”, corra a leggere questo “Borgo Sud”, che dice benissimo la nostalgia di radici affettive e la faticosa, difficile ma necessaria salvezza nella “sorellanza”. Io, dei due libri, preferisco il primo. Ma il secondo lo compie.

26febbraio
2021

Pierre Lepori

Effigie editore

Alessandro è il conduttore di un programma radiofonico notturno in cui accoglie lo sfogo di insonni ascoltatori che affidano all’etere ansie, giudizi e tristezze. Alessandro ascolta, lascia parlare, interloquisce e manda musiche adeguate a quello stillicidio confidenziale. Lui è un uomo ancora un po’ giovanile ma sovrappeso, cardiopatico e abbastanza depresso (ha perso per cattivo divorzio una moglie, coltiva un rapporto di forte legame ma non facile con un fratello, evoca l’affetto per un amico disperso, insomma parrebbe in preda a uno sconcerto affettivo). Una notte, mentre sta udendo la chiacchiera di un ennesimo ascoltatore, viene preso da una sorta di malore, più psicologico che fisico: per nascondere lo sgomento di sé, accentua la finzione di un collasso. Tanto basta perché il suo capo lo inviti con tono amichevole e forse precipitoso a prendersi almeno un mese di riposo. E Alessandro abbozza, accetta, vuole tagliare i ponti con le sue notti in onda e parte per una specie di sospensione sabbatica verso una grande metropoli americana. La conduzione notturna deve lasciarla al suo sostituto, di cui è un po’ geloso perché in fondo Ale a quel programma (“Effetto notte”, si chiama, come il titolo di un celebre film di Truffaut e come la definizione di una tecnica fotografica) si era affezionato, anche se a quella “corvée” notturna l’aveva obbligato la direzione della radio per un non ben precisato incidente per vaghe molestie di tipo sessuale. Comincia così l’ultimo romanzo di Pierre Lepori, scrittore svizzero italiano di fatto bilingue (vive nella Svizzera romanda da anni e scrive indifferentemente e con assoluta padronanza linguistica in italiano e in francese). Lepori è anche giornalista radiofonico culturale (per la Radio svizzera RSI) e apprezzato critico letterario e teatrale. Questa sua ultima prova letteraria conferma il suo pieno possesso di registri narrativi ricchi, diversificati, sensibili, che questa volta vengono proprio allineati in una invenzione di ritmi e mutazioni all’interno della linearità del racconto. Infatti succede che la narrazione intensa e tesa della peregrinazione solitaria di Alessandro in America sia inframmezzata dalle voci degli ascoltatori notturni che il conduttore si porta dentro. E così il filo della solitudine di Ale nella affollatissima città americana (reso da una scrittura diretta, attenta, che rivela il groviglio interiore e il fondale urbano fatto di stazioni di metro, bar, grattacieli, luci) si mescola a intermittenza con gli sfoghi notturni di ascoltatori ben poco felici i quali usano di volta in volta linguaggi diversi, fiotti verbali concitati, gergalità amare. Alessandro talvolta, di giorno (visto il fuso orario) ascolta via internet il suo sostituto nella conduzione di “Effetto notte” e capisce che nessuno è indispensabile, il programma va avanti benissimo lo stesso. Nel frattempo, in mezzo a tanta solitudine, incontra una donna strana e un po’ sovrappeso come lui, ne nasce una simpatia, una attrazione intensa ma veloce. Per il resto Alessandro deve sbrogliarsela da solo nel tentativo di pacificarsi, di far luce su se stesso. Un contatto con il fratello, poi con un “amico ritrovato”, gli rivela indizi di chiarezza. Per Alessandro forse sta per cominciare un “effetto giorno” per affrontare, più liberato ma anche sempre solitario, la vita. La lievità quasi radiofonica di questo romanzo non nasconde una maggiore e più intensa profondità di tutto il corpo narrativo, che racconta con scrittura fresca ma anche complessa un disagio esistenziale e affettivo.

05febbraio
2021

Antonio Pennacchi

Mondadori

Per gustare bene questo romanzo comico ed emotivo, gergale, immaginifico e storico al tempo stesso, occorre aver letto prima, di Antonio Pennacchi, “Canale Mussolini” (2010, premio Strega). Riappare infatti, ma bisogna già averlo conosciuto, il bizzarro casato contadino veneto della famiglia dei Peruzzi, emigrata con altre decine di migliaia di italiani del Nord Est verso le paludi della costa romana da bonificare. L’avvio epico di questa saga l’avevamo scoperto e molto goduto in quel primo romanzo, scandito nel il ritmo narrativo verbale dei “filò”( le veglie popolari durante le fredde sere d’inverno nelle stalle riscaldate dal fiato delle mucche). Pennacchi aveva poi continuato con “Canale Mussolini parte seconda” (un po’ più arruffato e documentario: si può leggere anche quello, diciamo facoltativamente). Ed ecco ora che invece lo scrittore risfodera la freschezza e la ricchezza scenica e verbale del primo romanzo per continuare la saga con “La strada del mare”. Di fatto in questi libri Pennacchi racconta, romanzandola, la storia della sua propria famiglia (cui dà il nome fittizio di Peruzzi) innestandola nella storia grande della bonifica dell’Agro Pontino, sul litorale romano del Mar Tirreno dove Mussolini, a partire dagli anni '20, prima di impantanarsi in tutte le criminose nefandezze che sappiamo, aveva iniziato la poderosa, gigantesca opera positiva della bonifica dell'Agro Pontino, sterminata zona paludosa e mefitica non abitabile. Per quel lavoro ciclopico saranno fatte migrare dal nord Est italiano 5.000 famiglie, 30.000 persone (contando sulla loro estrema povertà e la loro voglia di una vita migliore) verso le paludi infestate di zanzare e di malaria dove nascerà su terra nuova la città di Littoria, oggi Latina. La famiglia contadina dei Peruzzi, che in Veneto era stata sfrattata dal prepotente conte Zorzi ("Maladéti i Zorzi Vila!»), pur nello strazio della migrazione ebbe finalmente terra propria. Pennacchi ha ricostruito questo punto di vista soggettivo d’esperienza con empatia e senza pregiudizi ideologici e nemmeno censurando il grottesco e il male del fascismo. Egli nella "Strada del mare"ci riconsegna oggi la felicissima mistura di divertimento e commozione con cui vengono cuciti insieme il filo della storia privata familiare con quello della storia grande, vale a dire dell’Italia prima assoggettata al fascismo, poi colpita dal doppio fuoco (tedesco e americano) della guerra, e infine alle prese con la febbrile e feconda ricostruzione.Ma anche la storia del mondo, con una immaginazione narrativa comica e originalissima ma scrupolosamente legata, nella sostanza, al vero. Il nuovo romanzo, partendo dal primissimo dopoguerra (con incursioni nel passato) scrive le parole vivacissime della quotidianità vissuta e parlata dentro lo scenario di una Italia che cambia profondamente. Ritroviamo l’affollatissima stirpe dei Peruzzi (tantissimi nomi di nonni, genitori, figli, nipoti, ci si perde per forza ma poco importa, lo dice lo stesso autore): si riparte dalla bizzarra famiglia di zio Benassi e di zia Pace nata Peruzzi con la loro nidiata di figli e nipoti, e poi zio Adelchi e zio Iseo e poi i ragazzi che crescono (Otello, Accio, Manrico, Violetta e tanti altri) fra zolle da rivoltare, mucche da mungere, muri da tirar su in fretta, figli da sfamare, tenerezze e rabbie di parenti, lavori in cantieri e fabbriche, alle prese con il passaggio dalla profonda radice contadina alla rapida trasformazione della società italiana. Lo sfondo sociale e politico è visto dal basso, dall’umore popolare, con sguardi e intuizioni forti e veraci. Le vicende sono vivide, comicissime (si ride parecchio, leggendo) ma anche dolenti, commoventi, qua e là drammatiche. Lo stile è diretto, sanguigno, colloquiale (c’è lungo tutto il romanzo un interlocutore invisibile cui il narratore dà del lei : «Come dice, scusi ?», e poi gli spiega). I dialoghi sono molto spesso resi in un gustoso dialetto veneto, che per chi ha dimestichezza con le inflessioni dialettali del Norditalia, come noi di radice lombarda, è un puro godimento. Col passare degli anni le giovani generazioni impasteranno la parlata veneta con la nuova cadenza romanesco-laziale, mentre i dialoghi fra i personaggi storici, perché immaginati (viene in mente un ardito raffronto, in chiave comica, con "Guerra e pace, pensate un po'...), restano rigorosamente in dialetto veneto (esilaranti le battute fra John Kennedy , la moglie Jackie e i collaboratori). Alcuni punti rimangono irrisolti, quasi come promessa di una nuova puntata di questo poderoso affresco scritto. Come già dicemmo per “Canale Mussolini”, ecco, nel panorama corrucciato della narrativa italiana, un romanzo corale, epico, popolare nel senso giusto.

29gennaio
2021

Gaetano Savatteri

Sellerio

Ridere leggendo è cosa delicata. Anche perché in letteratura far ridere è molto più difficile che far piangere. A De Amicis andava facile, bastavano una mamma morente sulle Ande e un bimbo che la raggiunge dagli Appennini ed era cosa fatta, l’occhio del lettore era umido. Se invece vuoi far ridere senza rischiare d’essere comico d’avanspettacolo, devi usare lo stiletto dell’intelligenza, più raro fra gli scrittori che non il badile della commozione. È un umorista intelligente, certamente, Gaetano Savatteri, un giallista che fa ridere bene e possiede graffio civile e zampata di satira. Ha inventato un bel personaggio seriale, il giornalista e scrittore sfaccendato e impigrito Saverio Lamanna, siciliano verace con scorribande su al nord (vedi "La fabbrica di stelle") ma pressoché stabilmente posizionato nella sua Sicilia, a Palermo e dintorni (vedi "Il delitto di Kolymbetra"). Come ogni buon investigatore (suo malgrado) Lamanna ha un suo “secondo”, il ruspante conterraneo Peppe Piccionello (un nome, un programma), personaggio semplicistico con punte di sapienza, ricco di spropositi e ingenue cafonate. Il dialogo fra i due è a dir poco spassoso.
Da Sellerio (editore degli altri due romanzi) è uscito pochi mesi fa il racconto delle ultime gesta dei due divertenti e sfaticati compari siciliani: “Il lusso della giovinezza”. Qui siamo sempre in Sicilia ma buona parte del romanzo si svolge dentro una scenografia siciliana inusitata: le pendici delle montagne sicule delle Madonie, oltretutto d’inverno e con una massiccia nevicata. Siamo non lontani dal mare di Cefalù, eppure qui si respira montagna. Ed è in fondo a un dirupo delle Madonie che viene ritrovato il corpo di Steve, buttatovi giù verosimilmente da qualcuno. Steve, che ora è morto, era un americano ricco che voleva investire in Sicilia in un suo progetto coraggioso e comunitario. Lo conosceva anche Suleima, la bella ragazza di cui Lamanna è da tempo innamorato (e il legame alternato fra i due fa parte degli ingredienti classici del ciclo, quasi come succede per la storia sentimentale intermittente fra il commissario Montalbano e la Giulia ligure creati da Cammilleri, che di Savatteri era amico). Suleima è triste e impaurita per la morte dell’americano e Lamanna corre in montagna a consolarla, seguito dal fido Piccionello. Nella trama gialla, da non svelare qui, si insinua come tema di fondo un certo amaro contrasto ambiguo fra la generazione dei vecchi e quella dei giovani. Si ride, ma anche un po’ si pensa, in questo romanzo divertente e soprattutto scritto con maestrìa. Al di là della comicità scoppiettante, che è la qualità più salutare del libro (la trama può persino essere secondaria, e nemmeno sempre necessariamente convincente) spicca anche tutta una serie di indizi ben camuffati di citazioni, qualche volta più esplicite, spesso proprio solo accennate, nascoste. Savatteri infatti fa fiorire nelle sue pagine echi letterari (diretti o indiretti, appunto): si capisce che è un lettore forte che ama la letteratura. C’è di più: nella sua prosa diretta e scintillante lo scrittore inietta piccole dosi di frasi stilisticamente raffinate, musicali, quasi liriche. Da leggersi con gusto per divertirsi con gusto.

08gennaio
2021

​Sally Rooney

Einaudi

Persone normali, ma a guardar bene neppure tanto. Connell, studente abbastanza brillante in un liceo di una cittadina irlandese non lontana da Dublino, ha una sua goffa ma intensa relazione con una sua compagna, Marianne, figlia ricca di una vedova algida ed egoista. Marianne al liceo invece è appartata, bloccata, spesso sotto il tiro di una beffarda estraniazione da parte degli altri compagni. Al punto che Connell preferisce nascondere in pubblico il suo rapporto con Marianne, quasi che la cosa potesse risultare disdicevole per la propria immagine, o meglio per la propria sicurezza psicologica. Parte da qui la vicenda di un romanzo che, pubblicato due anni fa e tradotto ora in italiano, sta spopolando in Gran Bretagna e ormai nel mondo, anche grazie a una fortunata serie televisiva, seguitissima soprattutto dai giovani. Abbastanza stupefacente è il fatto che questo best seller sia stato scritto quando la sua autrice aveva 28 anni: una ragazza, quasi. Eppure Sally Rooney già due anni prima, a 26 anni, aveva pubblicato un romanzo che subito aveva suscitato curiosità e interesse al punto di essere anch’esso subito tradotto in varie lingue, fra cui in italiano da Einaudi (“Parlarne tra amici”). Connell e Marianne, proprio perché non sono proprio normali (sono troppo sensibili, incerti, forse troppo intelligenti, intellettualmente singolari) aspirano ad essere però delle “persone normali”: bisogna pur vivere sempre un po’ in gruppo, dopotutto. Una loro asimmetria sociale (Connell è figlio di una ragazza madre che fa le pulizie nella casa benestante e psicologicamente fredda di Marianne) e una loro simmetria affettiva ma sempre un po’ strappata sono le costanti che accompagnano verso gli studi universitari e l’età adulta quei due ragazzi che in continuazione si prendono e si lasciano. In sottofondo, un sottobosco di personaggi ben schizzati e di pasticci familiari con segrete ferite. La trama, che cammina negli anni, va lasciata alla scoperta del lettore. Si può invece sottolineare la forza della vena narrativa di questa giovanissima scrittrice, la quale oltretutto offre uno spaccato abbastanza sincero e amaro di una inquietudine giovanile contemporanea colta nella società odierna d’Irlanda. Forse Rooney indulge (volutamente con astuzia oppure con una traccia di acerbità?) in qualche compiacimento forzato quando insiste su accennati traumi familiari o quando bagatellizza il sesso (ma forse è una fotografia veridica più di quanto non si pensi della connotazione morale incerta, spaventata o stordita, di certa gioventù). Ma una cosa è certa: Sally Rooney è scrittrice di grande talento, di razza. Aspettiamola a prossime prove.

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